Translate

domenica 15 ottobre 2017

LA BESTIA UMANA

1_LA BESTIA UMANA (Human desire). Stati Uniti, 1954; Regia di Fritz Lang

Tratto dall’omonimo romanzo di Emile Zola, La bestia umana, un cui adattamento era stato già portato al cinema da Jean Renoir con il suo L’angelo del male nel 1938, viene qui riproposto da Fritz Lang che, attraverso l’obiettivo della sua magistrale macchina da presa, ne ottiene un’opera decisamente personale e perfettamente autonoma dai suddetti lavori. Lang è regista ormai di grandissima esperienza, in generale e nello specifico del genere noir a cui il film appartiene: questa enorme padronanza dei mezzi tecnici e dei codici narrativi specifici emerge lampante dalla superba bellezza classica che La bestia umana trasuda da ogni inquadratura. Ogni boccata di fumo di sigaretta di Jeff Warren (il bravissimo Glenn Ford), ogni sguardo ambiguo di Vicky (l’adorabile Gloria Grahame), ma soprattutto ogni momento speso sui dettagli meccanici, le rotaie, gli scambi, gli ingranaggi dei treni, è girato con una pulizia formale che esalta ogni minimo particolare della storia. La vicenda è ambientata praticamente sulla ferrovia, essendo macchinista Jeff e capo scalo-stazione Buckley (Broderick Crawford), che altri non è che il marito di Vicky; questo elemento, l’ambientazione ferroviaria, non è affatto secondaria in Lang che, appunto, ne sottolinea l’importanza con la grande attenzione dedicata agli aspetti figurativi (i treni che sfrecciano, le rotaie, i vagoni, la locomotiva) ma anche operativi (la scena in cui la motrice viene fatta ruotare sulla piattaforma girevole). L’autore austriaco è stato il regista della saga dei Nibelunghi o di quella del Dottor Mabuse, per non parlare del visionario Metropolis: nel suo periodo tedesco egli ha spesso esaltato la figura del super-uomo, l’eroe germanico per eccellenza. Ecco quindi che, per contrasto, in La bestia umana, film noir, uno dei generi americani per antonomasia, al centro della scena non solo ci sia un ferroviere, un lavoratore, ma ci sia proprio la ferrovia, il treno, un prodigio della tecnica umana al servizio della collettività. Il che è esattamente l’opposto rispetto ai temi evidenziati dal suo cinema prima della sua fuga dalla Germania nazista. Naturalmente non è che Lang faccia l’apologia dell’America, e in effetti il suo apporto al genere deputato, il western, è minimo; ma le fondamenta democratiche del sogno americano sono sempre ben evidenziate dal regista austriaco, al quale, provenendo dalla Germania nazista, devono apparire importantissime. Se l’impostazione alla base della sua opera è quindi cambiata dal suo primo periodo, non cambiano invece i registri e le atmosfere care al regista nato a Vienna. L’uso della luce, il gioco dei chiaroscuri, è stato una prerogativa dell’espressionismo tedesco prima e del noir americano poi, e ha trovato in Lang uno dei suoi massimi interpreti. 
Il genere noir ha avuto il suo apice negli anni quaranta, e nel 1954 ha ormai perso un po’ del suo abbrivio: ma ne La bestia umana la matrice fotografica espressionista, il cui superbo bianco e nero è curato da Burnett Guffey, ha un’eleganza formale superiore e l’appartenenza alla corrente è riconoscibilissima. La vicenda narrata in sé è un melodramma, una storia d’amore che vede cioè tre protagonisti; in realtà i triangoli sentimentali sono due, che si intarsiano in modo magistrale, allo stesso modo in cui i treni cambiano direzione sugli scambi delle rotaie. In primo luogo abbiamo Buckley-Vicky-Owens, dove naturalmente la donna è il centro di gravità dell’intreccio ed entra in gioco Owens, il superiore di Buckley. Se diamo un’occhiata ai nomi, potremmo ipotizzare che Owens possiede (Owens suona in modo simile a owns, che significa appunto possiede) Vicky (quasi un ipotetico diminutivo di victim, vittima, colei che è posseduta), il che manda in escandescenza, fino a trasformare in un assassino, il di lei marito Buckley (to buckle significa, tra le altre cose, deformarsi). L’omicidio avviene sul treno, ed esattamente come in uno scambio ferroviario, nel momento in cui Buckley uccide Owens entra in scena Warren. E per continuare il gioco di prima, il suo nome ha due valenze, a testimonianza ulteriore del bivio nel quale poi si troverà: innanzitutto porta il suffisso war, e infatti è appena tornato dalla guerra, luogo dove si ammazza per mestiere; cosa che non passa affatto inosservata a Vicky, che di questa esperienza