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lunedì 22 giugno 2026

UNA CAVALLA TUTTA NUDA

1832_UNA CAVALLA TUTTA NUDA Italia, 1972. Regia di Franco Rossetti

Tra le conseguenze più curiose della storia del cinema italiano, c’è quella della nascita del genere Decamerotico: difficile, infatti, immaginarsi Pier Paolo Pasolini che, dopo aver finito di girare il primo capitolo della Trilogia della Vita, il film Il Decameron, si scopra ad aver inaugurato un filone cinematografico che, seppur riprendendone alcuni aspetti formali, tradisca in modo così plateale la sua idea. D’altra parte il successo del film di Pasolini fu tale che ai produttori italiani non parve vero di poter ricalcarne alcuni aspetti erotici, a puro scopo pruriginoso, confidando sul fatto che fosse quello che la stragrande maggioranza del pubblico ricercava. Quest’ultima, probabilmente era un’impressione corretta, fatto sta che, Il Decameron uscì nelle sale nell’autunno del 1971 e, al netto dei problemi con la censura, ebbe grande successo di critica e, come detto, di pubblico. L’anno seguente il neonato Decamerotico divenne istantaneamente il genere del momento, almeno nel Belpaese, e vide una fioritura clamorosa di titoli, quasi una trentina nel solo 1972. Tra questi, Una cavalla tutta nuda viene considerato una sorta di capostipite, essendo uscito nelle sale ad inizio febbraio di quell’anno. In un certo senso, il titolo cerca di attirare l’attenzione su quello che è, in effetti, l’unico motivo per vedere il film: Barbara Bouchet. Non si tratta dell’uso di un gratuito paragone metaforico non eccessivamente fine, in quanto nel film, in un passaggio effettivamente pretestuoso, il cavaliere Folcacchio de Focacchieri (Don Backy), imbroglia un povero contadino promettendogli di trasformarne la moglie Gemmata, il personaggio della bellissima attrice di origine tedesca, in una cavalla che l’aiuti nel lavoro nei campi. Ovviamente lo scopo è poter approfittare delle grazie della ragazza a cui la Bouchet, all’epoca ventinovenne, regala una bellezza folgorante. Ma che, e questa è la pecca principale imputabile a Una cavalla tutta nuda, nel film non si vede che per pochi minuti. In effetti il racconto filmico è piuttosto articolato, con Folcacchio, un ghibellino di ritorno dalla guerra, che si unisce al marmista del borgo natio, Gulfardo de’ Bardi (Renzo Montagnani), per un’ambasceria da portare al vescovo di Volterra. Siamo, se non si è capito, nel Basso Medioevo, e, nell’insieme, il film di Rossetti riesce anche ad evocarne il ricordo, non fosse altro per le canzoni, di Detto Mariani e del protagonista Don Backy, se non propriamente gradevoli, quantomeno funzionali nel creare un po’ di atmosfera storica. Perché, al netto degli sforzi del costumista e della scelta delle ambientazioni, operazioni anche coerenti nelle intenzioni, il film non riesce ad uscire dalla confezione formale di una recita di quartiere. Che sarà poi, in sostanza, la cifra stilistica di un genere, il Decamerotico, improvvisato e pretestuoso. Oltretutto, i due protagonisti, Backy e Montagnani, non sembrano affatto credibili, nei panni medioevali, per quanto in operazioni di questa portata è d’obbligo un alto grado di accondiscendenza, senza il quale è davvero difficile la visione completa del film. In ogni caso, Don Backy ha un aspetto troppo moderno, mentre Montagnani, che poteva avere il look d’occasione, non sembra particolarmente in forma. Si potrebbe obiettare che anche la Bouchet non ricordi esattamente una contadina del Trecento ma la bellezza è il migliore dei passe-partout e, in quest’ottica, Barbara può quindi interpretare qualsiasi ruolo.   




 

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