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giovedì 26 marzo 2026

WARTIME NOTES

1804_WARTIME NOTES . Italia 2023. Regia di Barbara Cupisti

Verso la fine del documentario, la regista Barbara Cupisti arriva al suo dunque: “Questa guerra è un modo maschile di concepire la vita, contro uno femminile”. È un tema caro, all’autrice italiana, che sin dall’inizio della sua carriera lo ha esplorato, almeno stando alle note biografiche che si possono leggere sul portale Rai, “con originalità e profondità”. [dal sito Rai.it, pagina web http://www.rai.it/raicinema/news/2023/12/Wartime-Notes-Miglior-Film-Straniero-al--Bir-Duino-Film-Festival-in-Kirghizistan-19648a3c-8a5d-4da2-bf07-8e4aebe0a10e.html visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. In effetti la Cupisti, di questa sua convinzione, trova conferme in quelle interviste che costituiscono sostanzialmente il suo lungometraggio Wartimes notes, un documentario incentrato sull’inasprimento della guerra in Ucraina dopo il 24 febbraio 2022. Soprattutto nelle parole di Natalia Panchenko, che coordina gli aiuti umanitari verso l’Ucraina dalla Polonia, in quelle del Premio Nobel per la Pace 2022  Oleksandra Matviichuk e forse anche in quelle Tatiana Kucherenko, costretta a lasciare Cherson occupata dai russi: l’opinione di fondo che emerge, e che la regista è brava ad evidenziare, è che questo conflitto, più che un’invasione, più che una lotta tra democrazia e dittatura, più che una battaglia tra giustizia e ingiustizia, sia davvero una questione di genere sessuale. Già dai tempi della Prima Guerra Mondiale, in seguito all’attività, tra le altre, di Dorothea Hollins e Helena Swanwick, due precorritrici del movimento femminista, si diffuse l’idea che se le donne fossero ai governi dei vari Paesi, non ci sarebbero state più guerre. Senza stare a tirare in ballo Margaret Thatcher e altre donne di potere non precisamente tenerissime, basterebbe andare ad assistere ad una partita di calcio dove giocano i ragazzini per osservare alcune madri a bordo campo, per farsi venire qualche dubbio. Oppure riflettere come, in qualità di mammifero, l’essere umano che influenza in maniera maggiore e più determinante ciascuno di noi –perfino Putin o Hitler– è probabilmente una donna, ovvero sua madre. E, forse, l’attitudine violenta degli individui, si potrebbe riuscire a sradicare, lavorandoci per tempo; a patto di volerlo davvero fare, naturalmente. E di non vedere nel figlio il proprio braccio armato, la possibilità di riscatto. Ma questi commenti non sono certo qualificati, del resto questo studio si focalizza sul cinema e questi argomenti necessitano di competenze specifiche. Per la verità, restando strettamente inerenti all’argomento cinematografico, anche guardando –anzi, meglio, ascoltando– Intercepted di Oksana Karpovych, ci si può fare un’idea meno stereotipata sulla questione. In ogni caso, vale la pena approfittare di un film non particolarmente ricco di altri spunti come quello della Cupisti per approfondire un minimo il tema. In rete, a questo proposito, si trova un interessante articolo della rivista online The Vision [Josie Glausiusz, Il mondo sarebbe davvero più pacifico se le donne fossero al potere? The Vision, 12 dicembre 2017, pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024] che, oltre ad una panoramica generale, si sofferma su alcuni studi eseguiti di recente da ricercatrici e ricercatori, loro sì, qualificati. Come la dottoressa Mary Caprioli della Università del Minnesota Duluth [pagina web https://cahss.d.umn.edu/faculty-staff/dr-mary-caprioli, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024], ad esempio, che, con l’aiuto di Mark A. Boyer della University of Connecticut [pagina web https://geography-sustainability-community-urban.uconn.edu/person/mark-boyer/, visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024], ha condotto un’analisi sulle dieci crisi militari del XX secolo nelle quali erano coinvolti Paesi guidati da donne. Giustamente, i due studiosi hanno osservato, come prima cosa, che i dati a disposizione –in sostanza il numero delle donne al potere nel periodo preso in esame– e su cui poter trarre una statistica attendibile, sono da ritersi troppo esigui. Ciononostante la dottoressa Caprioli si è permessa questa conclusione: “Le donne al potere possono essere energiche, di fronte a situazioni internazionali violente, aggressive e pericolose”. [dal sito The Vision, pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. Il che non significa rinnegarne l’indole pacifica, ma nemmeno l’esatto contrario; anche l’antropologa medica Catherine Panter-Brick, che dirige il Programma di Conflitto, Resilienza e Salute presso il MacMillan Center for International and Area Studies all’Università di Yale [pagina web https://anthropology.yale.edu/profile/catherine-panter-brick, visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024], interrogata sulla possibilità di risolvere o evitare le guerre ponendo donne nei ruoli di governo, non si è spinta troppo in là. “Una domanda di questo tipo stereotipizza i ruoli di genere e dà per scontato che la leadership sia una dinamica semplice”, è la sua