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lunedì 9 febbraio 2026

POURQUOI L’UKRAINE

1790_POURQUOI L'UKRAINE Francia, 2022. Regia di Bernard-Henri Lévy

Al di là delle opinioni personali che si possono avere sul conto del filosofo francese Bernard-Henri Lévy, il suo documentario Pourquoi l’Ukraine mette a segno alcuni passaggi indispensabili nella comprensione della guerra russo-ucraina. Il film, di cui l’intellettuale è coregista insieme a Marc Roussel, uscì nel giugno 2022, poco più di tre mesi dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale voluta da Putin, è particolarmente ben costruito e chiaro nella scansione degli eventi. L’aspetto più interessante è che Lévy, ripartendo, giustamente, dai fatti di Euromaidan, può sfilarsi un asso dalla manica che aiuta non poco a dipanare la questione. Lévy, in quei tumultuosi giorni ucraini delle proteste di Piazza Indipendenza, era presente, chiamato direttamente sul palco, e può quindi portare testimonianza diretta, oltretutto corredata da ripresa video. Già la definizione che dà nel commento a Pourquoi l’Ukraine, a proposito delle proteste di Maidan è particolarmente ficcante: “Un mix tra il Maggio 1968 e la Presa della Bastiglia”. In effetti, il morbido commento a corredo di Pourquoi l’Ukraine è particolarmente puntuale, del resto Lévy è uno scrittore. Ma sono le sue parole dell’epoca, dette al microfono davanti alla folla dei manifestanti ucraini, a gelare il sangue delle vene: “Noi europei sappiamo che il destino dell’Europa si gioca qui, a Maidan!”. Questo, quando al tempo, spesso si sentiva parlare di Euromaidan come di un moto di protesta locale e inerente alla sola Ucraina. Anche perché, la Comunità Europea, che in Italia come altrove è spesso intesa come sinonimo di Europa, nel 2014 aveva l’indice di popolarità già ai minimi storici. Pertanto, il suo destino non era particolarmente a cuore dei cittadini italiani, situazione che oggi potrebbe anche essere cambiata, ma eventualmente non certo in meglio. In ogni caso, è evidente che Lévy avesse intuito la crucialità del momento. Tant’è che, nelle parole successive, è perfino più esplicito: “Lascerò Kyiv con il cuore che sanguina perché so che il peggio è possibile”. È qui che il freddo ci corre davvero lungo la schiena, quasi un brivido di hitchcockiana memoria, sapendo ormai, con assoluta certezza, la tragedia che ci avrebbe atteso. L’intellettuale francese era consapevole dell’enorme rischio, sin già dal febbraio 2014, ovvero che Putin non si sarebbe limitato ad un appoggio alle milizie filorusse ma sarebbe intervenuto direttamente. E se Lévy lo sapeva, al punto di parlarne in pubblico, il dubbio che non si sia fatto abbastanza per evitare la catastrofe, a livello internazionale, è quantomeno lecito. Una catastrofe di cui Pourquoi l’Ukraine fornisce un quadro piuttosto nitido ed esplicito. Ci sono le immagini della distruzione insensata lasciata dagli aggressori a Buča e Irpin, del massacro di Kramatorsk e poi Mariupol’, con la tragica vicenda dell’Azovstal. Lévy è sempre presente, inizialmente nel suo elegante cappotto nero, poi, man mano che si addentra nella zona di guerra, passa ad abiti più consoni, tuttavia il suo non sembra un presenzialismo narcisista o fine a sé stesso. Parla con tutti i principali attori politici, da Zelensky a Porošenko alla Tymošenko, ma riesce a contattare anche Ilya Samoilenko, assediato, senza speranza di cavarsela, con il suo Reggimento Azov dentro le citate acciaierie Azovstal in Mariupol. Lévy è certamente un artista eclettico, filosofo, saggista e giornalista, recita la sua biografia, e sa che se un’immagine vale mille parole –e infatti sta appunto dirigendo un film– ma sa anche che l’uso di queste è cruciale al fine di far arrivare il messaggio. Pourquoi l’Ukraine è punteggiato da frasi ad effetto che si alternano a scene o a concetti che lasciano il segno. Dalla risposta di Zelenski a Biden che gli offriva una via di fuga, “Ho bisogno di munizioni, non di un taxi”, alla definizione di Mariupol’, “La Guernica ucraina” nel commento del film, come detto, opera dello stesso Lévy. Poi l’esplicita accusa ai militari russi protagonisti dei crimini di Bucha e Irpin, “Un esercito di codardi che si è vendicato contro i civili” per l’indomita resistenza delle truppe ucraine, al pesante rimprovero per Stati Uniti ed Europa, rei di assistere muti e inermi “All’apocalisse diffuso in Tv come una telenovela”. Ma anche il rispetto per l’attenzione tutta ucraina per i caduti in battaglia, un’altra forma di resistenza all’aggressore, secondo l’intellettuale francese, e un pizzico di speranza, coi bambini che, per gioco, inscenano un posto di blocco e fermano le auto proprio come dei veri militari. Ironia se n’è vede tutto sommato poca, anche perché lo stesso presidente ucraino, ex attore comico, conferma che non è esattamente il momento. In questo terreno il campo è lasciato agli invasori che, su un muro di Bucha, simbolo assoluto dell’inumana, spietata e criminale aggressione, hanno lasciato un murales che è firma emblematica del loro rispetto per la vita umana: “Dalla Russia con amore”.     


 

    LA STUDENTESSA E L'ORSO è uno studio sulla guerra russo-ucraina attraverso il cinema. 



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