1831_FRACCHIA LA BELVA UMANA Italia, 1981. Regia di Neri Parenti
Guardando Fracchia la belva umana, film del 1981 di Neri Parenti, si può rimanere sorpresi da due impressioni che l’opera suscita nello spettatore, due impressioni non esattamente in sintonia tra loro e che pure sorgono all’unisono. Da un lato, è inevitabile osservare come il protagonista, e alcuni suoi comprimari, stiano percorrendo strade già percorse e ripercorse da loro stessi; dall’altro è però innegabile che, nel contesto creato per l’occasione, questi cliché risaputi funzionino forse nel modo migliore mai visto. D’accordo, il primo Fantozzi –che è un paragone come vedremo inevitabile– è un film notevole, tuttavia Fracchia la belva umana ha un’impalcatura corale più articolata e anche la struttura narrativa non è un semplice inanellamento di gag. La caratteristica più evidente nel soggetto del film di Parenti è la presenza del tema del doppio, per altro anche questo un elemento non certo originale. Tuttavia, quello che per molti è solo il piacere di vedere per una volta il tipico protagonista fantozziano di Paolo Villaggio prendersi la sua rivincita –memorabile il cazzotto rifilato al personaggio di Anna Mazzamauro– è probabilmente un discorso che si potrebbe azzardare a dire un po’ più profondo. Perché se il racconto si limitasse ad opporre Giandomenico Fracchia alla Belva Umana, i due indistinguibili personaggi interpretati da Paolo Villaggio, si potrebbe pensare ad un semplice escamotage narrativo già visto tante volte. E, a prima vista e in buona sostanza, quello è Fracchia la belva umana, ovvero una sorta di scontro tra l’«eroe» e il suo sosia che tante volte si è visto nei racconti, dal cinema ai fumetti. Ma il lavoro sul tema del doppio nel film è troppo articolato e presenta altri rimandi che non sarebbero necessari ad un banale scontro tra il protagonista e un antagonista del tutto simile a lui. Che, come detto, rimane la facciata del film, dietro alla quale, tuttavia, si può scorgere qualcosa di più interessante. Prima va però specificato che Fracchia era stato un personaggio televisivo di Paolo Villaggio, risalente addirittura agli anni Sessanta, già al tempo affiancato da Gianni Angus nei panni del suo dispotico superiore e che ritroviamo anche nel film di Parenti. Questi elementi vanno ricordati perché fanno capire come la chiave metalinguistica sia ben chiara agli autori e, in questo senso, è quindi leggibile un raddoppio tra i personaggi di Villaggio, Fracchia e Fantozzi, che sono decisamente simili. La Mazzamauro, qui nei panni della signorina Corvino, conferma il rimando alla saga fantozziana così come anche il personaggio femminile en travesti, in questo caso Gigi Reder nel ruolo della madre della Belva Umana. Abbiamo quindi già un raddoppio del tema del doppio: nel film, tra i due sosia, e, fuori dal film, con il paragone con Fantozzi che è, in sostanza, identico a Fracchia. Ma il tema del doppio è costantemente ripetuto nella pellicola, a cominciare dalla presenza di Lino Banfi (è il mitico commissario Auricchio) uno dei pochi comici dell’epoca a poter reggere il paragone con Villaggio. Nel film, il commissario Auricchio è poi sempre accompagnato dal fido De Simone (Sandro Ghiani), con cui inanella una serie di gag ripetitive comunque divertenti, e un altro asse del tema del doppio si può leggere nella sua rivalità con il colonnello dei Carabinieri (Renzo Rinaldi). Quello tra polizia e carabinieri è poi un argomento che mette un po’ di carico, al senso del film, in quanto la rivalità tra le forze dell’ordine italiane è da sempre un problema con risvolti anche serissimi. E qui, pur se utilizzato in chiave ironica, amplifica la critica del film da individuale a sociale.
Tornando al binomio Auricchio – De Simone, ovviamente si può intendere anche come una semplice coppia comica, in cui due personaggi tra loro diversi sono utilizzati per far funzionare gli sketch umoristici. E in quel senso potrebbero essere letti anche gli accoppiamenti tra Fracchia e la signorina Corvino o quello con il datore di lavoro, ma quello tra Villaggio e Banfi, i due primattori, pur essendo una cosa abituale nella commedia italiana, è una sorta di conferma dell’intento non banale dell’intera operazione. Perché Fracchia, alter ego nientemeno di Fantozzi, era un personaggio che già da solo poteva reggere un lungometraggio e, in questo caso, aveva già una duplice veste. Non a caso il personaggio di Banfi, il commissario Auricchio, è ricordato come una delle migliori interpretazioni dell’attore pugliese, una convincente interpretazione resa necessaria dal dover bilanciare il peso del doppio ruolo dell’altro protagonista. In ogni caso il tema del doppio è impostato su diverse coordinate che ne sanciscono l’importanza: quella interna al racconto, tra Fracchia e la Belva Umana, quelle metalinguistiche, come il rapporto tra Fracchia e Fantozzi e quello nell’economia della pellicola tra Villaggio e Banfi, mentre, a livello sociale, non è da sottovalutare l’asse tra le forze dell’ordine, visto che sarà decisivo nel risolvere la storia. Nella sua origine, il tema del doppio pone l’individuo a confronto con sé stesso: un senso rimarcato dall’equivoco titolo scelto per il film. Infatti, leggendo Fracchia la belva umana chiunque intende che il protagonista Giandomenico Fracchia sia la Belva Umana, lo spietato criminale. Il che, ovviamente, non è vero, visto che il ruolo di Villaggio è appunto duplice; ma il dubbio, che il titolo instilla, è che Giandomenico Fracchia possa essere la Belva Umana. In sostanza, il personaggio timido, impacciato, pauroso e imbranato che gli italiani amano deridere –e in cui ammettono tacitamente di identificarsi– è solo una maschera di comodo. Lo stesso personaggio, meglio, lo stesso individuo, può assumere un altro ruolo, se le condizioni opportunisticamente lo consentono, e trasformarsi in uno spietato aguzzino. In questo senso Fracchia la belva umana non solo è più articolato di Fantozzi, ma è il film che ne completa il discorso, lasciando intendere come quello di Salce fosse solo una parte della faccenda, la parte più semplice e ruffiana. Per quanto, in ruffianeria, sia Villaggio che gli autori di Fracchia la belva umana sono maestri e celano il loro affondo dietro una rivincita dell’eroe sfortunato che appaia unicamente virtuale, visto che, alla lettera, non è Fracchia ma la Belva a stendere i personaggi di Angus e della Mazzamauro. Ma il tema del doppio è troppo esplicito per poter essere disinnescato in modo tanto semplice: risulta chiaro, guardando Fracchia la belva umana, che il personaggio fantozziano ha i suoi numeri come chiunque altro e il suo dichiararsi sfortunato, timido, eccetera, eccetera, è solo un alibi per non fare alcuno sforzo nel timore che questo si riveli vano, in toto o anche solo in parte. Giandomenico e il criminale suo sosia, come recita argutamente il titolo, sono due facce della stessa persona e, non a caso, muoiono insieme. Per questo cruciale passaggio, che chiude sostanzialmente il film, si ricorre all’annosa e incomprensibile divisione delle forze dell’ordine presente nel Paese, a ribadire che quella fantozziana è una maschera che rappresenta in modo esemplare l’italiano medio, definizione orribile ma consona al contesto. In Italia, quello che spaventa, nella nostra metà nascosta, non è l’anima oscura, ma il rischio di dover mettersi finalmente a fare quello che preferiamo pigramente ritenere irraggiungibile.




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