dell’uomo intende usarsene per eliminare il marito. Ma letteralmente warren significa conigliera, detta anche gabbia per conigli: e sarà in una gabbia quella in cui verrà attirato il ferroviere dalla bella moglie del collega. Già in questa semplicistica disamina dei personaggi possiamo notare come quelli maschili abbiano comportamenti abbastanza lineari: Owens fa la sua parte di uomo di potere e Buckley è destinato alla rovina sin dal principio, perché appare chiaro che abbia fatto carriera (sia al lavoro, che in amore) nel momento in cui gli uomini migliori erano in guerra. Il suo arrivare quasi al vertice della piramide (pseudo)meritocratica americana, è solo frutto delle circostanze: ma lui, da quel punto, da una buona posizione professionale e da una bella moglie, non può che scivolare verso il basso e, in queste situazioni, emergerà la sua indole brutale. Che potrebbe anche essere La bestia umana del titolo, ma che probabilmente non è tanto lui, o comunque non solo. Leggermente diversa la condizione di Jeff Warren che, essendo il protagonista maschile del nostro noir, come insegna il manuale del genere, è un uomo onesto che incontra un angelo del male (per usare le parole di Jean Renoir) che proverà a corromperlo. 
E la differenza con gli altri due uomini della tresca è nella possibilità di scelta che gli si paventa dinnanzi, esplicitata anche dal fatto di essere un macchinista e, quindi, colui che conduce il treno. Contrariamente alla maggior parte dei film di questo filone, Warren riesce a salvarsi per tempo: d’altronde non siamo più negli anni quaranta, e la decade successiva stà provando a superare l’impasse angosciante che il mondo sembrava vivere nel periodo dominato dalla guerra mondiale. Alla dark lady irresistibile, che impersonava l’impossibilità di avere una via di scampo, gli anni del boom propongono invece le pin-up, le ragazze coi golfini stretti sui corpi voluttuosi. Jeff può resistere alle proposte indecenti di Vicky (mi avrai se uccidi mio marito) non perché questi non è credibile come femme fatale, anzi. Ma a supportare i valori morali dell’uomo (per altro vacillanti: si convince ad uccidere il rivale, ma poi non se la sente quando vede che questi è ubriaco) è l’alternativa offerta da Jean (Peggy Maley), una dolce e prosperosa figlia di un altro collega. Il genio di Lang è anche questo: capire che un genere è ormai fuori tempo e non ostinarsi a riproporne gli stilemi in maniera vuota e ripetitiva, ma usarlo per comprendere meglio le dinamiche del passaggio epocale. Al centro di tutto questo trambusto c’è lei, Vicky, a cui una seducente Gloria Grahame cede il volto malizioso e la sensualissima figura intera. Negli Stati Uniti, la condizione femminile durante la seconda guerra mondiale subì un’emancipazione enorme, e di questa ascesa nella scala sociale dell’altra metà del cielo, se ne rese conto anche il cinema, ma con generi diversi rispetto al noir. Nel noir la figura femminile tipica era quella della femme fatale, ma si trattava di una sorta di esca per il vero protagonista, che in genere era un uomo. Il meccanismo di La bestia umana rimane sostanzialmente questo, ma oltre al salvataggio in extremis dell’uomo, dobbiamo anche considerare tra le novità la posizione della dark lady della vicenda. Vicky è sicuramente la bestia umana, o, meglio, è quella che maggiormente istiga quell’human desire che può essere definito anche la nostra parte bestiale quando il desiderio non declina al bene ma assume derive violente o di odio. Ma, oltre che carnefice, Vicky è anche vittima di questo gioco, perché è lei per prima che viene indotta in tentazione: il marito, accecato dalla paura di perdere il posto di lavoro, praticamente la costringe a tornare da Owens. E anche il bravo Jeff, quando la vede sul treno, non approfondisce la conoscenza, ma passa subito alle vie di fatto. A differenza di tanti altri film del genere, Lang insiste sull’umanità di Vicky, che sebbene fonte di desiderio è anch’essa soggetta alle stesse regole; la reticenza con cui cerca di resistere al recarsi da Owens, oppure quando ammette di amare, non ricambiata, Jeff, sono tutti elementi che ci dicono dell’estrema debolezza della dark lady di questa storia. Purtroppo per lei non c’è alternativa, anche lei, come il marito, corre su binari prestabiliti: il consorte, l’uomo a cui legalmente fa riferimento, la spinge dall’ex amante per un proprio tornaconto, ma non vuole assolutamente che lei torni a lavorare. La figura femminile è quindi vista in tutte le sue contraddizioni: non deve essere autonoma per non ledere la dignità del maschio, ma se accetta i compromessi del mondo maschile, è definita una sgualdrina.
