1800_ DOLLARI CHE SCOTTANO (Private Hell 36), Stati Uniti, 1954. Regia di Don Siegel
Nel 1954 Don Siegel aveva già dato d’intendere di che pasta potesse esser fatto ma, probabilmente, nemmeno lui stesso era consapevole della statura di cineasta che avrebbe raggiunto nella sua carriera. Ida Lupino, al contrario, quando passò dietro la macchina da presa, dovette sembrare molto autorevole e consapevole dei propri mezzi. La bella Ida, infatti, era già una grande attrice, una vera e propria diva, quando si organizzò per mettere a frutto le sue poliedriche qualità, come regista, produttrice e sceneggiatrice. Nel frattempo, si dava da fare anche sul piano sentimentale e fu proprio l’intersecarsi di questi due piani, quello privato e quello professionale, che la spinse a rivolgersi a Don Siegel, emergente regista di solido nerbo, per Dollari che scottano. La Lupino stava lavorando in coppia con l’ex marito Collier Young a The story of a cop, un soggetto noir piuttosto delicato, considerato il periodo storico. Lei e Young avevano uno studio di Produzione cinematografica ben avviato, The Filmakers, e, per la parte di uno dei protagonisti di Private Hell 36, così era stato poi rinominato il film, era stato scelto l’allora marito di Ida, Howard Duff. Che, nel frattempo, le aveva chiesto il divorzio: Ida Lupino, in una produzione che coinvolgeva due suoi ex, aveva saggiamente optato per lasciare la regia a qualcun altro, tenendo per sé unicamente quella di protagonista femminile. Siegel, tuttavia, prima di accettare, si dichiarò scettico, di fronte a quell’intrico famigliare che era intrinseco al film, e qui emerge qualche sua incertezza di autore non completamente affermato anche nel proprio io. Dollari che scottano, questo il titolo dell’edizione italiana, riflette poi questa sua debolezza, un po’ di mancanza nel «manico» che da Siegel, per quanto ancora giovane, sorprende sempre. Il film è comunque godibile e molto interessante, tuttavia sono alle cronache alcune discussioni tra il cineasta nato a Chicago e la sua attrice principale che interferiva nelle sue scelte registiche e, almeno in un caso, Siegel, in seguito, ammetterà che tecnicamente aveva ragione la Lupino.
Va detto che Siegel, pur essendo abituato a lavorare con budget limitati, si trovò in difficoltà per il poco tempo a disposizione e per la mancanza di autonomia, dal momento che tutta quanta la troupe era una sorta di «famiglia» che faceva capo alla Lupino; Steve Cochran, il vero protagonista maschile, tra l’altro, era spesso ubriaco e questo era un’ulteriore fonte di problemi per il regista. A completare il cast, tra gli attori principali, c’era Dorothy Malone, non ancora all’apice della notorietà e relegata in un ruolo volutamente ordinario. La storia raccontata in Dollari che scottano non convince del tutto sebbene riservi un passaggio molto interessante, soprattutto considerando che si tratta di un film dei 50, anni in cui parlare di corruzione delle forze dell’ordine non era certo consueto. Cal Bruner (Steve Cochran) e Jack Farnham (Howard Duff), due investigatori della Polizia di Los Angeles, riescono a mettere le mani su un grosso quantitativo di banconote rubate. I due sembrano i classici poliziotti del cinema americano: il «buono», Jack, e il «cattivo», Cal, ma entrambi una garanzia dal punto di vista morale, almeno a prima vista. Jack rappresenta anche il prototipo dell’americano anni 50: un uomo onesto e ragionevole, con un buon impiego, una bella moglie, Francey (Dorothy Malone), una bella bambina e una bella casetta. Cal, al contrario, non è sposato e, quando, durante le indagini, incontra Lilli Marlowe (Ida Lupino), cantante in un night club, ci si mette a flirtare, sempre recitando la parte del duro. Al punto che interviene Jack a specificarlo, seppur in tono scherzoso, alla donna: “Si atteggia a cattivo ma è un timido. Si è innamorato di lei, lo conosco bene”. Quando i due poliziotti si trovano di fronte all’occasione della vita, intascare illecitamente parte del bottino recuperato, Jack, a sorpresa, rimane un attimo perplesso. L’uomo sembra infatti soppesare l’idea, quando subentra Cal a rompere ogni indugio: si infila qualche mazzetta di bigliettoni e tanto saluti all’onestà della polizia. La risolutezza di Cal ridesta l’onestà del collega dal temporaneo torpore ma è troppo tardi, nonostante le obiezioni di Jack ormai il dado è tratto. Dollari che scottano è formalmente un Noir e il ruolo della Dark Lady è quello di Lilli Marlowe, una parte per cui Ida Lupino era particolarmente adatta. Qui, se vogliamo, la brava Ida sembra perfino troppo a suo agio, e il risultato è un’interpretazione che manca un po’ della necessaria ambiguità che era tipica delle Femme Fatale dell’epoca. In ogni caso, come da manuale del Noir, la causa della perdizione del protagonista è l’incontro con la Dark Lady del racconto ed è esattamente quello che succede in Dollari che scottano.
Cal ci prova con Lilli, che gli fa capire che vivere con lo stipendio di un poliziotto non è proprio il suo obiettivo nella vita. A questo punto i soldi da sottrarre dal bottino da restituire diventano l’unico modo per conquistare la donna, almeno secondo il punto di vista di Cal. Fedele al protocollo che prevede che le ladies dei Noir siano dark solo in apparenza, Lilli, quando si accorge che Cal si sta infilando nei guai a causa sua, cerca di dissuaderlo ma, purtroppo, il diavolo non accetta resi e, ormai, l’anima del poliziotto è già perduta. Il lieto fine prova a rimettere le cose a posto, perdonando la debolezza di Jack, che aveva poi manifestato tutto il suo disagio per la situazione, e punendo nel modo più duro, con la vita, Cal. Tuttavia molte cose che si differenziano dal canonico quadro morale del dopoguerra americano rimangono impigliate nella memoria dello spettatore. Siegel non avrà mai il rigore morale di Fritz Lang, e certo non ce l’ha in Dollari che scottano, ma il suo sguardo è lucido e abrasivo. Le due coppie di protagonisti si presentano molto differenziate: Francey e Jack, sono eccessivamente pudici, del resto nella loro camera da letto dorme la bambina che, non a caso, li interrompe durante il loro primo appassionato bacio all’inizio del film. Di contro, Lilli e Cal, che nemmeno sono sposati, diventano in fretta sessualmente piuttosto sfacciati, si veda la scena in cui l’uomo massaggia i piedi della donna la sera in cui sono invitati a cena da Jack e Francey. Alcuni dialoghi, che sono opera di un esordiente Sam Peckinpah, sono un ulteriore elemento di increspatura dell’idilliaco quadretto che il Sogno Americano cercava di propinarci anche e soprattutto attraverso il cinema. Se la relazione tra Francey e Jack è piuttosto moscia e quella tra Lilli e Cal farà deragliare la storia, ce n’è un’altra sotterranea e piuttosto ambigua. Si tratta solo di velate allusioni ma il rapporto tra Jack e Cal rivela che la realtà è un po’ più complessa del modello propagandato dal modello borghese americano. Nella traduzione italiana, i doppi sensi sono andati perduti, tuttavia i riferimenti ad un rapporto omossessuale, per quanto implicito, sono più d’uno. Nella parte iniziale del film, lo scambio che nell’edizione italiana vede Jack chiedere a Cal “Spesso mi chiedo perché ti sono amico”, e a cui il collega risponde in modo compiaciuto “Ma perché sono irresistibile!” è nell’originale un più ambiguo “Sometimes, I wonder why we go steady”, che significa “A volte mi chiedo perché andiamo insieme”. In seguito, la sera della cena a casa dei Farnham, mentre Cal massaggia i piedi a Lilli, questa gli chiede cosa turbi Jack. Il padrone di casa è preoccupato per la piega della vicenda, Cal lo sa bene, naturalmente, ma preferisce fare una battuta sul fatto che forse anche a Jack fanno male i piedi, equiparandolo, nei suoi confronti, al ruolo di Lilli. Più esplicito un ulteriore riferimento, quando alcuni colleghi scherzano sui soldi che mancano alla somma recuperata da Jack e Cal. Jack reagisce violentemente colpendo con un pugno l’agente che aveva fatto l’ironica illazione e quando Cal interviene per calmare l’amico, un altro poliziotto gli fa notare come il suo “boyfriend” sia un po’ troppo stanco, stressato. Nell’edizione italiana, il termine boyfriend, riconducibile a “ragazzo” nel senso di fidanzato, è tradotto con “amico”, togliendo ogni malizia dalla frase. In definitiva, Siegel sovverte ogni certezza che l’America credeva di avere: i poliziotti non sono incorruttibili, gli uomini, sia che siano seri mariti padri di famiglia, sia che siano incalliti dongiovanni scapoloni, potrebbero essere gay o averne comunque tendenze. E per fare questo, utilizza un genere come il noir, dalle coordinate molto marcate, per altro perfettamente rispettate. Del resto, è ancora una battuta dei ficcanti dialoghi targati Peckinpah che ci evidenzia come tutto sia in realtà, se non proprio al contrario di come ce lo raccontino, quantomeno un po’ differente. Siamo all’inizio dell’indagine e Jack chiede a Cal come procedere per dipanare la matassa dell’intrigo: “Prima troviamo un pagliaio e poi cerchiamo l’ago” risponde sardonico il collega. Il cinema di Siegel spesso può sembrare semplice ma, in realtà, non offre affatto risposte facili; piuttosto, ci permette di trovare le domande.
Ida Lupino
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