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venerdì 6 ottobre 2023

IL DESTINO DEGLI UOMINI

1371_IL DESTINO DEGLI UOMINI . Italia, 2018; Regia di Leonardo Tiberi.

Si chiude con Il destino degli uomini la curiosa trilogia dedicata alla Grande Guerra da Leonardo Tiberi. Se Fango e Gloria (2014), aveva destato qualche perplessità, più nel risultato che nella lodevole intenzione, Il destino degli uomini conferma i miglioramenti già presenti in Noi eravamo (2017). L’operazione chirurgica di assemblaggio, che caratterizza questa trilogia bellica, raggiunge infatti il suo apice in questo Il destino degli uomini, con un pregevole risultato complessivo frutto di un lavoro che presenta almeno due innesti dislocati su differenti livelli. Il più evidente di questi innesti, quello ormai consolidato in questi film di Tiberi, è quello tra il materiale d’archivio e una ricostruzione di fiction, in questo caso di buona qualità, seppur di matrice ancora troppo televisiva. In ogni caso, convincente l’interpretazione di Andrea Sartoretti che ci permette di conoscere un autentico eroe della nostra Storia, quel Luigi Rizzo artefice della mitica Impresa di Premuda, evento più importante del lungometraggio. E, in generale, nonostante la citata influenza del piccolo schermo, va riconosciuto che la componente di finzione raggiunge un buon risultato anche grazie alla professionalità del cast e di una sufficientemente valida messa in scena. Sempre curioso, invece, l’impatto delle immagini d’archivio ricolorate e spesso adeguate nella velocità: è evidente che si tratti di uno sforzo immane, ciononostante qualche perplessità, soprattutto nella resa cromatica, ogni tanto si avverte, questo è doveroso segnalarlo. Eppure, grazie alle splendide scene storiche dell’affondamento della SMS Szent Istvàn, la corazzata Santo Stefano della Imperial-Regia Marina Asburgica, la scelta di Tiberi è da plaudire senza se e senza ma. 

C’è poco da fare: a meno di non essere ad Hollywood, non è ancora possibile realizzare film con sequenze così impegnative come quelle della guerra navale – e di uno spettacolare affondamento, poi – e, allora, ricorrere ad immagini d’archivio, per una volta girate con rara maestria, è una soluzione eccellente. Nel film, in modo coerente con la componente di finzione, si trova il modo di chiarire come l’affondamento della Santo Stefano poté essere immortalato su pellicola in modo tanto efficace. Miklòs Horthy, il comandante della Imperial-Regia Marina, aveva deciso di forzare il blocco italiano sul canale di Otranto; una mossa che, se portata a compimento, avrebbe chiuso i conti nel Mediterraneo. A bordo della SMS Tegethoff, nave da guerra gemella della Santo Stefano, vennero imbarcati gli strumenti cinematografici per riprendere la prevista e decisiva vittoria austriaca. 

Sotto la direzione del capitano Jager (nel film, Ralph Palka), agli operatori spettò, al contrario, l’amaro compito di filmare il frutto dell’impresa di Rizzo che, con uno dei famosi MAS, mandò a picco la gigantesca corazzata. I MAS, acronimo per Motoscafo Armato Silurante, erano piccole imbarcazioni di una quindicina di metri, e furono un efficace strumento bellico della Regia Marina Italiana, che li utilizzò anche nella Seconda Guerra Mondiale. A proposito del secondo conflitto mondiale, il film di Tiberi azzarda una seconda commistione –oltre a quella citata tra immagini di repertorio e di finzione– con la vicenda raccontata che si snoda tra gli eventi dell’Impresa di Premuda, e la prigionia di Rizzo in mano ai tedeschi nel 1944. Le immagini cruciali del racconto sono quindi viste perlopiù attraverso vari flashback, con una raffinata costruzione della trama più recente che li giustifichi. Non è probabilmente solo un vezzo autoriale, questo. Il punto è che Rizzo, come altri eroi italiani del suo tempo, finì per essere preso come simbolo dal regime del Ventennio, al quale va detto, collaborò come Consigliere nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni, nel 1939. 