L’incipit del film è strepitoso, le immagini della corsa del treno sostenuto dalla musica incalzante e contemporaneamente angosciante ci prospettano una storia dalla quale fuggire non sarà per niente facile. Lo sviluppo della trama è assolutamente impeccabile, con tutti i tasselli che lentamente e pazientemente Lang incastra fino a disegnare la trappola nella quale i protagonisti maschili vanno a ficcarsi: Buckley manda la moglie da Owens a chiedere di evitargli il licenziamento, fingendo di ignorare o ignorando opportunisticamente il passato; questi che accetta subito di incontrarla ben sapendo che è sposata; dal canto suo anche Warren appena la vede se ne invaghisce nonostante tutti lo sconsiglino. L’unica che agisce contro la propria volontà o è condizionata da altri, è Vicky: prima dalle richieste del marito, poi dal ricatto della lettera. Di contro, è anche l’unica a mentire in continuazione, perché la matrice ambigua della dark lady  le rimane del tutto riconoscibile.   
A livello tecnico, praticamente tutte le inquadrature sono di assoluto livello; alcuni passaggi sono davvero magistrali anche per l’enfasi emotiva che trasmettono. In questo senso la mano del grande regista viennese è riconoscibile nella scena in cui Buckley focalizza quello che è successo tra Owens e Vicky. La Grahame è brava a lasciar sin da subito intuire di non voler recarsi dal vecchio signore per qualche motivo poco limpido; poi, le parole della segretaria e quelle dello stesso Owens confermano quanto già intuibile. Nel frattempo Buckley attende impaziente l’esito del colloquio da cui, in prima istanza, dipende il suo futuro lavorativo. Il tempo passa e l’uomo è sempre più irrequieto; l’ambiguità della donna, amica di Vicky, dalla quale Buckley è ospite nella spasmodica attesa, è un altro dettaglio che contribuisce a definire meglio quanto stà realmente succedendo. L’unico che pare non accorgersene, accecato dalla paura di perdere il posto di lavoro, è Buckley: Vicky, Owens, la segretaria, l’amica di Vicky, e anche noi spettatori sappiamo in quale modo la moglie del capo scalo-stazione otterrà il favore. In questa gigantesca trappola dove tutti sanno, e l’unico a non sapere è proprio colui che l’ha imbastita, lui, Buckley comincia ad agitarsi sul serio: torna Vicky, che cerca di dissimulare e rispondere evasivamente alle domande. La tensione cresce man mano che l’uomo si rende conto sempre più di quanto è successo, fino a quando la donna ha un moto di disgusto, verso un approccio del marito ma anche verso Owens e verso se stessa, e la tensione esplode nella violenza bestiale di Buckley. Un’altra scena magistrale è quella dell’omicidio di Owens, a cui i vagoni e la velocità del treno, contribuiscono a dare un senso di claustrofobia e di impossibilità di vie di fuga: i volti tesi che si affacciano nei corridoi, l’incombere del controllore, la presenza di Jeff che chiude la strada, ogni immagine, un capolavoro. Ma tutto il film è composto da sequenze sopraffine, fino a quella nel finale, dove Jeff deve uccidere Buckely, e ci sono pochi fotogrammi dei binari dello scalo merci, visti dall’alto, coi due personaggi schiacciati dal teleobiettivo che sembra non lasciare loro alcuna scappatoia, nella debole luce del crepuscolo.               

La precisione formale in Lang non declina mai, e La bestia umana non fa eccezione, in una rappresentazione fredda e superficiale: al contrario, il cinema del regista viennese vibra di pulsazioni umane e di desiderio (Human desire, appunto) e la sua sopraffina tecnica riesce a trasmetterle con i mezzi tecnici propri della settima arte. Ad esempio, l’uso sapiente e spietato del campo-controcampo durante i dialoghi non permette a nessuno di estraniarsi da quanto mostrato dallo schermo, ma costringe tutti a partecipare ai travagli emotivi dei personaggi. Non pensiamo di guardare altrove, il cinema di Fritz Lang è un cinema morale, non lascia mai via di scampo ma ci costringe sempre a fare i conti con noi stessi, la nostra natura, i nostri desideri.
La bestia umana, non è solo la perfidia di Vicky o la brutalià di Buckley, la bestia umana è quella che alberga in ognuno di noi.


Gloria Grahame









 
                

1 commento: