1791_SLAVA UKRAINI . Francia, Ucraina 2023. Regia di Bernard-Henri Lévy e Marc Roussel
Per quanto può suonare strano, trattandosi di un documentario, Slava Ukraini è di fatto il sequel del precedente film sull’argomento di Bernard-Henri Lévy e Marc Roussel, Pourque l’Ukraine. In questo caso, il secondo capitolo non è stato però indotto dal successo del primo, ma dal fatto che la guerra in Ucraina, anziché avviarsi verso una conclusione, si è ulteriormente incancrenita. E le prospettive non sembrano affatto rosee: Putin, dopo aver fallito la sua moderna versione della Blizkrieg, la guerra lampo di nazista memoria, e non essere riuscito a far capitolare Kyiv in pochi giorni, sembra poter gradire il cronicizzarsi della situazione instabile. Per far questo, e mantenere uno stato di tensione perenne che gli garantisca il mantenimento del potere, ha bisogno che la comunità internazionale si adegui ai suoi piani. Un rischio molto concreto, visto che l’occidente sembra essere in una condizione a metà tra lo spaventato dalle minacce di un’escalation atomica, che il Cremlino agita ad arte con sempre più frequenza, e l’essersi abituato, se non addirittura annoiato –sì, proprio annoiato– per vie delle perpetue tragiche notizie che arrivano quotidianamente dal fronte di guerra ucraino. Lo scopo dichiarato di Bernard-Henri Lévy è proprio scongiurare che un oblio di comodo scenda sul teatro di guerra che sta insanguinando ancora, in questo terzo millennio, l’Europa. Slava Ukraini riprende quindi dove si interrompeva Pourque l’Ukraine, seguendo i ripetuti viaggi del filosofo francese lungo il fronte di guerra, per un reportage non particolarmente raffinato ma certamente esplicito e inequivocabile, a costo di essere perfino duro in qualche passaggio. Considerato i lodevoli intenti di Lévy, passano in secondo piano le critiche che qualcuno ha mosso all’autore, sempre piuttosto vistoso nel suo muoversi sulla scena. Il suo peregrinare è capillare, ben documentato da mappe che aggiornano i suoi spostamenti, e gli scenari e le persone che l’intellettuale francese incontra sono diversi e sorprendenti. La donna che prepara il borsch, una minestra tipica ucraina, sul fuoco in cortile, o un’altra che mostra il suo appartamento devastato, con la sedia posta in bagno, sulla quale ha passato la notte, senza più vetri alle finestre, col clima non certo mite dell’Ucraina. A Kherson, da poco liberata, la gente si affolla in piazza, per caricare gli smartphone ad alcuni alimentatori posti appositamente: la speranza è che qualcuno dei tanti dispersi possa venire rintracciato. Ma le ambientazioni sono molteplici e diverse, con il filosofo che riesce perfino ad aggregarsi alle truppe militari, per quanto la cosa possa essere piuttosto sorprendente. Il commento di Lévy è sempre un elemento divisivo: se ha un indiscusso valore il suo essere esplicito, senza paura di accusare facendo nomi e cognomi, se ritiene sia la cosa giusta da fare, spesso esagera nell’enfatizzazione retoricamente poetica delle sue definizioni. Prendere o lasciare: i documentari di Bernard-Henri Lévy mostrano realtà spesso scomode, ma l’ingombrante figura del filosofo francese è parte del pacchetto completo. Slava Ukraini è comunque da prendere.



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