Questo fece probabilmente di lui, in tempi successivi, un personaggio scomodo, da ignorare in quanto rappresentante di un periodo, quello fascista, che andava rimosso. Peccato che, con questa operazione negazionista, si commise un’ingiustizia nei confronti di un eroe del nostro paese: oltre all’Impresa di Premuda raccontata nel film di Tiberi, Rizzo fu infatti della partita nella Beffa di Buccari, un’azione magari anche irrilevante in termini strettamente militari, ma che diede la scossa all’Italia dopo la disfatta di Caporetto. E, soprattutto, aveva già colato a picco una corazzata austriaca, la Wien, operazione che, insieme a quella inferta ai danni della SMS Szent Istvàn, gli fece guadagnare il soprannome di l’Affondatore. Eventuali passaggi meno felici della sua vita, come l’adesione al PNF, sono certamente censurabili ma sono ben bilanciati da altri, come l’arresto subito dalla Gestapo per la sua fedeltà all’Italia, durante l’ultimo periodo della Seconda Guerra Mondiale, come mostrato anche nel film di Tiberi. Insomma, non si tratta di celebrare un santo, ma un eroe di guerra quello indiscutibilmente sì. Una didascalia, nel finale de Il destino degli uomini, recita che alla vedova Rizzo (nel film, Marta Zoffoli), fu a lungo negata la pensione, proprio a lei che aveva visto il figlio Giorgio morire mentre era a bordo di uno dei MAS italiani, ucciso dai nazisti. Questo nel paese dei facili vitalizi, giusto per chiarire. Fosse anche solo per questo piccolissimo dettaglio, Il destino degli uomini è un’opera indispensabile, al di là delle questioni tecnico artistiche del film in sé.   



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giovedì 5 ottobre 2023

FUMO NERO ALL'ORIZZONTE - IL MAS CHE SFIDO' LA CORAZZATA

1370_FUMO NERO ALL'ORIZZONE - IL MAS CHE SFIDO' LA CORAZZATA . Italia, Austria, Germania 2008; Regia di Marco Visalberghi.

Ad oltre 80 anni dal primo e unico tributo filmato – Gli eroi del mare nostro, 1927, regia di Edoardo Bencivenga – la mitica Impresa di Premuda del 1918 torna finalmente sugli schermi. In questo caso televisivi, ma non è certo il caso di fare gli schizzinosi. Il nostro cinema di genere ha, per decenni, colpevolmente ignorato i tanti spunti storici e le figure eroiche del nostro paese, finendo per essere completamente colonizzato dalle produzioni perlopiù angloamericane. Eventi come l’Impresa di Premuda, nonostante si trattasse di un’azione bellica compiuta nella Grande Guerra, erano probabilmente ritenuti in grado di evocare nostalgie per il Ventennio fascista che, al contrario, andava cancellato dalla memoria collettiva. In effetti, per anni, concetti come “eroismo” e “amor di Patria”, furono praticamente banditi dall’opinione comune, ritornando in parte, se non di moda, comunque presenti nel linguaggio comune, solo in tempi relativamente recenti. Fumo nero all’orizzonte è una tipica docu-fiction che assembla immagini di repertorio, ricostruzioni filmate e interviste ai famigliari dei protagonisti, riuscendo a fornire un quadro completo degli avvenimenti. In questo caso, il piatto forte dell’opera è costituito dalle scene dell’affondamento della corazzata Santo Stefano, ripresa dagli stessi austriaci da un’altra nave da guerra, la Tegetthoff: l’ammiraglio Miklòs Horthy aveva previsto una vittoria per l’Impero Austro-Ungarico e si era premunito di immortalarla con tutti gli onori. La missione della Imperial-Regia Marina da Guerra Austro-Ungarica era quello di forzare il blocco degli Alleati sul canale di Otranto e decidere le sorti della guerra nel Mediterraneo. 

