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lunedì 12 febbraio 2018

A DANGEROUS METHOD

100_A DANGEROUS METHOD  Regno Unito, Canada, Germania, Svizzera, 2011;  Regia di David Cronenberg.

E già, togliamoci subito il dubbio: A dangerous method è un film di David Cronemberg. Alla fine della proiezione, puntualmente come ad ogni prima visone di un film del grande regista canadese, ci viene il dubbio: che sia venuto meno al suo cinema? Che Cronenberg abbia toppato? Il regista più atteso al varco della storia del cinema, spiazza ancora una volta anche noi, i suoi stessi sostenitori, lasciandoci senza parole e con le idee confuse. Ma se lasciamo il tempo a quelle stesse idee di riorganizzarsi, ecco che magicamente dietro l’ermetico ma implacabile A dangerous Method ci apparirà, inesorabilmente, la mano dell’autore nato a Toronto. Proseguendo nella svolta intrapresa recentemente, Cronenberg produce un film dall’impatto classico e convenzionale: un film storico/biografico, quasi un film in costume. Anni luce dagli esordi ma anche dal primo periodo post-hollywoodiano del regista. Trama e azione stanno praticamente a zero: l’impalcatura teatrale che è all’origine del film, rimane perfettamente riconoscibile. Si tratta di un lungometraggio prevalentemente dialogato: in parte oralmente, in parte con il carteggio tra i due protagonisti, i famosi Carl Gustav Jung e Sigmund Freud. Come già in altre opere del canadese, i titoli di testa ci offrono uno spunto di partenza per la decifrazione del film: i credits scorrono sulla carta delle missive intercorse tra i due grandi padri della psicoanalisi, scorrono tra le parole, scorrono sulla superficie dei fogli di carta. Il regista che fu affascinato dai corpi solidi e spinse la sua ricerca dentro, all’interno, in profondità dei corpi stessi, affronta i misteri insondabili della psiche umana con un indagine di superficie.
Si scandaglia ciò che Freud e Jung si scrissero, un’analisi apparentemente superficiale. Così come pare superficiale l’interpretazione tutta esteriore della pazzia isterica di Sabine Spielren, una straordinaria Keira Knigwtley, l’altra protagonista dell’opera. Ma come le parole di un dialogo possono avere significati sottointesi tra le righe, sarà proprio nelle profondità dell’Es incarnato dalla splendida Sabine che troveremo la forza dirompente del cinema di Cronemberg. Dei tre personaggi principali, è proprio Sabine/Keira la vera prima attrice, come già esplicitato dal manifesto del film che la vede trionfante tra i due colleghi /rivali ben più illustri: Jung, interpretato dall’eccellente Michael Fassbender, (che è il protagonista apparente della vicenda) e Freud, un Viggo Mortensen imbalsamato in un efficace e statica interpretazione quasi araldica. 
E’ infatti Sabine che compie una parabola positiva lungo la durata del film: la prima scena la vede in preda alla pazzia, nel ruolo di figlia, a bordo di una carrozza trainata dai cavalli; nell’ultima sequenza, la si vede nel ruolo di medico, (futura) madre e a bordo di un’automobile. Di contro, i due grandi dottori nel film si ammalano. Sabine vince poi i confronti-diretti con i due padri della psicoanalisi: Freud, l’inventore della terapia delle parole è battuto proprio sulle suo terreno, sull’uso delle parole. (“non pensavo ci fosse una disputa” cit. Sabine). Jung esce sconfitto nel ribaltamento dei ruoli paziente/malato e nella realizzazione della serenità famigliare, che Sabine pare abbia trovato a differenza di Jung, sempre combattuto e mai risolto tra la pulsione passionale e il sentimento borghese. 
Oltre naturalmente alla stoccata saliente del film, opera proprio della donna, che inserendosi nella disputa tra Freud (il piacere del sesso come unico motore e le costrizioni sociali come forza inibitrice) e Jung (alla ricerca di un altro cardine nell’universo) ne dà la risposta definitiva. Ha ragione da vendere Sabine: potrebbero le ragioni del quieto vivere sopprimere la straripante forza dell’eros? No, la risposta è altrove. Amare qualcuno, è davvero sacrificare se stessi per l’altro; anche nell’atto sessuale. L’istinto di sopravvivenza si oppone all’autodistruzione che l’atto di amare porta con se’. 
Cronenberg ci mette in guardia da noi stessi: l’ostacolo maggiore verso la felicità, è proprio dentro di noi.




Keira Knightley





2 commenti:

  1. ah ecco vedi, proprio l'altro giorno ti parlavo di Cronenberg e non sapevo che avesse fatto pure questo film, che naturalmente ho gradito, la psicanalisi mi incuriosisce...
    e l'attore che fa Freud è pure danese :)
    ... per quanto riguarda il discorso felicità/interiorità, io invece la penso all'opposto...

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  2. Beh, ovviamente è un discorso controverso. Poi naturalmente vale sempre la libertà di opinione :)

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