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venerdì 27 febbraio 2026

IL GIOVANE HITLER

1786_IL GIOVANE HITLER (Hitler: The Rise of Evil), Canada, Stati Uniti, 2003. Regia di Christian Duguay

Ricostruzione tutto sommato abbastanza credibile della prima fase della vita del dittatore nazista, Il giovane Hitler di Christian Duguay è un prodotto televisivo più che dignitoso. In America la fiction per il piccolo schermo gode di ottima salute e l’argomento, l’ascesa di Hitler al potere, ha sempre un notevole fascino e quindi il risultato non può che arrivare di conseguenza. Al netto di qualche passaggio un po’ enfatizzato,  ma visto il tema non è nemmeno un limite grave, Il giovane Hitler è avvincente dal primo all’ultimo minuto. La recitazione è professionale e di ottimo livello, come si conviene ad un prodotto d’oltre oceano. A partire da Robert Carlyle, nei panni di un Hitler teso come una corda di violino, ma di in gran spolvero anche le prestazioni di Liev Schreiber (Hanfstaengl, imprenditore tedesco), Matthew Modine (Fritz Michael Gerlinch, giornalista, unico o quasi, ad opporsi all’ascesa del Führer) e Julianna Margulies (Helene Hanfstaeng), come del resto prevedibile visto il curriculum di questi attori. Centrati anche tutti gli altri personaggi: Göring, Goebbels, Hess; funzionale, ma anche evidente motivo di orgoglio per la produzione, la presenza di un attore del calibro di Peter O’Toole nei panni del monumento patriottico tedesco Paul von Hindenburg, ex generale e uomo politico di assoluto prestigio. Insomma, nell’ottica di una ricostruzione storica unita alle necessità d’intrattenimento, si tratta di un’operazione di buon livello. C’è qualche imprecisione ma in generale niente di imperdonabile; è pur sempre un testo divulgativo e non un trattato storico rigoroso. C’è anche una sorta di morale della favola o, se vogliamo stare più attinenti, morale della Storia, visto che si tratta di avvenimenti reali e ancora assolutamente attuali. In questo senso il regista mostra la presunta citazione di Edmund Burke (1729-1797) “La sola cosa necessaria affinché il male trionfi è che gli uomini buoni non facciano nulla”. Al netto sulla sua discussa paternità, la frase, se è presa per quello che è in sé stessa, può essere intesa come uno sprone agli uomini dai valori positivi a darsi da fare e quindi è certamente condivisibile. Ma se viene posta a corredo in un film che narra dell’ascesa di Hitler nella Germania dell’epoca, qualche dubbio sulla sua attinenza può venire. Perché nel film, uno dei pochi ‘uomini buoni’ , ovvero il giornalista Gerlinch, si dà anche troppo da fare, facendo una brutta fine. Il fatto è, appunto, che i citati uomini buoni sono troppo pochi, nella Germania del primo dopoguerra; almeno da quella mostrata nel film che, come detto, è nel complesso abbastanza credibile. Quello che, da un punto di vista americano anche comprensibilmente, con Il giovane Hitler si cerca di dire è che le forze positive del paese abbiano girato la testa dall’altra parte, abbiano finto di non vedere, permettendo al Nazismo di prendere il potere. 

Ma è una tesi frutto di un sistema che cerca di difendersi dalle critiche che dovrebbe invece fare proprie, prendendo come lezione utile quello che è successo in Germania a quel tempo. Infatti, nel 1932, alle elezioni quello nazista divenne il partito di maggioranza relativa: elezioni democratiche che diedero un risultato che può avere una serie di motivazioni ma che non può comunque essere derubricato semplicemente al fatto che ‘gli uomini buoni non hanno fatto nulla’. Così come in Italia, nel 1924, alle elezioni in cui stravinse la Lista Nazionale capeggiata da Benito Mussolini, il punto chiave di questi passaggi epocali fu l’adesione a questi movimenti da parte della maggioranza della popolazione. Di uomini buoni, in Germania nel 1934 ce n’erano, ma non erano la maggioranza, tutto qui. La maggioranza era con Hitler; maggioranza relativa (almeno in principio), certo, ma questo è un altro punto discutibile, o almeno su cui interrogarsi, di molte forme di democrazia che, per poter funzionare, consentono la guida del paese ad una minoranza (la maggioranza relativa quello è, la minoranza più numerosa in un panorama di sole minoranze). Il problema del consenso di Hitler non fu che i suoi oppositori non fecero abbastanza, ma che ne aveva troppo pochi. Il Führer, nella sua follia, era l’incarnazione di secoli di cultura della violenza, della prevaricazione, dell’autoritarismo: e non fu probabilmente un caso che bastarono una manciata di anni di regime democratico perché il fenomeno del Nazismo, che coagulava intorno a Hitler questi sentimenti largamente diffusi, esplodesse in tutta la sua virulenza. Il potere monarchico, l’imperatore, l’apparato nobiliare, oltre ad aver creato questo magma ideologico, fungevano anche da coperchio, mantenendo compressi quei moti che covavano nella pancia della nazione, tenendoli a bada con il giogo del loro dominio, lasciandogli sfogo nelle perenni guerre che al tempo stesso li alimentavano. Il sistema democratico mise semplicemente in luce la vera natura delle cose. Insomma, parafrasando la citazione riportata nel film: in democrazia ‘la sola cosa necessaria affinché il male trionfi è che gli uomini cattivi siano in maggioranza’. Anche solo relativa.   

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