lapidaria risposta. [Ibidem]. Del resto la già citata attivista degli arbori Helena Swanwick in The Future of Women’s Movement [Helena Swanwick, The Future of Women’s Movement, 1913] ebbe a scrivere: “Intendo confutare del tutto l’assunto che sta alla base delle conversazioni femministe di questi anni.” Cioè, “l’assunto secondo il quale gli uomini sono sempre stati i barbari che amano la forza fisica, e che solo le donne sono civilizzate e civilizzatrici. Non ci sono prove di questo nella letteratura o nella storia”. [dal sito The Vision, pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. In tutto questo, Wartimes notes si lascia ricordare per qualche passaggio commovente, ma anche per la noia che, duole dirlo, ogni tanto affiora, ora durante le tante interviste che si dilungano su aspetti poco incisivi, ora su insistite scene ordinarie. La noia non è sempre del tutto negativa ma questa è del tipo peggiore, inutile e inconcludente. La voce della regista ogni tanto riaffiora, cercando di imprimere la giusta ottica al racconto, tradendo una certa indole se non proprio faziosa, quantomeno militante. Pur comprendendo le finalità dell’opera e quindi i suoi intenti, lasciano perplessi le parole che la regista utilizza per raccontare l’iniziale passaggio cruciale della crisi russo ucraina. “C’è un’altra data che non ci ricorda niente: il 28 novembre 2013. E un altro posto: piazza Maidan, che ora è piena di sacchi di sabbia. Tutto parte da lì. Il presidente ucraino Janukovyč va a Vilnius, in Lituania, per firmare un accordo di collaborazione commerciale con l’Europa. Sarebbe il primo passo dell’ingresso dell’Ucraina in Europa. Ma quando arriva lì Janukovyč ritira la disponibilità all’accordo, tradendo così il popolo ucraino. A Kiev scoppia la protesta, i manifestanti occupano piazza Maidan”. Barbara Cupisti prosegue nel suo eloquio, ma per comprendere quanto il suo raccontare sia impreciso e non obiettivo bastano queste frasi. Che si utilizzi l’incomprensibile espressione «piazza Maidan» –che significa di fatto «piazza Piazza»– o che si usi il termine «Europa» in luogo di «Unione Europea»– lapsus che lascia intuire la presunzione della nostrana intellighenzia, che ritiene di poter estendere le proprie convinzioni a tutti, in quanto insindacabilmente «giuste», sono ancora peccati veniali. Il punto critico è quando Cupisti sostiene che Janukovyč abbia tradito il popolo ucraino. Qui, per la verità, va fatta una premessa: se si accettano –come furono universalmente accettate, nonostante le denunciate interferenze russe– le elezioni ucraine del 2010, Viktor Janukovyč era il legittimo presidente ucraino e, in qualità di rappresentante democraticamente eletto del proprio Paese, aveva facoltà di prendere le decisioni che riteneva opportune. Questo è il senso della democrazia rappresentativa e, oltretutto, se andiamo a scorrere la campagna elettorale delle elezioni ucraine del 2010, vedremo che il sostegno russo a Janukovyč era palese –le citate «interferenze russe»–  eppure il popolo scelse di votare il rappresentate del Partito delle Regioni, il noto movimento politico filo-russo in seguito bandito dal paese. E, come detto, la comunità internazionale non ebbe nulla da eccepire sulla regolarità di quelle elezioni. [dal sito del Washington Post, pagina web https://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/02/08/AR2010020803583.html, visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024; o anche dal sito del Kviv Post, pagina web https://archive.kyivpost.com/article/content/ukraine-politics/european-parliament-president-greets-ukraine-on-co-59077.html]. Pertanto, se si possono comprendere e anche condividere i moti di protesta di Euromaidan, come si possono comprendere e condividere altri fermenti di piazza che hanno sostanzialmente sempre le loro ragion d’essere, è altresì corretto utilizzare i termini appropriati. La questione non è se Euromaidan sia una rivoluzione, come sostengono i filo-ucraini, o un colpo di stato, come invece denunciano i filo-russi. Il punto è che chi pretende di difendere la democrazia, deve ammetterne la fallibilità, come risulta evidente in questo caso, anziché mentire sapendo di mentire, che è, tra l’altro, la strategia del Cremlino. Appare oggi abbastanza evidente, da uno sguardo distaccato, che il popolo ucraino fosse già al tempo in maggioranza orientato verso l’Unione Europea ma, a causa delle vicissitudini politiche –certamente influenzate dall’esterno, leggi Russia, ma non vanno certo sottovalutati gli altri attori sullo scacchiere, la UE ma soprattutto gli Stati Uniti– dopo la Rivoluzione Arancione si era generato un clima di delusione e scoramento che determinarono poi il risultato elettorale del 2010. Si possono quindi accettare i moti di protesta di Euromaidan come un’espressione democratica fuori dai luoghi preposti legalmente allo scopo, le urne elettorali, ma si tratta di forzare un poco la forma che, in questo ambito, sarebbe da considerare sacra e pari al contenuto. E, come si vede, da qui a dire ineffabilmente che un presidente legittimamente eletto, nello svolgere le proprie funzioni tradisca il proprio popolo, ce ne corre. 


