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lunedì 30 ottobre 2017

DUNKIRK

16_DUNKIRK (Dunkirk) Regno Unito, Olanda, Francia, Stati Uniti, 2017;  Regia di Christopher Nolan.

Un espediente narrativo usato spessissimo nei fumetti, ad esempio in quelli di Paperino, vede il nostro protagonista addormentarsi sotto una pianta e sognare di essere questo o quell’eroe, oppure di vivere in un’altra epoca, interpretando nel sogno, magari insieme agli abituali compagni di avventura, una vicenda storica famosa. Al risveglio, Paperino o chi per lui, tornerà alla sua vita abituale; ma per gli autori lo stratagemma del sogno è comodissimo per ambientare le storie in luoghi o tempi diversi. Christopher Nolan conosce sicuramente molto bene i comics avendo diretto la trilogia di Batman-Il Cavaliere Oscuro; e infatti ecco che in un passaggio, nel finale del suo Dunkirk, getta una piccola esca, apparentemente senza troppo significato. L’evacuazione delle truppe inglesi dalla Francia è ormai conclusa, e abbiamo ancora negli occhi e nelle orecchie il fragore delle scene, quando un soldato sul molo d’imbarco si sveglia. Buon per lui che ci sono ancora gli ultimi ufficiali e quindi, può imbarcarsi, ma per un attimo viene il dubbio che tutto il pandemonio appena terminato possa essere stato un sogno di quel soldato; nel qual caso, più che un sogno, sarebbe stato un incubo. Ovviamente lo è, un incubo, ma un incubo a occhi aperti; vi è sembrato un incubo? sembra infatti volerci dire Nolan, ma è realtà. Perché la realtà della guerra è ben peggiore di qualsiasi incubo partorito dalla fantasia di qualsiasi narratore. Che poi a questo punto verrebbe anche da chiedersi se Dunkirk sia effettivamente un film di guerra; naturalmente lo è, perché mostra una ricostruzione, romanzata o meno, di un evento storico inerente alla Seconda Guerra Mondiale, la famosa Operazione Dynamo. Che tecnicamente è nota come un’evacuazione ma ai più somiglia ad una fuga dal campo di battaglia, sebbene fatta in modo organizzato e senza scadere in un’infamante, in termini militari, rotta disordinata.

Anzi; nel film di Nolan, i soldati inglesi non tradiscono la loro indole rispettosa delle code e stanno tutti composti in fila indiana, pronti per essere imbarcati e portati a casa. Sono talmente ordinati che non sembrano nemmeno uomini, e meno che mai uomini in fuga; somigliano a piccoli ingranaggi che si muovono in modo coordinato anche sotto le micidiali picchiate degli stukas tedeschi. Ma andiamo con ordine; all’inizio del film tre didascalie danno le istruzioni per comprendere il meccanismo di Dunkirk: ci sono tre linee temporali, di differente durata, per i tre grandi elementi militari in gioco, terra, acqua e aria (al fuoco ci pensano i tedeschi). La storia sulla terraferma dura una settimana, quella sul mare un giorno e in aria dovrà bastare invece solo un’ora: e già abbiamo un indizio di quale forse sia uno dei temi di Dunkirk. Infatti si può notare come le tre linee narrative siano intrecciate, pur avendo lunghezze temporali diverse, il che significa che il tempo è una variabile. Che, ahinoi, diminuisce al diminuire delle nostre certezze: alla settimana sulla solida terraferma, fa da contraltare la misera ora a disposizione nell’inconsistenza dei cieli. Nolan mette queste istruzioni ad inizio film e dà quindi il via al conto alla rovescia, scandito magnificamente dal ticchettio e dalle musiche della totalizzante colonna sonora di Hans Zimmer.

