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domenica 28 giugno 2026

DUE CUORI, UNA CAPPELLA

1834_DUE CUORI, UNA CAPPELLA Italia, 1975. Regia di Maurizio Lucidi 

L’idea alla base di Due cuori, una cappella, film di Maurizio Lucidi che vede protagonista Renato Pozzetto ai suoi arbori cinematografici, è inserire il tema giallo nella classica commedia erotica italiana. Al tempo, il Thriller all’italiana e il Poliziottesco, due correnti che si iscrivono in qualche modo al genere investigativo, erano all’apice del successo mentre la commedia, che era sempre stata popolare nel Belpaese, stava però ridefinendosi in chiave smaccatamente scollacciata. In effetti, il titolo del film di Lucidi è persino di cattivo gusto, lasciando intendere particolari anatomici pruriginosi quando poi si deve giocoforza dedurre che il riferimento incriminato è alla cappella dove è sepolta la madre del protagonista e con lei i suoi preziosi gioielli. Uno stratagemma innocuo, per carità, ma che ben fotografa le mire e le ambizioni di regista e produttori: attirare l’attenzione e non curarsi eventualmente poi di eludere e deludere le aspettative. Il film, in ogni caso, sorretto dalla verve surreale di un Renato Pozzetto alle prime armi, almeno sul grande schermo, è godibile, sebbene è evidente che non si sia di fronte ad alcunché di memorabile. Aristide, il personaggio di Pozzetto, è il tipico bamboccione che l’attore milanese non smetterà sostanzialmente mai di interpretare. A suo fianco, Agostina Belli è Claudia, una prostituta che cerca di raggirarlo per sottrargli i gioielli che l’uomo aveva ricevuto in eredità dalla madre. A dar man forte alla donna, nell’organizzare un intrigo in effetti degno di un poliziesco, c’è Victor (Aldo Maccione), una sorta di gangster de noantri ex detenuto e particolarmente prepotente. La trama si tinge definitivamente di giallo quando Victor organizza il rapimento di una bambina incaricando Aristide del ruolo più delicato, il prelievo della bimba. La bottiglia di J & B, il più tipico dei cliché dei gialli cinematografici italiani del tempo, fa la sua comparsa, a testimoniare l’attenzione formale degli autori. In effetti questi passaggi sono ben orchestrati e, a sorpresa, l’attrice Giuseppina Matteotti riesce a rendere simpatica in modo del tutto naturale la piccola bambina, cosa per niente scontata, e Pozzetto si dimostra all’altezza anche in questo passaggio per niente banale. Nel finale Aristide ribalta la situazione e si prende le sue rivincite: Victor prima è messo al suo posto, poi viene addirittura maritato a Speranza (Pia Morra), vicina di casa non certo avvenente. La ragazza mirava a sposare Aristide ma questi, fingendo di accettare, in realtà costringe poi Victor a prenderla in moglie. Claudia invece si ritrova con le copie dei gioielli, che Aristide si era premunito di realizzare avendo intuito l’imbroglio. Tutto bene, quindi? Fino ad un certo punto, perché quando Aristide incontra nientemeno che Ursula Andress al cimitero, dove aveva in precedenza conosciuto Claudia, fugge a gambe levate. Scappare da Ursula Andress non può, in nessun modo, essere considerato un lieto fine, nemmeno in chiave surreale. Eh, che diamine.   






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