1845_SPIDER-MAN: BRAND NEW DAY , Stati Uniti 2026. Regia di Destin Daniel Cretton
La storica frase di lancio che pubblicizzava i personaggi Marvel era, come noto, «Supereroi con super problemi», ad evidenziare la loro modernità rispetto ai più immacolati paladini di quella che veniva scherzosamente chiamata Distinta Concorrenza. La DC, che sta ovviamente per Detective Comics, schierava infatti eroi del calibro di Superman e Batman che, per quanto non fosse un personaggio del tutto rassicurante, era comunque un miliardario che sul proprio lato oscuro soprattutto ci giocava. Alla Marvel ritenevano, non senza ragione, che i propri fumetti affrontassero in modo più profondo i disagi interiori, spesso riferendosi a quel pubblico giovanile che era sempre stato il loro lettore di riferimento, da qui il loro strillo pubblicitario. Tra i tanti eroi della Casa delle Idee, così si autodefiniva la Marvel all’epoca, Spider-Man, o l’Uomo Ragno, come era conosciuto ai tempi nei nostri lidi, era uno di quelli che aveva problemi più prosaici, per così dire. Certo, dai suoi scrupoli di coscienza era nata una delle frasi più significative dei comics e non solo, “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, e il dolore per non aver salvato lo zio Ben era un peso non indifferente. Tuttavia i problemi personali che il personaggio incontrava settimanalmente nel fumetto erano perlopiù quelli di un adolescente comune, con le cotte per le varie Gwen e M.J. ad infiammare i cuori dei giovani lettori. Se dandogli quel nome Stan Lee aveva omaggiato Superman, Spider-Man suona infatti abbastanza simile, come figura del supereroe appena velata di macabro l’ispirazione era Batman: un ragno è orripilante più o meno quanto un pipistrello ma l’aspetto orrorifico poi finiva lì, come si può capire guardando lo sgargiante costume dell’Arrampicamuri. Tutto ciò non riguarda direttamente Spider-Man: Brand New Day di Destin Daniel Cretton ma serve per comprendere il senso di questa nuova, l’ennesima, sorta di reboot delle avventure cinematografiche dell’eroe. Quello più recente, risalente al 2017 con Spider-Man: Homecoming, era legato, come esplicava il titolo, al ritorno a «casa» del personaggio dopo gli anni sotto l’egida Columbia Pictures – Sony, e inseriva il personaggio nel Marvel Cinematic Universe. Conclusa la trilogia diretta da John Watts, l’interprete principale, Tom Holland annunciò di non essere sicuro di interpretare ancora Spider-Man, dal momento che si avvicinava alla trentina e, come detto, l’eroe era caratterizzato da problemi adolescenziali. In questo senso, a convincere Holland a rimettersi ancora la tenuta rosso e blu, fu l’idea dei Produttori di rendere adulto il personaggio. Il tema di Spider-Man: Brand New Day è infatti proprio questo: le difficoltà ad accettare sé stessi, fase che contraddistingue l’individuo quando smette di essere un adolescente. Non a caso anche la nemica di turno, Jean Grey (Sadie Sink) deve tribolare, e soprattutto fa tribolare l’intera città, Spidey compreso, per far pace con i propri super-poteri e smettere di essere una minaccia. I poteri, come riportato in un paio di passaggi che rievocano la zia May (Marisa Tomei), non sono nient’altro di ciò che ci contraddistingue e, super o meno, sono speciali per ciascuno di noi. Non si tratta, come prevedibile, di temi particolarmente complessi, essendo i fumetti –o comics per dirla all’americana– una narrativa a sfondo ludico e, proprio per questo, rivolta ai più giovani. Ma questo non significa che siano argomenti banali o trascurabili: tutt’altro, sono passaggi cruciali per la crescita dell’individuo, in questo caso nel senso di lettore o spettatore oltre che dell’eroe. Che deve quindi fare i conti con il proprio lato oscuro e non con una responsabilità indiretta come era la morte dello zio Ben. In effetti, nel film, si nota come durante le sue azioni Spider-Man si preoccupi sempre dell’incolumità dei passanti, situazione che culmina con il protagonista che si rende conto di aver raggiunto il punto di non ritorno quando rischia di ammazzare una persona non direttamente coinvolta nello scontro con lo Scorpione (Michael Mando). Tutta questa cosa è, ovviamente, una sorta di licenza poetica, nel senso che è più difficile credere che non vi siano vittime collaterali alle furibonde battaglie dei film Marvel che ai super-poteri dei loro eroi, ma diamogliela per buona nel senso di veicolare l’idea di un personaggio a suo modo ingenuo, adolescenziale insomma. Ma che, anche vista anche l’età anagrafica dell’interprete ma probabilmente per avere più senso nel mondo di oggi, deve però crescere.