Un cambio di passo nel conflitto che meritava una registrazione cinematografica e così gli operatori e le macchine da presa vennero imbarcati sulla Tegetthoff: quello che poi filmeranno sarà uno dei più spettacolari affondamenti di una nave da guerra della Storia, ma, contrariamente alle previsioni, subito dalla loro stessa flotta. Il responsabile di tutto ciò fu Luigi Rizzo, in procinto di rientrare in Italia dopo una missione con i MAS nel Mar Adriatico, vide quel fumo nero all’orizzonte utilizzato poi come titolo per questo docu-drama. Il fumo era quello delle corazzate austriache e Rizzo, anziché darsela a gambe, si gettò a capofitto contro la flotta nemica: del resto il suo MAS – Motoscafo Armato Silurante – doveva accorciare la distanza se voleva avere qualche chance di danneggiare un colosso d’acciaio come la Santo Stefano. L’audacia di Rizzo colse probabilmente di sorpresa gli austriaci che non fecero in tempo a reagire in alcun modo: il motoscafo italiano si avvicinò alla nave da guerra austriaca, lanciò i suoi missili e si allontanò a tutta birra, inseguito vanamente da una delle navi d’appoggio nemiche. Dalle interviste della figlia Guglielmina, dei nipoti Francesco e Giorgio, possiamo scoprire particolari inediti della vita di Luigi Rizzo ma anche alcune nozioni tecniche fondamentali per chiare alcuni dettagli della vicenda. Francesco è Capitano di Vascello e Giorgio Ingegnere Navale e parlano quindi con cognizione di causa. Più intimo l’approccio di Valerie Herrenstein, figlia di Franz Dueller, uno dei marinai sopravvissuti della Santo Stefano. La donna, ormai anziana, scopre che il padre si comportò da vero eroe, durante le fasi dell’affondamento, meritandosi la decorazione al valor militare che gli venne in seguito conferita. Quest’attenzione alla controparte, con una celebrazione dell’eroe italiano, Rizzo, bilanciata dalla rievocazione del valore di Dueller, evita che il film possa in qualche modo essere strumentalizzato a fini pseudo-propagandistici. Ben fatto. 


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mercoledì 4 ottobre 2023

DAS LIED DER MATROSEN [t.l. LA CANZONE DEL MARINAIO]

1369_DAS LIED DER MATROSEN [La canzone del marinaio]. Germania dell'Est, 1958; Regia di Kurt Maetzig e Gunter Reisch.

Spesso, la vena propagandistica di un’opera, che in effetti è un evidente limite, finisce per danneggiarla oltremisura. Ad esempio, Das lied der matrosen [traduzione letterale, La canzone del marinaio], è un film interessantissimo ed è un peccato che sia così scarsamente considerato. Certo, in questo momento storico risulta proprio inadeguato, con il suo mix nostalgico particolarmente inattuale: eppure, proprio questi suoi discutibili riferimenti sono preziosi per comprendere un periodo opaco della Storia nemmeno troppo lontano. Il film venne infatti prodotto nel 1958 nella Germania dell’Est, paese che, ormai, sembra dimenticato, ma che per oltre quarant’anni è stato, a suo modo, uno dei luoghi simbolo dell’Europa e del mondo. Più che la storia raccontata in Das lied der matrosen, che ha comunque degli aspetti rilevanti, quello che interessa è il tentativo di amalgamare le due anime che coesistevano nella Germania Democratica: da una parte lo spirito germanico, dall’altra l’influenza russo sovietica. La Germania Est nel dopoguerra era controllata da Mosca in modo, diciamo così, “scrupoloso”, anche per via dello storico sentimento patriottico tipico dei tedeschi, che manteneva i sovietici all’erta. La crisi di rigetto per il nazismo –che tanta miseria aveva creato nella popolazione del paese– e la capillare diffusione delle idee comuniste –in fondo la dottrina cara a Marx si era perfezionata proprio da quelle parti– facilitarono il compito ai sovietici, ma la DDR rimaneva pur sempre Germania. Non così incline ad essere governata da altri, come i sovietici pretendevano, probabilmente. 

