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martedì 6 febbraio 2018

IL PADRINO

97_IL PADRINO (The Godfather). Stati Uniti, 1972;  Regia di Francis Ford Coppola.

Il capolavoro della New Hollywood è un film di una tale maestosità da lasciare a bocca aperta lo spettatore: chiunque può capire immediatamente che si tratta di un film eccellente e questa sua accessibilità è uno dei tanti pregi ma, ad uno sguardo d’insieme, si fatica a cogliere nel dettaglio i tanti passaggi e aspetti sontuosi. Una sorta di sindrome di Stendhal in versione cinematografica.
Per provare a prendere le misure a tanto capolavoro, cominciamo dall’inizio: la prima scena del film si svolge con un lento carrello all’indietro, il primo piano su un volto, e la mdp che arretra fino ad arrivare ad essere quasi una soggettiva di Don Vito Corleone, il Padrino del film, interpretato magistralmente da Marlon Brando. Quello che vediamo, sembra possibile intuire dalle immagini girate da Coppola, non è quindi una visione oggettiva, ma una soggettiva del Padrino. Questa scena, che ha una funzione introduttiva alla storia, sembra quasi rispondere in anticipo ad una possibile questione morale: è possibile incentrare una storia su un personaggio così negativo come il Padrino di una famiglia mafiosa? Uno degli aspetti più elevati dell’opera di Coppola è che, a questa domanda, come ad altre, il regista offre una risposta non tanto espressa a parole ma attraverso l’uso dell’arte cinematografica: il cinema come risposta a questioni morali.
La scena iniziale ha la sua controparte in quella di chiusura; se l’incipit ci mette nei panni di Don Vito, per poterne vivere comprenderne al meglio le gesta, il finale ci aiuta a prenderne le distanze e a trarne un bilancio oggettivo. 


Le due scene sono simili, in entrambe c’è una persona in un certo senso esterna al mondo mafioso che pone una richiesta e il Padrino di turno, in principio Vito, nella scena finale suo figlio Michael (l’ottimo Al Pacino), non intende accogliere l’istanza: “questo non lo chiedere”, dice in principio il vecchio boss; “non immischiarti nei miei affari, Kay” è la replica di Michael alla moglie (Diane Keaton) nelle battute conclusive dell’opera. Al di là dei dettagli della trama, appare chiara, soprattutto da quest’ultimo passaggio, la doppiezza della Famiglia, che mantiene su due binari ben distinti l’apparenza dei propri buoni costumi e la vera filosofia perpetrata; ma risulta altrettanto evidente, a livello cinematografico, il legame tra le due scene.

Quindi, dopo averci chiesto di vestire i panni del Padrino nella prima scena, Coppola sembra invitarci a condividere lo sguardo di Kay, osservando le cose dal suo punto di vista. Il carrello arretra, lasciandoci vedere “la vera Famiglia”, ossia Michael e i suoi uomini, attraverso una porta aperta, e quindi incorniciati nello stipite, come fossero una rappresentazione di burattini, intenti nei propri rituali mafiosi, baci e baciamani vari. Ed infine la porta si chiude a mantenere definitivamente separati i due binari della società mafiosa. 
Praticamente proprio in mezzo al film, quasi ne fosse il cuore o il nocciolo, la parte ambientata in Sicilia è sicuramente altrettanto rilevante rispetto a queste due scene sopra descritte. 

Qui vediamo Michael, già seriamente innamorato dell’americana Kay, almeno stando all’apparenza, non porsi particolari problemi a farsi una vita nuova, probabilmente temporanea già nelle intenzioni, in Italia. Si tratta di classiche forzature per via della trasposizione da un libro, che in genere permette maggior approfondimenti? Probabile. Ma Coppola usa le armi del cinema per rendere questa parte quasi estranea al resto del film, come fosse un intermezzo, o un balzo temporale, oltre che geografico, rispetto al tempo della narrazione.

Coppola ci porta all’origine, alla radice della cultura della “Famiglia”: e già si notano le prime ipocrisie, perché tale istituzione, per quanto realizzata con tutti i crismi della tradizione, si fonda sulla menzogna, sul non detto, sul taciuto. Apollonia, la giovane sposa siciliana di Michael, pagherà con la vita il suo essere del tutto ignara della doppia vita del marito.
Ma, naturalmente, il passaggio cruciale è il cambiamento che avviene in Michael: lo vediamo ad inizio film, completamente estraneo agli affari della Famiglia, ben inserito nella società, addirittura premiato da essa (come decorato di guerra). 

Ma, soprattutto, si percepisce la sua convinzione di volere stare fuori dall’ambito famigliare, si avverte in modo tangibile una sua diversità rispetto ai parenti prossimi: dal che si poteva dedurre che esiste una via di uscita dalla piovra mafiosa e passa attraverso l’integrazione nella società civile.
Il punto è che la cultura del malcostume organizzato, (ovvero mafioso, sebbene questa parola sia bandita nel film) non è, come può sembrare in apparenza, solo legata alle minoranze etniche o alle comunità di immigrati meno abbienti. 
La fiducia di Michael nella società vacilla sotto i colpi d’arma da fuoco diretti a suo padre, ma forse a metterla definitivamente K.O. è il capitano di polizia corrotto, un uomo in divisa, un uomo simbolo della società che si rivela non migliore degli uomini della Famiglia.
E' di fronte ad una scelta, che Michael salta il fosso: a parità di morale, di condotta etica, tra Società e Famiglia, è il legame di sangue a prevalere. E, quando in una società corrotta e violenta, gli elementi migliori (come Michael), invece di combatterne il degrado, decidono di chiudersi in una forma associativa (la Famiglia) ancora più efferata e malsana, a chi non si schiera al loro fianco, come Kay, nella scena finale, non rimane che guardare inorriditi.



Diane Keaton



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