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mercoledì 27 maggio 2020

I MONGOLI

575_I MONGOLI ; Italia, Francia, 1961. Regia di André de Toth, Leopoldo Savona e Riccardo Freda.

In genere se in un film mette mani più di un regista c’è il rischio che vada compromessa l’omogeneità del risultato finale. E I mongoli reca le firme di ben tre autori: André De Toth, Leopoldo Savona e Riccardo Freda. Vero è che quest’ultimo si è occupato delle sole scene di battaglia e, quindi, il suo apporto può definirsi limitato e probabilmente ben gestibile nel complesso. Ma resta da capire come sia ripartita la regia nel resto del film e se la condivisione, rivendicata sia da De Toth che da Savona (che appaiono tutte e due nei titoli in qualità di registi), abbia qualche responsabilità nelle lungaggini che appesantiscono il testo. E’ questo, infatti, il punto dolente dell’opera: moltissimi passaggi sembrano inutilmente insistere sulle marce dei soldati o sulle panoramiche delle truppe in movimento ed è come se mancasse, in definitiva, un armonico taglio finale per rendere tutto più leggero ed appetibile. La truce vicenda, di sapore storico, non può certo essere presa come un testo attendibile sotto questo aspetto, ma conserva un discreto fascino. Figure mitiche come Gengis Khan hanno sempre un buon riscontro sullo schermo, sebbene né il ruolo del leggendario condottiero né l’interpretazione di Roldano Lupi siano in questo caso memorabili. A lasciare un segno, rosso come gli infuocati titoli di testa, ne I mongoli è soprattutto uno strepitoso Jack Palance nella parte di Ogotai, bellicoso figlio di Gengis Khan. A finire sotto i colpi della sua frusta anche la sua amata Huluna, una Anika Ekberg in qualche frammento degna della fama ottenuta ne La dolce vita (1960, regia di Federico Fellini). 

Per altro la stessa Huluna avrà l’occasione di provare l’utilizzo della frusta dalla parte del manico ai danni della povera Amina (Antonella Lualdi), rappresentante femminile dei polacchi, avversari dei mongoli nella storia narrata. L’eroe degli europei è invece Stefano di Cracovia (Franco Silva), guerriero di sorprendente indole pacifista (ma comprensibile in virtù del terribile nemico in questione), affiancato da Enrico di Valois (Gianni Garko), personaggio che prima tradisce e poi trova il riscatto. L’intreccio è tutto sommato ben orchestrato, i personaggi ci sono, ed è comunque interessante notare come i due interpreti più validi (Palance e la Ekberg) prestino servizio ai cattivi di turno. Freda non tradisce nelle scene di battaglia di cui sono anche da segnalare quegli aspetti storici come le tattiche o gli strumenti di guerra, valgano a titolo d’esempio le pregevoli torri d’assedio che si vedono all’opera. Manca, ma è un limite tipico di moltissimo cinema di genere di produzione italiana (o prevalentemente italiana), un po’ di spessore, troppo vago l’intento pacifista di Stefano e poco incisivo il riscatto di Enrico. Strepitoso, sull’altro versante, l’Ogotai di Palance di cui nemmeno la Ekberg, al tempo all’apice della fama, riesce a tenere il passo.


               

Anita Ekberg





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