In ogni caso, in occasione del Cinquantesimo anniversario della Rivolta di Kiel, il governo commissionò alla DEFA –lo studio di produzione cinematografico della DDR– un film celebrativo. Lo sforzo dello studio fu enorme: due registi, Kurt Maetzig e Gunter Reisch, si misero all’opera, il primo girò le sequenze ambientate nell’ammiragliato e con gli ufficiali, mentre il secondo si dedicò alle scene di massa, con i marinai e i rivoltosi. In breve, considerato anche le difficoltà a gestire scene con un totale di oltre 12.000 comparse, i tempi di realizzazione divennero un problema e il partito si fece sempre più pressante per avere il film completato in tempo per la ricorrenza. Forse, il risultato di questa urgenza è avvertibile in una mancanza di scorrevolezza del testo, soprattutto nella prima parte; o forse questa pesantezza è solo uno degli effetti collaterali che affligge molti film monumentali. Fatto sta che la prima parte del film è meno coinvolgente, mentre quando scoppia la rivolta nelle caldaie a bordo della SMS Federico il Grande, una corazzata classe Kaiser, il racconto svolta, diventando assolutamente avvincente. Non molto attendibile, dal punto di vista storico, ma va considerato che Das Lied der Matrosen è un film di propaganda e non un documentario. Quello che interessa non è, quindi, la cronologia degli avvenimenti, ma comprendere la strategia narrativa che è alla base della ricostruzione degli eventi operata dagli autori. Il film di Maetzig e Reisch mette l’accento sull’ammutinamento di Kiel, interpretato come la miccia che inneschi la rivoluzione di novembre in Germania, mentre, nei movimenti rivoltosi, è sottolineato il ruolo degli Spartachisti, una delle correnti dei comunisti che infiammarono i disordini nell’autunno tedesco del 1918. 

In pratica, si cerca di affermare una sorta di autoctonia tedesca nell’ambito dell’orientamento social-comunista che caratterizzò la Germania Orientale, sebbene nel film i russi siano visti come compagni e non certo come nemici o avversari. L’amicizia tra Henne (Ulrich Thein), uno dei marinai tedeschi protagonisti della storia, e Grisha (Vladimir Gulyayev), suo corrispettivo russo, può essere presa a simbolo dell’unione internazionale tra i popoli di Germania e Russia. Il film segue le gesta di un gruppo di marinai dell’Impero tedesco, con uno schema tipico di questi racconti corali: ognuno ha il suo percorso, nella storia, intervallato dagli opportuni incroci delle tracce che servono ad amalgamare il tutto. Batuschek (Hilmar Thate), è un addetto alla radio a bordo della SMS Federico il Grande e attende il segnale per dare il via alla rivolta e, come Erich (Günther Simon), è uno dei leader della rivoluzione; quest’ultimo è uno dei macchinisti a bordo della corazzata. Proprio le scene nella sala macchine della nave, non solo quelle della rivolta ma soprattutto quelle delle abituali giornate di lavoro, sono uno dei punti di forza di Das Lied der Matrosen che, da un punto di vista scenico, è un’opera con passaggi notevoli. Tra i marinai impiegati nelle caldaie della corazzata troviamo anche August Lenz (Raimon Schelcher), uomo valoroso e responsabile, che ha una storia sentimentale con la vedova Bertha (Elfriede Née), madre di Jupp (Stefan Lisewski). Questi non è del tutto convinto dalle idee comuniste dei suoi camerati ma si presta comunque a fare la talpa avendo un impiego nell’ammiragliato. Spassosa la scena in cui, dopo essersi convinto a partecipare attivamente alla rivoluzione, viene colto dal Pincipe Heinrich (Kurt Wenkhaus) a ciclostilare volantini sovversivi usando la stampante a mano dell’ufficio. 

