1798_ MYRNYI - 21, Ucraina, 2023. Regia di Akhtem Seitablaev

Se
c’è un cineasta particolarmente attivo nel raccontare sin dai primi vagiti la
guerra russo-ucraina, questi è Akhtem Seitablaev: è stato interprete nello
splendido Homeward [Homeward, Nariman Aliev, 2019],
coregista del profetico Nomery [Nomery, Oleg Sentsov e Akhtem Seitablaev,
2020], regista dell’avvincente Cyborgs – Heroes never die [Cyborgs –
Heroes never die, Akhtem
Seitablaev, 2017] e della miniserie televisiva Dobrovolets [Dobrovolets,
Akhtem Seitablaev,
2020]. Tra gli argomenti trattati, si va dalla Crimea, dal punto di vista
tataro –storica minoranza etnica della penisola, a cui appartiene il regista–
all’assedio dell’aeroporto di Donetsk [Seconda Battaglia dell’aeroporto di
Donetsk, settembre 2014, gennaio 2015], alle gesta dei militari volontari
ucraini impegnati nella guerra contro l’aggressione russa. Con uno sforzo di
fantasia, si può leggere una metafora all’attuale situazione ucraina anche in
un altro recente film di
Seitablaev, The Rising Hawk – L’ascesa del Falco [The Rising Hawk –
L’ascesa del Falco, The Rising Hawk, Akhtem Seitablaev e John Wyn,
2019]. Si tratta di un film storico ambientato nel XIII secolo, ispirato
dal libro Zakhar Berkut di Ivan Franko, che racconta della Rus’ di Kyiv
ai tempi delle invasioni mongole. Zakhar Berkut è il capo di un villaggio sui
Carpazi ucraini tradito dal boiardo Tugar, il nobile di riferimento dell’area,
che accetterà di «vendere» i suoi sudditi ai predoni
mongoli di Burhunda, in cambio del proprio tornaconto. Volendo vedere, lo
sforzo non è nemmeno eccessivo: se poniamo che il villaggio sui Carpazi sia
l’Ucraina, il presidente Yanukovich sia il boiardo Tugar e Putin sia Burhunda,
a quel punto il gioco è fatto. Per onestà intellettuale è utile ricordare che
la Produzione di The Rising Hawk – L’ascesa del Falco è frutto di una
cooperazione ucraino-statunitense, cosa per altro intuibile dal cast e
dall’aspetto formale mainstream dell’opera. In che accresce l’ipotesi che, nel
film, ci sia un intento propagandistico, per quanto in forma indiretta.

Un
anno dopo l’inizio della famigerata Operazione Militare Speciale voluta da
Putin, Seitablaev ritorna ad uno dei momenti topici dell’inizio della crisi,
all’indomani dell’annessione della Crimea alla Federazione Russa. I protagonisti
della vicenda sono i militari della Guardie di Frontiera di Luhans'k in
quei primi di marzo del 2014. La situazione è tesa anche da un punto di vista
geografico: il capoluogo è situato nella parte orientale dell’Oblast' ed è, infatti, a solo una
ventina di chilometri dal confine con la Russia. La guarnigione si trova
praticamente intrappolata nel proprio territorio, dove scorre sempre più
ardente il sentimento secessionista. Quelli che erano fino a pochi giorni prima
semplici colleghi, stanno diventando, minuto dopo minuto, veri e propri nemici:
Seitablaev comunica
questo spaesamento allo spettatore non dilungandosi in dettagli e spiegazioni
sui corpi militari di appartenenza, per cui, soprattutto nelle fasi iniziali,
si fatica un po’ a prendere le giuste coordinate narrative. Personaggi nemici
tra loro, come il colonnello Avdieiev (Andrii Saminin),
comandante del posto di frontiera ucraino, e Molotov (Ihor Dymov), ambiguo
leader separatista, si conoscono, hanno confidenza tra loro, si chiamano al
cellulare quando vogliono proporre trattative, sebbene rimangano entrambi
fedeli ai propri ideali. Non è però usuale, in uno scenario bellico, vedere i
rispettivi capi delle due fazioni, schierate e pronte alla battaglia,
scambiarsi telefonate se non proprio cordiali, quantomeno educate e rispettose.
Anche questo concorda, insieme alle poche informazioni sulle forze in campo, a
creare quella sensazione di straniamento probabilmente simile a quella che
vissero i cittadini di queste regioni del Donbas, che si trovarono catapultati
dall’oggi al domani nel mezzo di una guerra civile, con amici di infanzia,
quando non mogli, mariti, fidanzate o fidanzate, che spesso finirono dall’altra
parte della «barricata ». In
quest’ottica il lavoro di Seitablaev
è funzionale, perché, nonostante questo spaesamento, lo spettatore è trainato
dentro la storia dalle varie trame, non esattamente capolavori di costruzione
narrativa ma comunque efficaci.

C’è, ad esempio, il figlio di papà, il tenente
Dober (Maksym Devizorov), che, oltre a combinare un pasticcio dietro l’altro,
soffre dell’ingerenza dell’ingombrante padre (Oleh Stefanov) mentre cerca vanamente
di flirtare con la bella infermiera Maryna (Lorena
Kalibabchuck) facendo inavvertitamente ingelosire il fidanzato di Olia
(Marila Shtofa) e altro ancora. Come da copione, nel finale è poi in grado di
riscattare i ripetuti errori con un’azione che permette a tutto il contingente
di fare fagotto dalla caserma sotto assedio e, in quel momento, sul punto di
cedere. I Separatisti hanno infatti ricevuto gli aiuti militari dalla Russia,
mezzi corazzati e tutto il necessario per sfondare le barricate e al colonnello
Avdieiev non rimane altro da fare che provare a tagliare la corda salvando più
vite possibile, conservando armi e insegne. Da segnalare, nel cast, la presenza
di Evgeniy Lamakh, Larysa Rusnak e Oleksii Trytenko,
con quest’ultimo che interpreta Koiot, il classico stereotipo del soldato russo
alla «Ivan Drago» [il pugile russo interpretato da Dolph Lundgren, rivale
di Rocky Balboa in Rocky IV, Sylvester Stallone, 1985] che, tuttavia,
riserva agli spettatori una sorpresa nel finale. Solo un colpo di scena fine a
sé stesso? Oppure un modo per dire, da parte del regista Seitablaev, che il
regime sovietico, di cui Koiot rappresenta uno dei cliché più efficaci, era
preferibile, era più «onesto», dei più suadenti e affabili nuovi
interlocutori come Molotov? Tra l’altro, Molotov, come nome, oltre che al
discusso statista sovietico, rimanda alla famosa bottiglia incendiaria:
dall’aspetto innocuo ma letale. Una politica di comunicazione utilizzata
spesso, in quei primi anni della crisi russo-ucraina, da parte del Cremlino, se
si pensa anche alle cosiddette «Persone
Educate» o «Persone Gentili», ovvero le truppe di Mosca che si introdussero
clandestinamente in Crimea agevolandone la successiva annessione alla
Federazione Russa. In definitiva Myrnyi-21 è un buon film d’azione,
avvincente e adrenalinico, con alcuni spunti interessanti. Merita una citazione
anche la battuta con cui il colonnello Avdieiev ammonisce
il rivale Molotov che si appresta ad attaccare il presidio delle Guardie di
Frontiera ucraine: “Non mordere più di quanto puoi masticare”. Un avvertimento
che, se pensiamo agli evidenti obiettivi dell’attacco su vasta scala del 24 febbraio 2022, poi ridimensionati alla sola area
orientale dell’Ucraina, sarebbe stato utile anche per Mosca.

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