Per farlo, per affrontare il difficile compito di essere un adulto, una persona cioè che si prende carico delle proprie responsabilità belle o brutte che siano, chiama in soccorso i due personaggi più controversi dell’universo Marvel: Hulk (Mark Ruffalo) e il Punitore (Jon Bernthal). Nel caso del primo, in realtà, Peter Parker si rivolge all’alter ego del mostro verde, ovvero il dottor Banner, per chiedergli informazioni per creare uno strumento in grado di tenere sotto controllo gli impulsi eccessivi del super-potere. In ogni caso, sia Hulk che il Punitore, sono due personaggi che, al contrario di Spidey, non si preoccupano troppo di chi ci possa andare di mezzo quando entrano in azione. È evidente che si tratta di comportamenti sbagliati, e l’incolumità delle persone non coinvolte andrebbe sempre salvaguardata, e in questo senso l’atteggiamento di Spider-Man è da lodare in toto. Tuttavia crescendo ci si rende conto che spesso, troppo spesso, praticamente sempre, è impossibile fare la frittata senza rompere le uova, diversamente si resta digiuni. Ed è questa lezione che deve imparare Spider-Man per divenire adulto e per questo gli autori gli hanno portato a domicilio i migliori maestri. Sia Hulk che il Punitore arrivano ad un soffio dall’accoppare non solo ignari viandanti ma perfino lo stesso Spider-Man, ma tutti i due passaggi sono poi risolutivi. Hulk dimostra ad un ormai incredulo Spider-Man che, anche nella sua forma più feroce e brutale, conserva sempre quel briciolo di umanità a cui fa appello per non colpire lo stesso Arrampicamuri, spedendolo al creatore. Se quindi perfino Hulk riesce a controllare la sua rabbia, senza congegni artificiali, deve e può farcela anche Peter Parker. Il Punitore prova invece a risolvere alla sua maniera la disputa con Jean Grey, con un bel colpo di fucile. Proposito assai discutibile, un colpo da cecchino, la cosa peggiore che esista sulla terra, però questa mossa, effettivamente illecita e spericolata, rompe l’impasse e permette a Spider-Man di salvare Jean, guadagnandosi la sua fiducia. Frank Castle si farà poi perdonare portando Peter Parker all’ospedale ma che il suo personaggio sia fortemente discutibile è un dato assodato. Tuttavia, insieme a Hulk, e volendo anche alla Vedova Nera (Florence Pugh), rappresenta in modo forse eccessivo –ma siamo pur sempre nel campo dei super-eroi– la complessità di essere adulti, di affrontare il proprio lato oscuro e di prendersi sempre le proprie responsabilità, a qualunque costo. Nel suo insieme, Spider-Man: Brand New Day è un bel film, divertente e, soprattutto, con un’estetica che, pur mantenendo i dettagli della contemporaneità, smartphone e diavolerie elettroniche moderne, riesce a riportarci al gusto retrò dell’America degli anni 60 e 70. Visivamente, una cosa anche migliore dei mirabolanti effetti speciali delle battaglie.



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