Il vegliardo non solo non si era accorto, fin lì, che Jupp era sempre “troppo attento” a carpire questa o quella informazione, soprattutto quando gli alti ufficiali parlavano tra loro; ma non si rende conto nemmeno adesso che il suo sottoposto svolge attività di propaganda rivoluzionaria proprio sotto il suo naso. Anzi, compiaciuto dell’indole laboriosa del militare, lo aiuta girando personalmente la manovella del ciclostile, sotto lo sguardo allibito di Jupp: una vena ironica è, in effetti, presente nel film, sebbene fatichi a farsi strada tra la coltre di trame che infarciscono il canovaccio. Tornando alla figura del principe Heinrich, va detto che non c’è una totale mancanza di rispetto per l’anziano ufficiale, considerato che, quando vede la partita perduta, salva almeno il proprio onore con il classico colpo di pistola suicida. Tra i protagonisti principali, manca da citare almeno Kasten (Horst Kube), il primo a fraternizzare con Grisha, e assai attivo nel curioso ammutinamento che i marinai tedeschi compiono sul mercantile russo, in precedenza sequestrato dalla marina del Kaiser. 

L’imbarcazione è carica di grano ed è assai appetibile per la Germania stremata dalla guerra, ma Kasten, Henne e gli altri marinai non intendono per questo affamare la popolazione russa: si ribellano agli ordini e conducono il mercantile a San Pietroburgo, in Russia. Quando Kasten ed Henne rientrano in patria, si spacciano per fuggiaschi dalla prigionia russa: il principe Heinrich, in effetti un po’ ironicamente preso di mira dagli autori, li premia come eroi. Ad Henne la sorte sembra davvero sorridere, considerato che trova il tempo per una storia d’amore con Anna (Rita Godikmeier), vicenda sentimentale che si pone in una sorta di contrappunto con l’altra presente nel film, quella citata tra August e Bertha. Il macchinista è un uomo maturo e Bertha una vedova con tre figli: in un certo senso, pur essendo personaggi positivi, rappresentano il passato della Germania e, non a caso, Bertha viene falciata dalle mitragliatrici dei soldati nel concitato finale, durante le fasi della rivoluzione. Proprio mentre la donna muore, quasi in montaggio alternato, assistiamo al parto di Anna, aiutata da Jupp, personaggio a suo modo ambiguo in ogni circostanza. Il militare, infatti, conosce bene l’Ammiragliato e trova il modo di far partorire la donna in un luogo sicuro, fornendo anche un’improvvisata assistenza. Cosa che permette al figlio di Anna ed Henne di nascere sano e salvo: il futuro della coppia potrebbe essere preso a simbolo di quello del paese, in un’ottica ottimistica. Se non che Henne viene ucciso vigliaccamente dai suoi stessi camerati: se il solo August era sopravvissuto nella coppia di persone più anziane della storia, è Anna a rimanere sola, con il figlioletto, in quella dei giovani. Ma, allora, che razza di futuro rappresenta questa coppia? Un futuro lacerato, diviso –dalla morte– che, considerato che il film è ambientato nel passato, ben incarna il triste presente della Germania negli anni del secondo dopoguerra e che si concretizzerà in modo ancora più esemplare pochissimi anni dopo il 1958 di uscita di Das lied der matrosen, con la costruzione del Muro di Berlino. Ma questi aspetti del film sono leggibili sottotraccia, mentre nel finale gli autori esaltano l’appartenenza comunista dei protagonisti al nascente del KPD, il Partito Comunista della Germania Est. Insomma, se si riesce a guardare oltre alla retorica che gronda copiosa da alcuni passaggi, in particolare quelli accompagnati dalle note della canzone che dà il titolo all’opera, si riesce a intuire il disagio di un popolo –o meglio, di mezzo popolo– che, liberato dal nazismo, era finito sotto un’altra dittatura. 


Rita Godikmeier


Elfriede Née


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martedì 3 ottobre 2023

LA TIGRE DEL MARE

1368_LA TIGRE DEL MARE (Thunder afloat). Stati Uniti, 1939; Regia di George B. Seitz.