Sulle immense spiagge di Dunkerque va in scena un drammatico balletto, con scene di massa che disegnano coreografie costellate dalle esplosioni dei terribili bombardamenti tedeschi. Lo spazio aperto del bagnasciuga francese diventa una gigantesca trappola, a definire come anche l’altro elemento cruciale del film, lo spazio appunto, sia anch’esso variabile in modo non convenzionale. Le enormi spiagge diventano trappole, allo stesso modo della claustrofobica barca arenata, dello stretto molo o della angusta cabina del Supermarine Spitfire che non vuole saperne di cedere. E di contro, la Gran Bretagna, lontana solo una quarantina di chilometri, sembra irraggiungibile.
La messa in scena maestosa di Nolan è magnificamente cinematografica e si affida agli stilemi del cinema muto con l’ausilio di un supporto sonoro di grandissimo livello; a questo punto i dialoghi servono a poco. Anche perché quando si scappa, ma per davvero, non si ha troppa voglia di parlare. E allora le scelte del regista britannico appaiono giustificate anche nell’ottica di dare una resa concreta, vivibile, all’orrore della guerra. E su tutte le scene, ma soprattutto nell’incipit, grava un senso onirico, come se tutto fosse un gigantesco incubo. Ma non è un incubo: il risveglio del soldato, che si ritrova nella stessa drammatica realtà lasciata al momento di addormentarsi, è la prova che ci porta Nolan per dirci che non si tratta di un incubo. E’ una realtà da incubo.

Ma non possono sfuggire anche tutti quei segnali che ci dicono che Dunkirk è un film particolare anche in rapporto al suo essere un film di guerra, o non essere solo un film di guerra. Se ne possono citare alcune, di queste anomalie rispetto ad un canonico film bellico: per cominciare, non è mostrato un conflitto vero e proprio, ma piuttosto una ritirata. I nostri non fanno altro che scappare, a parte il lavoro svolto dagli Spitfire, sebbene anche questi non se la passino troppo bene, costretti all’ammaraggio quando non declassati al ruolo di aliante. L’Operazione Dynamo sembra l’esatto opposto di un’operazione militare, visto che sono i civili a salvare i militari. E se non ci sono gli americani, che sulle spiagge di Normandia al cinema sono elemento indispensabile in ogni film bellico, mancano pure i tedeschi, anche se fanno giusto una capatina nel finale, sempre al netto dell’ossessiva e martellante presenza della Luftwaffe che però, più che vedersi, si sente. Se paragoniamo poi i due eventi cruciali sulle spiagge di Normandia, noteremo una simmetria speculare alquanto insolita: nell’Operazione Overlord, abbiamo uno sbarco disordinato, nel quale, nella maggior parte dei casi, i soldati andavano incontro a morte certa; a Dunkerque i soldatini inglesi attendono pazientemente incolonnati di imbarcarsi per fuggire al nemico. Esattamente il contrario, per cui si potrebbe affermare che Dunkirk si presenta con presupposti che sono esattamente contrari ad uno dei più classici tra gli episodi di guerra.

Ma allora ben difficilmente il fulcro centrale della questione può essere strettamente inerente all’aspetto bellico. Il tempo, lo spazio, le difficoltà da affrontare, sono infatti temi universali; e Nolan sembra volerci mostrare come, anche a fronte di scene di grandissima efficace evidenza, spesso non si riesce a capire, vuoi perché nelle avversità il tempo scorre troppo veloce o il terreno manca sotto i piedi o, al contrario, non si trova un angolo dove nascondersi. Il tema dell’incapacità di vedere, di capire quello che succede è evidenziato nel finale, quando i soldati non si rendono conto di essere accolti con favore, nonostante la debacle militare; e del resto, l’Operazione Dynamo è acclamata in patria come un successo, (umanamente in effetti lo è, ma non in termini militari anche per via dell’impiego dei civili), ma nell’insieme forse ci sarebbe poco da festeggiare, in considerazione di quanto sarebbe costato in seguito riconquistare la posizione sul continente. Anche il ragazzo morto sulla barca viene raccontato come un eroe ma la sua morte, purtroppo, ha ben poco di eroico. Retorica di guerra, d’accordo, di cui Nolan sottolinea la falsità; ma di cui, nonostante sia palese, in pochi si accorgono. Il passaggio cruciale avviene quando i soldati sbarcano in patria e ad accoglierli trovano un non vedente che si congratula con loro per essere arrivati sani e salvi; che di fatto, è l’unica cosa che conta. Non solo il soldato non si rende conto del significato delle parole dell’uomo, pur avendo vissuto sulla propria pelle quell’esperienza; ma, pur potendolo guardare in faccia, non comprende nemmeno che questi è cieco, e scambia la sua naturale incapacità di guardarlo negli occhi come un segno di disprezzo.
Dunkirk è un film che esalta l’aspetto visivo e partecipativo dello spettatore all’ennesima potenza; ma lo avverte: a volte, per capire le cose, non basta guardarle e nemmeno viverle. 


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