Translate

martedì 7 aprile 2026

SZüRKE SENKIRK

1809_SZüRKE SENKIRK Ungheria 2016. Regia di Kovàcs Istvàn

Letteralmente Szürke senkik significa nessuno è grigio e lo stesso svolgimento del film di István Kovács lo confermerà. Ma solo nel suo svolgersi perché a livello visivamente cromatico, il suo lungometraggio, ha semmai un aspetto completamente ingrigito: siamo in pieno autunno, Prima Guerra Mondiale, nell’aspra zona oltre le linee italiane. Una pattuglia dell’esercito austroungarico in una missione suicida: localizzare ed eventualmente sabotare una stazione di comunicazione italiana, ben in profondità in territorio nemico, almeno un paio di giorni di marcia. In una foresta che, dietro ogni albero, dentro ogni avvallamento, può nascondere il mortale pericolo. Si dice che la guerra sia un orrore e il regista István Kovács, in effetti, dirige Szürke senkik come fosse un film horror: come dargli torto. Il viaggio per raggiungere la meta è teso e ricco di tensione; ma la sera, accanto al falò, nei radi dialoghi, si fanno strada le personalità dei membri della missione. Ascoltando le storie di ognuno di loro, quei taciturni e scorbutici militari è come se prendessero colore e, probabilmente, in questo senso di può interpretare il senso del titolo del film. Quando i soldati smettono la loro armatura di guerrieri, riacquistano la loro umanità. Il protagonista è il soldato Döme, giovanissimo ungherese che porta con sé un piccione da liberare una volta trovato l’obiettivo. Ma con l’animale il ragazzo ha un legame speciale, tanto che gli ha dato anche un nome, Noè. Poi c’è il sergente Fodor, un veterano che sa il fatto suo; Molnar, un altro ungherese, persona che sembra più sensibile degli altri; Krámer, un austriaco che viaggia con il teschio del figlio nello zaino, da riportare a casa, alla madre; chiude il manipolo Radu, rumeno dai modi anche più rustici degli altri. Il gruppo è eterogeneo e ben rappresenta l’impero Austroungarico: difficile pensare che ad unirli sia l’amor di patria visto che davanti al fuoco parlano addirittura lingue diverse. In fatto di lingue sarebbe importante anche conoscere l’italiano, nel caso si debba intercettare qualche messaggio; Döme conosce il latino, studiato a scuola. L’unico a conoscere qualcosa di italiano è Radu; per la precisione una sola parola: vaffanculo. Intanto Molnar ha in animo di disertare, andando a parare il Svizzera; nelle parole con cui propone la cosa a Döme c’è anche una traccia politica, con l’assimilazione della guerra alla normalità della sua vita. Sempre ad obbedire a qualcuno di importante. Un po’ a sorpresa il giovanetto si rivela un patriota: lui non combatte perché obbedisce agli ordini, risponde al veterano, ma per difendere la patria. Sagace e pungente la replica di Molnar che, prima di buttarla sullo scherzo, gli fa notare che sta ‘difendendo la patria’ sul suolo italiano. In ogni caso la mattina seguente Molnar non c’è più; la sua diserzione avrà per altro breve durata. La foresta continua ad essere piena di insidie: dopo tanta tensione e qualche scontro con gli italiani, i nostri arrivano in vista dell’obiettivo. Una stazione per le comunicazioni tramite piccioni viaggiatori con quattro militari di numero. Gli austroungarici, rimasti in tre, improvvisano una trappola: uno di loro indossa una divisa italiana e finge di portare un prigioniero nemico al campo, Döme rimane nascosto pronto a far fuoco. 

Gli italiani sono ovviamente sospettosi: non conoscono il presunto loro commilitone che, per di più, sostiene di non poter parlare mostrando una ferita alla gola. La tensione sale. L’austroungarico in divisa italiana consegna al comandante della stazione Noè, il piccione, con un messaggio alla zampa. La tensione rimane altissima, il militare stacca il rotolo di carta dalla zampa del volatile e lo apre: c ‘è scritta l’unica parola italiana conosciuta da Radu. Dopo un secondo di smarrimento, la situazione deflagra e si scatena un putiferio. Alla fine rimane solo Döme, disperato. Disperato per aver dovuto uccidere, col fucile, ma anche col coltello, come un vero guerriero. Disperato per aver visto morire tutti i compagni ed essere rimasto solo in territorio nemico. Disperato per aver visto morire il suo amato Noè, ucciso da un gesto di stizza dall’ufficiale italiano. Il ragazzo, riguardo a questo passaggio, sembra aver intenzione di vendicarsi nei confronti dei piccioni viaggiatori italiani, e quindi nemici. Se li porta su una rupe, a picco sul lago, e sembra volerli buttare giù. Ma in quella arriva un nuovo piccione con un messaggio alla zampa e si ferma sopra le gabbiette. Döme lo afferra, sembra volerlo strangolare, poi legge il messaggio: la guerra è finita. Con le sue nozioni di latino riesce a comprendere il significato di quelle parole. Più arduo comprendere quella carneficina andata in scena pochi istanti prima e che ora non ha più senso. Posto che l’abbia mai avuto.





Nessun commento:

Posta un commento