C’è una sorta di sfasamento temporale che si percepisce guardando La tigre del mare di George B. Seitz: il film è ambientato durante la Grande Guerra ma per della vivace dinamicità della storia si potrebbe pensare che siamo nel conflitto mondiale successivo. Per altro la vicenda ha luogo sulla costa orientale degli Stati Uniti e questo fatto, visto che l’anno di realizzazione del film è il 1939, toglie subito ogni eventuale dubbio: a quel tempo gli americani non si erano ancora aggregati alla Seconda Guerra Mondiale e quindi la storia raccontata non poteva farvi riferimento. La vicenda, seppure poi dia i necessari elementi per inquadrarla grosso modo correttamente (ad esempio lo storico affondamento della USS San Diego, un incrociatore americano, avvenuto durante la Grande Guerra) sul momento, come detto, lascia qualche perplessità sull’epoca di ambientazione, soprattutto osservando le caratteristiche comportamentali e d’abbigliamento di una pimpante Virginia Grey (no, non è lei la tigre del mare del titolo italiano, semmai ne è la figlia) nei panni di Susan. Il padre della ragazza è John Thorson (Wallace Beery), vecchio e bizzoso proprietario di un rimorchiatore in una baia del New England, in perenne rivalità con il più giovane e avveduto capitano Rocky Blake (Chester Morris). Tra i due uomini è contrapposizione accesa e non mancano i colpi bassi: Thorson accusa Rocky di avergli sabotato il rimorchiatore e, per vendicarsi, induce il rivale ad arruolarsi in marina. Quando il perfido capitano dell’U Boot (Carl Esmond), sommergibile tedesco che ha l’incarico di perlustrare la cosa orientale americana, gli affonda il rimorchiatore, Thorson si fionda all’ufficio di arruolamento dove gli viene assegnato il grado di guardiamarina alla guida di un cacciatorpediniere della flotta comandata proprio da Blake. Già quest’ultimo fatto fa inalberare non poco il focoso marinaio ma sarà durante le operazioni di caccia all’U-Boot che Thorson darà il meglio di sé: pur essendo l’unico, tra i cacciatorpediniere, ad intuire dove possa essersi rintanato il sommergibile nemico, alla fine si lascia ingannare come un pivello e assiste impotente all’affondamento di una nave-faro da parte del nemico. L’insubordinazione per aver abbandonato la formazione costa il posto a Thorson che viene degradato a ruolo di semplice marinaio. 

A quel punto il vecchio vorrebbe pure disertare ma Blake, anche perché Susan si produce in un’efficace opera di persuasione, lo convince a non ficcarsi in guai anche peggiori di fare il marinaio semplice su una Q-Ship, una nave-esca. Questa è infatti la nuova strategia della marina americana, (che si accoda in questo senso alla Royal Navy britannica): utilizzare piccole e apparentemente innocue imbarcazioni (in genere dotate di un armamento camuffato) per adescare i sommergibili per poter avvisare via radio i cacciatorpediniere alleati e richiederne l’intervento. Gli U-Boot, infatti, non avevano una grossa disponibilità di siluri, molto costosi e quindi tenuti per gli affondamenti più impegnativi, e così, quando la loro preda era di cabotaggio e pericolosità limitata, preferivano emergere e affrontarla con l’armamento disposto sul ponte dello scafo. 

Questo fatto però, e questa era la chiave della trappola insita nelle Q-Ship, rendeva il sommergibile vulnerabile. Questi aspetti, che sembrano argomenti di natura prettamente tecnico-bellica, in realtà sono il piatto forte di produzioni tipo La tigre del mare, dove si possono ammirare le fasi di battaglia navale con chiarezza di particolari come solo Hollywood poteva garantire. Alla fine di un esaltante scontro marino, l’insubordinato Thorson rivela la classe tipicamente americana dell’eroe: il nemico è sconfitto e si può ipotizzare che Susan e Blake convolino a lieto fine sentimentale. Nel complesso, quindi, La tigre del mare è un divertente film bellico con sequenze marine di grande impatto scenico. Tra gli interpreti, la splendida ed elegante Virginia Grey scintilla come una star di primissima grandezza e rimane inspiegabile come non lo sia poi divenuta in concreto nel resto della carriera. Dal canto loro Wallace Beery e Chester Morris erano attori molto quotati, al tempo, e se la cavano in effetti egregiamente. Curioso il tentativo della MGM di non urtare troppo il pubblico tedesco, visto che nel 1939 gli Stati Uniti non erano ancora in guerra contro il nazismo, seppure il film sembri anche un modo per ricominciare a pensare alla Germania come il nemico per antonomasia. C’è anche, nel senso di un film di preparazione al prevedibile e imminente (si fa per dire, visto che avverrà solo nel 1941) intervento americano, un richiamo al gioco di squadra, incarnato nel film dal personaggio di Morris, mentre il turbolento Beery rappresentava il puro spirito yankee. Il film che, come detto, si contraddistingue già per una sorta di cerchiobottismo (questa sì, una delle vere anime americane) nei confronti dei tedeschi, ripete questa formula anche in questo caso: in guerra (e verrebbe da dire come nella vita) la via maestra è la cooperazione e la subordinazione agli ordini anche se poi le castagne dal fuoco le tolgono gli spiriti liberi e indisciplinati come Thorson. Ad Hollywood è sempre piaciuto raccontarla così, resta da capire se la guerra la vinsero con gli scapestrati combattenti o con le infinite risorse prime di cui potevano disporre.   


