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martedì 12 maggio 2020

I COMPAGNI

567_I COMPAGNI , Italia, Francia, Jugoslavia 1963Regia di Mario Monicelli.

Capolavoro di Mario Monicelli, I compagni è un dramma storico, fortemente venato di politica, ma che non rinuncia al lato umoristico tanto caro al maestro riconosciuto della commedia all’italiana. Il titolo è certamente indicativo di una certa matrice politica, ma l’ambientazione storica di fine Ottocento smorza l’eventuale sponda polemica riferita all’attualità. In realtà forse nemmeno molto, se consideriamo che poi il film non ha avuto il successo che, vedendolo oggi, avrebbe meritato: può essere che un titolo così schierato abbia nociuto all’opera, risultando poco appetibile a chi non è di idee di sinistra. Nel caso sarebbe un peccato: quale che siano le idee politiche dello spettatore, l’ambientazione all’inizio della rivoluzione industriale italiana legittima le istanze dei lavoratori mostrati dal film di Monicelli, e la loro richiesta di lavorare “solo” 13 ore non può che apparire oggi largamente condivisibile a chiunque. E’ legittimo pensare che, viste le ardue condizioni dei lavoratori mostrate (perfettamente credibili), l’idea che fosse necessario qualcosa di simile ad un sindacato che desse almeno un minimo di tutela ai dipendenti della fabbrica, sia difficilmente contestabile anche da chi è di sponda politica opposta. Monicelli ha un approccio curioso al tema, perché il professor Sinigaglia (Marcello Mastroianni), l’ideologo che prende il comando teorico della protesta operaia, interviene a pellicola già ben inoltrata e mantiene un atteggiamento che, pur in una buona coerenza delle proprie convinzioni, ogni tanto sembra avere qualche deriva opportunistica. Pur se apprezzabile la verve un po’ surrealista di Mastroianni, non è però il suo personaggio, che galleggia nelle vicende raccontate senza sentirle direttamente sulla propria pelle, ad essere l’elemento più convincente del film. 

Si, d’accordo, è ricercato e si mette nei guai per cause che non lo riguardano in prima persona, non è infatti un operaio della fabbrica; ma è bravo a squagliarsi al momento buono, ad imboscarsi, a trovare l’aiuto di Niobe, la prostituta (Anne Girardot), che gli concede addirittura una notte nel suo letto. No, la forza del racconto è nella fotografia di Giuseppe Rotundo, un bianco e nero invecchiato che ci riporta ai primi tempi del neorealismo; e anche nella cura con cui è descritta la vita quotidiana della fabbrica, mostrata come in un documentario d’epoca. Ma soprattutto nella galleria di personaggi: Bernard Blier è Martinetti, un leader operaio pacato, spesso deciso soltanto nelle riunioni coi colleghi, mentre fortemente intimidito alla presenza dei superiori; 


Folco Lulli è Pautasso, una sorta di don Peppone (quello della saga di Don Camillo di Julien Duvivier), focoso e irascibile, ma anche valoroso;  Elvira Tonelli è Cesarina, un donnone che sa farsi forza più di molti uomini quando c’è da parlare coi padroni; Renato Salvatori è Raoul, bastiancontrario e sempre polemico, ma di quelli su cui si può contare nei momenti importanti; il mitico Giampiero Albertini è Porro, il classico tipo che sta un po’ in disparte, ma è fondamentale nel dare tridimensionalità al gruppo e quindi credibilità al racconto; a Kenneth Kove bastano poi pochi istanti per tratteggiare un padrone vecchio stampo, dispotico e con una sorta di sadismo educato, tipicamente piemontese, come raramente se ne sono visti. Ma ci sono anche i due fratellini che sembrano quelli de Il Posto (di Ermanno Olmi 1961), soltanto molto più giovani, oltre ad una ventenne Raffaella Carrà, in un cast che Monicelli sfrutta mirabilmente per rendere un’opera corale anche da questo punto di vista, sottolineando ulteriormente il tema collettivo del racconto. 

Con personaggi di questo tipo, a cui si uniscono anche macchiette come il bergamasco (Pippo Starnazza) e il siciliano, tipici characters da barzelletta, sulla base di una sceneggiatura alla quale cooperano, oltre al regista, i bravi Age & Scarpelli, il film fila via sparato sorretto da una serie di gag che si alternano a momenti realistici di dura vita operaia o ad autentici passaggi tragici più che drammatici. Anche considerato che tutta quanta la vicenda prende il via da un tremendo infortunio sul lavoro, i colpi di scena traumatici della morte di Pautasso ma soprattutto, nel finale, del fratello maggiore dei due ragazzini, sono mazzate tremende che Monicelli riesce comunque a gestire con perizia e senza scadere nel pietismo di bassa lega. E il finale, con il fratello più piccolo, non più che un bambinetto, che stoicamente prende il posto del maggiore in fabbrica, ci rassicura sul destino dell’Italia, almeno nella sua anima industriale del nord. Perlomeno sul piano produttivo; per le tutele dei lavoratori, per il momento si deve soprassedere. Ma ce n’è di michette da riempire: meglio darsi da fare. 



   
Anne Girardot





Raffaella Carrà



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