1784_IL TRENO DI LENIN , Italia, 1988. Regia di Damiano Damiani

Il trasferimento di Lenin da Zurigo, dove era in esilio, a
Pietrogrado, nella primavera del 1917, fu uno degli eventi chiave della Prima
Guerra Mondiale. Accelerò, infatti, l’uscita della Russia dal conflitto
permettendo all’Impero tedesco di concentrare i suoi sforzi sul fronte
occidentale e, in parte, anche su quello italiano. E, in effetti, il viaggio in
treno del leader bolscevico che attraversò mezza Europa fu organizzato proprio
dai tedeschi. Da un punto di visto storico la cosa è certamente molto interessante,
perché l’Impero tedesco avrebbe avuto da temere da un successo politico di
Lenin in patria, essendo il socialismo molto diffuso anche in Germania dove
poteva contare sul malcontento della popolazione, affamata e mandata in miseria
dalla guerra. Ma, evidentemente, al comando tedesco avevano problemi più
urgenti da risolvere come, ad esempio, l’intervento americano nel conflitto.
Questo gioco ad incastri di natura geopolitica è però legato ad ipotesi e
congetture sulle conseguenze delle scelte operate: materiale interessante, come
detto, ma ben poco cinematografico. E’ quindi una sfida notevole quella che la Rai (in collaborazione con
Taurus Film e alcune televisioni europee) decide di intraprendere: una
miniserie televisiva in due episodi, 200 minuti in tutto, per raccontare un
viaggio in cui, di azione, ce ne sarà ben poca. Il risultato finale è notevole.
Il primo colpo da maestro, per la riuscita dell’operazione, è l’ingaggio del
regista Damiano Damiani. Il cineasta friulano aveva alle spalle un’ottima
carriera cinematografica, dove aveva affermato una sua precisa linea poetica. I
suoi testi più rinomati erano legati a temi di scottante attualità in un tempo,
quello degli anni di piombo, non
certo semplice da gestire: i film d’inchiesta, i suoi gialli politicamente
impegnati, sono tra i passaggi rilevanti del cinema italiano del periodo. Ma
Damiani se l’era cavata egregiamente anche adattando romanzi o col cinema di genere più puro, riuscendo, nel caso
dello spaghetti western Quién sabe?
(1966), ad inserirvi una traccia politica in modo coerente. Insomma, quello
che, nel 1984 viene chiamato dalla tv di stato a dirigere la serie epocale La Piovra
è un autore completo e autorevole. La carriera di Damiani è al suo apice e da
lì non potrà che calare ma, nel 1988, l’autore torna a lavorare per la
televisione e ritrova lo smalto migliore. Il
treno di Lenin è infatti, pur con le difficoltà insite nella natura del
testo, un film appassionante e avvincete. La prima parte verte sulle concitate
manovre per organizzare un’operazione così atipica: i colloqui tra gli intermediari
e i comandi tedeschi si susseguono serrati e danno ritmo ad una narrazione fatta
esclusivamente di relazioni e accordi da trovare. In sostanza, la tattica del
rimpallo tra i vari incontri preparatori regge fino ad un certo punto, poi
comincerebbe a mostrare la corda.

E qui che la produzione cala i suoi assi:
entrano infatti in gioco gli interpreti principali, su cui svetta Ben Kingsley
(nei panni di un credibilissimo Lenin), già premio Oscar per il ruolo di
protagonista in Gandhi (di Richard
Attenborough, 1982). Kinsley ha l’esperienza e il carisma per interpretare un
ruolo importante come quello di Lenin sobbarcandosi, con i primi piani, gli
sguardi e anche la semplice presenza, una buona fetta della riuscita
dell’opera. Se al centro della scena c’è una personalità storica del calibro
del leader bolscevico è fondamentale avere un interprete che lo rappresenti in
modo fedele, perché vedere Lenin, praticamente dal vivo, rende lo spettacolo appagante e interessante già solo per
quello. Tuttavia è felicissima anche la scelta del resto del cast, in
particolare delle due figure femminili della vicenda. Innanzitutto va detto che
né Nadežda Krupskaja né Inessa Armand, e tantomeno gli
altri personaggi della storia, hanno una fama minimamente paragonabile a quella
di Lenin. Quindi è opportuna la scelta di interpreti che non infastidiscano la
leadership di Kingsley: Leslie Caron, nel ruolo della moglie Nadežda, Dominique
Sanda, in quello dell’amante Inessa, sono chiamate ad imbastire con il
protagonista un ménage a trois adatto
alle esigenze televisive. Intendiamoci, da buon esempio di sceneggiato Rai da
prima serata, ne Il treno di Lenin non
ci sono situazioni piccanti; ma la velata tresca tra Lenin e Inessa provoca
brusii e voci sul treno, tra gli esuli rimpatriati, che ben rappresentano la
tipica curiosità italiana per il gossip. Magistrale, in questo, la classe di
Leslie Caron, ad interpretare il ruolo della donna messa da parte a fronte della giovinezza dell’amante. Da sottolineare che
l’ex ballerina nel 1988 aveva 57 anni, ben 17 in più della rivale; tanto per farsi un’idea, nel
1951 quando Leslie esordiva al cinema, col botto, nel ruolo da protagonista di Un americano a Parigi (di Vincente
Minnelli), la Sanda
aveva tre anni. La muta sofferenza di Nadežda, che sopporta stoicamente una
situazione davvero poco lusinghiera, è uno dei cardini su cui poggia la
narrazione negli inevitabili momenti di stanca di un viaggio in cui, da un
punto di vista dell’intreccio, succede poco. E la Caron, in realtà ancora meravigliosa
anche al tempo, riesce a fornire la prestazione credibile di una donna ormai
sfiorita e che mai si era sentita davvero bella. Brava anche la Sanda in un ruolo più
semplice ma adatto alla sua avvenenza, era un’indossatrice, condita da una
bellezza vagamente sofferta. E’ una scelta felice, quella di puntare su una
buona consistenza della traccia sentimentale, sebbene rimanga tutta sottesa, (e
qui è notevole la mano del regista), perché risponde sia alle esigenze
narrative in senso più generale, dando un
po’ di corpo alla storia, sia a quelle di offrire uno spettacolo
interessante per il pubblico televisivo. Per altro il contesto storico è
sviluppato con notevole professionalità e il rigore è adeguato ad un momento
storico memorabile. Le scelte narrative sono ben ponderate ed equilibrate, si
prendano i due ufficiali tedeschi che accompagnano il convoglio come esempio:
opportunisticamente calcolato e comprensivo Von Planetz (Günther Maria Halmer),
fanatico e un po’ fuori controllo Von Buhring (Robin McCallum).
L’insieme di questo affresco dà luogo ad un film pregevole: l’evento poco
conosciuto ma cruciale, la precisa ricostruzione storica, la presenza di una
figura carismatica come Lenin, il cast ben assemblato, i dettagli puntuali,
come la linea di gesso tracciata nel corridoio del treno che demarca
l’estraterritorialità, l’ambientazione claustrofobica, la capacità di dare
ritmo di Damiani e non ultima, l’efficace musica.
Quando la televisione faceva cinema. 


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