Virginia Grey 




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lunedì 2 ottobre 2023

THE LUCK OF A SAILOR

1367_THE LUCK OF A SAILOR . Regno Unito, 1934; Regia di Robert Milton.

Evidentemente soddisfatti del risultato di Freedom of the Seas (lungometraggio di Marcel Varnel) alla British International Pictures decisero di mettere in cantiere un’altra commedia di ambientazione marittima in quello stesso 1934. La regia affidata a Robert Milton si basava anche stavolta su un lavoro teatrale che, come nel precedente caso, era poi ben visibile nelle ambientazioni delle scene girate quasi sempre in spazi chiusi. The Luck of a sailor era però un progetto più ambizioso: il tono ironico della commedia era certo ancora ben presente ma la traccia sentimentale prendeva decisamente il sopravvento. L’ingaggio di star dell’epoca come Greta Nissen (è la regina Helen) e David Manner (Colin) certificano le ambizioni del progetto: la Nissen era stata già attrice con registi del calibro di Raoul Walsh e Howard Hawks (che la definì una ragazza bellissima, del resto era già stata un’affermata ballerina) mentre Manners poteva vantare un curriculum hollywoodiano di tutto rispetto (Dracula di Tod Browing, La Mummia di Karl Freund, Bacio Mortale di Edwin L. Marin, The Black Cat di Edgar G. Ulmer ma anche La Donna del Miracolo di Frank Capra o Febbre di vivere di George Cukor). La storia d’amore che si sviluppa tra i due, con il capitano Colin che ospita sulla sua nave da guerra la regina Helen e il suo consorte, il re Karl (Hugh Wakefield), richiamato in patria dall’esilio, non è niente di che: in sostanza la regina si innamora del bel capitano e, grazie ad una serie di ironici incastri narrativi, riuscirà a coronare i suoi desideri. Ma non si tratta certo di un canovaccio imprescindibile e la funzionalità dell’opera è lasciata sostanzialmente al fascino elegante che due interpreti di classe come la Nissen e Manner sprigionano. A dar loro manforte, su questa sponda glamour del lungometraggio, è chiamata anche Camilla Horn (Louise), altra attrice di discreto rango e grondante tipica sensualità dell’epoca. In realtà il suo personaggio è chiamato a fare da collante con l’altro versante del racconto, quello velatamente più umoristico di cui l’interprete cardine è Clifford Mollison (Shorty). Mollison, come del resto H.F. Maltby (l’ammiraglio), certifica il collegamento con il precedente citato Freedom of the Seas, che lo studio britannico cercava di migliorare con The Luck of a sailor. In effetti la trama di quest’ultimo è più elaborata, con il passaggio iniziale nel fittizio regno centroeuropeo ad inquadrare subito la storia su binari di commedia non solo divertente ma anche divertita. La verve dei tipici dialoghi della commedia dell’epoca regge ma, in definitiva, la nota più caratteristica del film risiede nel fascino dei suoi interpreti principali che ben incarna lo spirito del tempo in cui si cercava di far coesistere una certa idea sofisticata dell’amore (i protagonisti bellissimi) pur in contesti tanto tribolati (la nave da guerra). 




 Greta Nissen 





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