Alla guerra Russo-Ucraina, Quando la città dorme ha dedicato il volume LA STUDENTESSA E L'ORSO, uno studio su questo atroce conflitto fatto attraverso il cinema. 



lunedì 23 marzo 2026

UNDER DEADLY SKIES: UKRAINE'S EASTERN FRONT

1803_UNDER DEADLY SKIES: UKRAINE'S EASTERN FRONT . Ucraina, Regno Unito 2023. Regia di Caolan Robertson

Conosciuto anche con l’ancora più esplicito titolo The Eastern Front: Terror & Torture in Ukraine, il documentario di Caolan Robertson si prende la spinosa e assai pericolosa briga di fare luce sui veri o presunti crimini di guerra perpetrati dalle forze di occupazione russa a danno dei civili ucraini. Insieme al regista, la spedizione comprende John Sweeney, pluripremiato giornalista investigativo e reporter di guerra, Paul Conroy, fotogiornalista di lungo corso, e la scrittrice e giornalista Zarina Zabrisky: un team che, fuor di ogni dubbio, conosce il mestiere e, infatti, non perde tempo e mette subito gli accusati spalle al muro. Nel gennaio del 2023, un missile russo ha colpito un palazzo residenziale di nove piani a Dnipro, causando 46 morti di cui 6 bambini. L’esplosione ha sventrato l’edificio, lasciando in bella vista una cucina tinteggiata di un bel giallo acceso; solo un paio di giorni prima, una piccola bambina vi aveva festeggiato il compleanno. Il suo papà, che vediamo nel video dove la bimba spegne le candeline, è tra le vittime. Un missile da guerra su un edifico residenziale; saranno altri due i casi in cui il team di Robertson riesce a mostrare filmati in cui le bombe colpiscono aree abitate da civili senza alcuna presenza militare nei paraggi. Ma siamo appena all’inizio di Under Deadly Skies: Ukraine’s Eastern Front che, procedendo spedito, cala subito un altro asso, una prova difficilmente confutabile: un video sembra infatti mostrare l’utilizzo di bombe al fosforo bianco sulla città di Bakhmut. L’operazione definita da Mosca «Tritacarne Bakhmut», durata una decina di mesi tra il 2022 e il 2023, aveva solo uno scopo diversivo, ovvero far sprecare risorse umane al nemico mentre i russi si potessero riorganizzare, almeno stando a quanto dichiarato dal comandante della Wagner Yevgeny Prigozhin. [dal sito Rai News.it, pagina web https://www.rainews.it/articoli/ultimora/Ucraina-Prigozhin-completata-operazione-Tritacarne-Bakhmut-04afc98d-f2d6-4ca7-be94-8c0f971ae1f2.html, visitata l’ultima volta il 13 dicembre 2024]. Per far questo, è stata rasa al suolo la città, incendiando le abitazioni dei civili con intensi bombardamenti al fosforo bianco. Per chiarimenti tecnici viene interpellato Hamis De Breton-Gordon, ex comandante Nato e delle forze chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari nel Regno Unito, che illustra come i bossoli ritrovati sul luogo del bombardamento sono i resti di proiettili incendiari al fosforo o alla termite. 
La Convenzione di Ginevra proibisce l’utilizzo di entrambi le terribili sostanze in prossimità di insediamenti non strettamente militari. Nel Donbas, secondo De Breton-Gordon ma anche secondo alcuni civili, sono state utilizzate volontariamente contro i civili per terrorizzare la popolazione con il fuoco che, quasi silenziosamente, scende dal cielo e distrugge ogni cosa. Date le elevatissime temperature, infatti, i frammenti ferrosi di questi ordigni sono in grado di perforare quasi ogni materiale. Secondo Sweeney, che funge da Cicerone del gruppo, siamo di fronte ad evidenti casi di crimini di guerra. È tempo quindi di passare all’altro filone di accusa agli aggressori, ovvero la tortura a danno dei prigionieri. Vengono intervistati alcuni civili testimoni diretti, nel senso che furono sottoposti a tortura dagli occupanti: il primo dei quali sottolinea come, durante le torture che subì, i russi si divertivano godendosi il momento. Particolare non secondario, i suoi aguzzini non erano soldati, erano Ufficiali di Polizia. Alexander, un altro testimone torturato, va anche più nel dettaglio: non erano persone che arrivavano dalle lande remote della Federazione Russa, ma gente di Mosca, di cui aveva riconosciuto distintamente l’accento. In base a queste parole, si smentirebbe, quindi, la teoria che a compiere i crimini siano stati individui reclutati dalle zone meno progredite di un paese enorme e non uniformemente emancipato come la Russia. Tra gli strumenti di tortura vengono elencati la corrente elettrica, i teaser, i manganelli e altre atrocità di questo tono. Un rilievo simbolico viene dato al fatto che, con l’indipendenza, l’Ucraina aveva chiuso alcune prigioni del tempo sovietico perché i detenuti vi erano tenuti in condizioni disumane; inutile dire che i russi le hanno immediatamente riaperte e utilizzate proprio contro gli ucraini. La denuncia dell’utilizzo da parte dei russi delle bombe a grappolo, un’arma messa praticamente al bando dalla comunità internazionale, è solo la ciliegina sulla torta di una strategia di aggressione difficilmente difendibile per gli invasori. Un quadro generale molto fosco ma Under Deadly Skies: Ukraine’s Eastern Front prova a chiudere in modo non troppo pessimista. Dopo le drammatiche parole di un sopravvissuto, “Se l’Inferno esiste, era Kherson”, il film ci lascia con un moto di speranza legato all’umanità della gente comune ucraina che spera nella pace e non chiede nemmeno vendetta. “Queste persone ordinarie, sono straordinarie”: parole di John Sweeney, e viene da pensare che sia proprio un tipo a cui credere.



Alla guerra Russo-Ucraina, Quando la città dorme ha dedicato il volume LA STUDENTESSA E L'ORSO, uno studio su questo atroce conflitto fatto attraverso il cinema. 

venerdì 20 marzo 2026

UKRAINIAN INDEPENDENCE. AS IT IS

1803_ UKRAINIAN INDIPENDECE. AS IT IS . Ucraina, 2023. Regia di Volodymyr Tykhyy

Il 24 agosto, la ricorrenza dell’Indipendenza dell’Ucraina, è festeggiata nel Paese sempre con maggior vigore da quando, il 24 febbraio del 2022, ha avuto inizio l’invasione su vasta scala. In effetti è curioso che il Cremlino abbia deciso di attaccare l’Ucraina proprio nel giorno, per così dire, più «lontano» del calendario, a sei mesi esatti. In ogni caso, il collettivo di documentaristi Babilon’13, attivo fin dal 2014 nel tentativo di combattere la macchina della propaganda di Mosca, ha prodotto, per la ricorrenza del 2023, un film ad hoc: Ukrainian Indipendence: As it is. Alla regia uno dei suoi cineasti più esperti del gruppo, Volodymyr Tykhyy, già autore di Lethal Kitten e One day in Ukraine, quest’ultimo in collaborazione con gli altri registi del collettivo. Per Ukrainian Indipendence. As it is, si ripete sostanzialmente la formula, con Tykhyy regista e supervisore generale, dal momento che le undici storie si svolgono tutte il 24 agosto 2022, in città diverse, Kyiv, Leopoli, Karkiv, Mykolaiv, Odesa e al fronte nei pressi di Donetsk, e quindi vari cineasti si sono sparpagliati per il Paese per darne resoconto filmato. Protagonisti dei vari segmenti narrativi sono persone che si occupano di differenti attività: alcuni militari, tra cui anche una donna col ruolo di lanciamissili anticarro, ma anche artisti, ex politici o un giovanissimo addetto alle pulizie di un pub. Insomma, un mosaico di vita per ribadire con forza il diritto di esistere dell’Ucraina.        



Alla guerra Russo-Ucraina, Quando la città dorme ha dedicato il volume LA STUDENTESSA E L'ORSO, uno studio su questo atroce conflitto fatto attraverso il cinema. 

giovedì 5 marzo 2026

MYRNYI - 21

 1798_ MYRNYI - 21, Ucraina, 2023. Regia di Akhtem Seitablaev

Se c’è un cineasta particolarmente attivo nel raccontare sin dai primi vagiti la guerra russo-ucraina, questi è Akhtem Seitablaev: è stato interprete nello splendido Homeward [Homeward, Nariman Aliev, 2019], coregista del profetico Nomery [Nomery, Oleg Sentsov e Akhtem Seitablaev, 2020], regista dell’avvincente Cyborgs – Heroes never die [Cyborgs – Heroes never die, Akhtem Seitablaev, 2017] e della miniserie televisiva Dobrovolets [Dobrovolets, Akhtem Seitablaev, 2020]. Tra gli argomenti trattati, si va dalla Crimea, dal punto di vista tataro –storica minoranza etnica della penisola, a cui appartiene il regista– all’assedio dell’aeroporto di Donetsk [Seconda Battaglia dell’aeroporto di Donetsk, settembre 2014, gennaio 2015], alle gesta dei militari volontari ucraini impegnati nella guerra contro l’aggressione russa. Con uno sforzo di fantasia, si può leggere una metafora all’attuale situazione ucraina anche in un altro recente film di Seitablaev, The Rising Hawk – L’ascesa del Falco [The Rising Hawk – L’ascesa del Falco, The Rising Hawk, Akhtem Seitablaev e John Wyn, 2019]. Si tratta di un film storico ambientato nel XIII secolo, ispirato dal libro Zakhar Berkut di Ivan Franko, che racconta della Rus’ di Kyiv ai tempi delle invasioni mongole. Zakhar Berkut è il capo di un villaggio sui Carpazi ucraini tradito dal boiardo Tugar, il nobile di riferimento dell’area, che accetterà di  «vendere» i suoi sudditi ai predoni mongoli di Burhunda, in cambio del proprio tornaconto. Volendo vedere, lo sforzo non è nemmeno eccessivo: se poniamo che il villaggio sui Carpazi sia l’Ucraina, il presidente Yanukovich sia il boiardo Tugar e Putin sia Burhunda, a quel punto il gioco è fatto. Per onestà intellettuale è utile ricordare che la Produzione di The Rising Hawk – L’ascesa del Falco è frutto di una cooperazione ucraino-statunitense, cosa per altro intuibile dal cast e dall’aspetto formale mainstream dell’opera. In che accresce l’ipotesi che, nel film, ci sia un intento propagandistico, per quanto in forma indiretta. 

Un anno dopo l’inizio della famigerata Operazione Militare Speciale voluta da Putin, Seitablaev ritorna ad uno dei momenti topici dell’inizio della crisi, all’indomani dell’annessione della Crimea alla Federazione Russa. I protagonisti della vicenda sono i militari della Guardie di Frontiera di Luhans'k in quei primi di marzo del 2014. La situazione è tesa anche da un punto di vista geografico: il capoluogo è situato nella parte orientale  dell’Oblast' ed è, infatti, a solo una ventina di chilometri dal confine con la Russia. La guarnigione si trova praticamente intrappolata nel proprio territorio, dove scorre sempre più ardente il sentimento secessionista. Quelli che erano fino a pochi giorni prima semplici colleghi, stanno diventando, minuto dopo minuto, veri e propri nemici: Seitablaev comunica questo spaesamento allo spettatore non dilungandosi in dettagli e spiegazioni sui corpi militari di appartenenza, per cui, soprattutto nelle fasi iniziali, si fatica un po’ a prendere le giuste coordinate narrative. Personaggi nemici tra loro, come il colonnello Avdieiev (Andrii Saminin), comandante del posto di frontiera ucraino, e Molotov (Ihor Dymov), ambiguo leader separatista, si conoscono, hanno confidenza tra loro, si chiamano al cellulare quando vogliono proporre trattative, sebbene rimangano entrambi fedeli ai propri ideali. Non è però usuale, in uno scenario bellico, vedere i rispettivi capi delle due fazioni, schierate e pronte alla battaglia, scambiarsi telefonate se non proprio cordiali, quantomeno educate e rispettose. Anche questo concorda, insieme alle poche informazioni sulle forze in campo, a creare quella sensazione di straniamento probabilmente simile a quella che vissero i cittadini di queste regioni del Donbas, che si trovarono catapultati dall’oggi al domani nel mezzo di una guerra civile, con amici di infanzia, quando non mogli, mariti, fidanzate o fidanzate, che spesso finirono dall’altra parte della «barricata ». In quest’ottica il lavoro di Seitablaev è funzionale, perché, nonostante questo spaesamento, lo spettatore è trainato dentro la storia dalle varie trame, non esattamente capolavori di costruzione narrativa ma comunque efficaci.


C’è, ad esempio, il figlio di papà, il tenente Dober (Maksym Devizorov), che, oltre a combinare un pasticcio dietro l’altro, soffre dell’ingerenza dell’ingombrante padre (Oleh Stefanov) mentre cerca vanamente di flirtare con la bella infermiera Maryna (Lorena Kalibabchuck) facendo inavvertitamente ingelosire il fidanzato di Olia (Marila Shtofa) e altro ancora. Come da copione, nel finale è poi in grado di riscattare i ripetuti errori con un’azione che permette a tutto il contingente di fare fagotto dalla caserma sotto assedio e, in quel momento, sul punto di cedere. I Separatisti hanno infatti ricevuto gli aiuti militari dalla Russia, mezzi corazzati e tutto il necessario per sfondare le barricate e al colonnello Avdieiev non rimane altro da fare che provare a tagliare la corda salvando più vite possibile, conservando armi e insegne. Da segnalare, nel cast, la presenza di Evgeniy Lamakh, Larysa Rusnak e Oleksii Trytenko, con quest’ultimo che interpreta Koiot, il classico stereotipo del soldato russo alla «Ivan Drago» [il pugile russo interpretato da Dolph Lundgren, rivale di Rocky Balboa in Rocky IV, Sylvester Stallone, 1985] che, tuttavia, riserva agli spettatori una sorpresa nel finale. Solo un colpo di scena fine a sé stesso? Oppure un modo per dire, da parte del regista Seitablaev, che il regime sovietico, di cui Koiot rappresenta uno dei cliché più efficaci, era preferibile, era più «onesto», dei più suadenti e affabili nuovi interlocutori come Molotov? Tra l’altro, Molotov, come nome, oltre che al discusso statista sovietico, rimanda alla famosa bottiglia incendiaria: dall’aspetto innocuo ma letale. Una politica di comunicazione utilizzata spesso, in quei primi anni della crisi russo-ucraina, da parte del Cremlino, se si pensa anche alle cosiddette «Persone Educate» o «Persone Gentili», ovvero le truppe di Mosca che si introdussero clandestinamente in Crimea agevolandone la successiva annessione alla Federazione Russa. In definitiva Myrnyi-21 è un buon film d’azione, avvincente e adrenalinico, con alcuni spunti interessanti. Merita una citazione anche la battuta con cui il colonnello Avdieiev ammonisce il rivale Molotov che si appresta ad attaccare il presidio delle Guardie di Frontiera ucraine: “Non mordere più di quanto puoi masticare”. Un avvertimento che, se pensiamo agli evidenti obiettivi dell’attacco su vasta scala del 24 febbraio 2022, poi ridimensionati alla sola area orientale dell’Ucraina, sarebbe stato utile anche per Mosca.   


     

 

 LA STUDENTESSA E L'ORSO è uno studio sulla guerra russo-ucraina attraverso il cinema. 

domenica 15 febbraio 2026

GLORY TO THE HEROES

1792 GLORY TO THE HEROES . Francia, Ucraina 2023. Regia di Bernard-Henri Lévy e Marc Roussel  

Nell’originale francese, andato in onda su France 2 nel novembre del 2023, il terzo capitolo filmico sulla guerra in Ucraina di Bernard-Henri Lévy e Marc Roussel, si intitolava L’Ucraine au cœur, l’Ucraina a cuore. Per l’edizione internazionale, adottata anche in Italia, si è scelto Glory to the Heroes, gloria agli eroi, un termine certamente azzeccato se consideriamo il contenuto del nuovo documentario di Lévy. Ma che evidenzia un altro significato, che forse è anche quello più importante. Nei suoi tre film dedicati alla guerra russo-ucraina, il filosofo francese si è subito schierato dalla parte di Kyiv, apertamente ed esplicitamente. Il secondo documentario di quella che, almeno per ora, sembra una trilogia a tema, si intitola Slavia Ukraini, ovvero gloria all’Ucraina, che è la prima parte del saluto nazionale che ha più di cent’anni ma che sta furoreggiando nel Paese da quando è cominciato il tentativo dei filorussi di divere l’integrità della nazione. Quando si ode uno Slava Ukraini, gli ucraini rispondono prontamente Heroiam Slava, che significa appunto «gloria agli eroi», ovvero il titolo di questo nuovo documentario della coppia Lévy – Roussel. Questo terzo documentario ricalca quindi i film precedenti dando forse più spazio alla componente bellica, presentandosi come una sorta di diario di guerra. Le qualità sono le sempre le stesse, è indiscutibile che Lévy ci metta sempre la faccia e metta a repentaglio la sua vita per raccontare quello che gli sta a cuore; chi lo trova insopportabile per la sua vena autocompiaciuta, avrà di che lagnarsi anche in questa circostanza, ma l’impressione, per questi severi critici, è che stiano guardando il dito anziché la Luna. L’attenzione che il filosofo presta agli stranieri impiegati al fianco degli ucraini come volontari, lascia intendere come Lévy voglia ricordare all’Europa e al mondo occidentale che questa è una guerra contro la tirannia. E non è la guerra dell’Ucraina ma la guerra del mondo libero che viene combattuta dalla sola Ucraina. Difficile dargli torto.      



 

 LA STUDENTESSA E L'ORSO è uno studio sulla guerra russo-ucraina attraverso il cinema. 

giovedì 12 febbraio 2026

SLAVA UKRAINI

1791_SLAVA UKRAINI . Francia, Ucraina 2023. Regia di Bernard-Henri Lévy e Marc Roussel 

Per quanto può suonare strano, trattandosi di un documentario, Slava Ukraini è di fatto il sequel del precedente film sull’argomento di Bernard-Henri Lévy e Marc Roussel, Pourque l’Ukraine. In questo caso, il secondo capitolo non è stato però indotto dal successo del primo, ma dal fatto che la guerra in Ucraina, anziché avviarsi verso una conclusione, si è ulteriormente incancrenita. E le prospettive non sembrano affatto rosee: Putin, dopo aver fallito la sua moderna versione della Blizkrieg, la guerra lampo di nazista memoria, e non essere riuscito a far capitolare Kyiv in pochi giorni, sembra poter gradire il cronicizzarsi della situazione instabile. Per far questo, e mantenere uno stato di tensione perenne che gli garantisca il mantenimento del potere, ha bisogno che la comunità internazionale si adegui ai suoi piani. Un rischio molto concreto, visto che l’occidente sembra essere in una condizione a metà tra lo spaventato dalle minacce di un’escalation atomica, che il Cremlino agita ad arte con sempre più frequenza, e l’essersi abituato, se non addirittura annoiato –sì, proprio annoiato– per vie delle perpetue tragiche notizie che arrivano quotidianamente dal fronte di guerra ucraino. Lo scopo dichiarato di Bernard-Henri Lévy è proprio scongiurare che un oblio di comodo scenda sul teatro di guerra che sta insanguinando ancora, in questo terzo millennio, l’Europa. Slava Ukraini riprende quindi dove si interrompeva Pourque l’Ukraine, seguendo i ripetuti viaggi del filosofo francese lungo il fronte di guerra, per un reportage non particolarmente raffinato ma certamente esplicito e inequivocabile, a costo di essere perfino duro in qualche passaggio. Considerato i lodevoli intenti di Lévy, passano in secondo piano le critiche che qualcuno ha mosso all’autore, sempre piuttosto vistoso nel suo muoversi sulla scena. Il suo peregrinare è capillare, ben documentato da mappe che aggiornano i suoi spostamenti, e gli scenari e le persone che l’intellettuale francese incontra sono diversi e sorprendenti. La donna che prepara il borsch, una minestra tipica ucraina, sul fuoco in cortile, o un’altra che mostra il suo appartamento devastato, con la sedia posta in bagno, sulla quale ha passato la notte, senza più vetri alle finestre, col clima non certo mite dell’Ucraina. A Kherson, da poco liberata, la gente si affolla in piazza, per caricare gli smartphone ad alcuni alimentatori posti appositamente: la speranza è che qualcuno dei tanti dispersi possa venire rintracciato. Ma le ambientazioni sono molteplici e diverse, con il filosofo che riesce perfino ad aggregarsi alle truppe militari, per quanto la cosa possa essere piuttosto sorprendente. Il commento di Lévy è sempre un elemento divisivo: se ha un indiscusso valore il suo essere esplicito, senza paura di accusare facendo nomi e cognomi, se ritiene sia la cosa giusta da fare, spesso esagera nell’enfatizzazione retoricamente poetica delle sue definizioni. Prendere o lasciare: i documentari di Bernard-Henri Lévy mostrano realtà spesso scomode, ma l’ingombrante figura del filosofo francese è parte del pacchetto completo. Slava Ukraini è comunque da prendere.


 

 LA STUDENTESSA E L'ORSO è uno studio sulla guerra russo-ucraina attraverso il cinema. 

lunedì 9 febbraio 2026

POURQUOI L’UKRAINE

1790_POURQUOI L'UKRAINE . Francia, 2022. Regia di Bernard-Henri Lévy e Marc Riussel

Al di là delle opinioni personali che si possono avere sul conto del filosofo francese Bernard-Henri Lévy, il suo documentario Pourquoi l’Ukraine mette a segno alcuni passaggi indispensabili nella comprensione della guerra russo-ucraina. Il film, di cui l’intellettuale è coregista insieme a Marc Roussel, uscì nel giugno 2022, poco più di tre mesi dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale voluta da Putin, è particolarmente ben costruito e chiaro nella scansione degli eventi. L’aspetto più interessante è che Lévy, ripartendo, giustamente, dai fatti di Euromaidan, può sfilarsi un asso dalla manica che aiuta non poco a dipanare la questione. Lévy, in quei tumultuosi giorni ucraini delle proteste di Piazza Indipendenza, era presente, chiamato direttamente sul palco, e può quindi portare testimonianza diretta, oltretutto corredata da ripresa video. Già la definizione che dà nel commento a Pourquoi l’Ukraine, a proposito delle proteste di Maidan è particolarmente ficcante: “Un mix tra il Maggio 1968 e la Presa della Bastiglia”. In effetti, il morbido commento a corredo di Pourquoi l’Ukraine è particolarmente puntuale, del resto Lévy è uno scrittore. Ma sono le sue parole dell’epoca, dette al microfono davanti alla folla dei manifestanti ucraini, a gelare il sangue delle vene: “Noi europei sappiamo che il destino dell’Europa si gioca qui, a Maidan!”. Questo, quando al tempo, spesso si sentiva parlare di Euromaidan come di un moto di protesta locale e inerente alla sola Ucraina. Anche perché, la Comunità Europea, che in Italia come altrove è spesso intesa come sinonimo di Europa, nel 2014 aveva l’indice di popolarità già ai minimi storici. Pertanto, il suo destino non era particolarmente a cuore dei cittadini italiani, situazione che oggi potrebbe anche essere cambiata, ma eventualmente non certo in meglio. In ogni caso, è evidente che Lévy avesse intuito la crucialità del momento. Tant’è che, nelle parole successive, è perfino più esplicito: “Lascerò Kyiv con il cuore che sanguina perché so che il peggio è possibile”. È qui che il freddo ci corre davvero lungo la schiena, quasi un brivido di hitchcockiana memoria, sapendo ormai, con assoluta certezza, la tragedia che ci avrebbe atteso. L’intellettuale francese era consapevole dell’enorme rischio, sin già dal febbraio 2014, ovvero che Putin non si sarebbe limitato ad un appoggio alle milizie filorusse ma sarebbe intervenuto direttamente. E se Lévy lo sapeva, al punto di parlarne in pubblico, il dubbio che non si sia fatto abbastanza per evitare la catastrofe, a livello internazionale, è quantomeno lecito. Una catastrofe di cui Pourquoi l’Ukraine fornisce un quadro piuttosto nitido ed esplicito. Ci sono le immagini della distruzione insensata lasciata dagli aggressori a Buča e Irpin, del massacro di Kramatorsk e poi Mariupol’, con la tragica vicenda dell’Azovstal. Lévy è sempre presente, inizialmente nel suo elegante cappotto nero, poi, man mano che si addentra nella zona di guerra, passa ad abiti più consoni, tuttavia il suo non sembra un presenzialismo narcisista o fine a sé stesso. Parla con tutti i principali attori politici, da Zelensky a Porošenko alla Tymošenko, ma riesce a contattare anche Ilya Samoilenko, assediato, senza speranza di cavarsela, con il suo Reggimento Azov dentro le citate acciaierie Azovstal in Mariupol. Lévy è certamente un artista eclettico, filosofo, saggista e giornalista, recita la sua biografia, e sa che se un’immagine vale mille parole –e infatti sta appunto dirigendo un film– ma sa anche che l’uso di queste è cruciale al fine di far arrivare il messaggio. Pourquoi l’Ukraine è punteggiato da frasi ad effetto che si alternano a scene o a concetti che lasciano il segno. Dalla risposta di Zelenski a Biden che gli offriva una via di fuga, “Ho bisogno di munizioni, non di un taxi”, alla definizione di Mariupol’, “La Guernica ucraina” nel commento del film, come detto, opera dello stesso Lévy. Poi l’esplicita accusa ai militari russi protagonisti dei crimini di Bucha e Irpin, “Un esercito di codardi che si è vendicato contro i civili” per l’indomita resistenza delle truppe ucraine, al pesante rimprovero per Stati Uniti ed Europa, rei di assistere muti e inermi “All’apocalisse diffuso in Tv come una telenovela”. Ma anche il rispetto per l’attenzione tutta ucraina per i caduti in battaglia, un’altra forma di resistenza all’aggressore, secondo l’intellettuale francese, e un pizzico di speranza, coi bambini che, per gioco, inscenano un posto di blocco e fermano le auto proprio come dei veri militari. Ironia se n’è vede tutto sommato poca, anche perché lo stesso presidente ucraino, ex attore comico, conferma che non è esattamente il momento. In questo terreno il campo è lasciato agli invasori che, su un muro di Bucha, simbolo assoluto dell’inumana, spietata e criminale aggressione, hanno lasciato un murales che è firma emblematica del loro rispetto per la vita umana: “Dalla Russia con amore”.     


 

    LA STUDENTESSA E L'ORSO è uno studio sulla guerra russo-ucraina attraverso il cinema. 



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