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giovedì 10 settembre 2020

LA PORTA SUL BUIO: IL TRAM

631_LA PORTA SUL BUIO: IL TRAM ; Italia, 1973. Regia di Dario Argento.

Realizzato con lo pseudonimo di Sirio Bernadotte, Il tram è un film per la televisione girato da Dario Argento per una serie antologica dedicata al genere giallo trasmessa sulla Rai nel 1973, di cui lo stesso regista romano era anche curatore. Argento era al tempo in forma strepitosa: i suoi primi tre film (L’uccello dalle piume di cristallo del 1970, Il gatto a nove code e Quattro mosche di velluto grigio entrambi del 1971) erano notevoli e l’avevano reso già una mezza celebrità. La sua sola presenza garantiva infatti l’effetto traino al programma La porta sul buio, come detto un’antologia di racconti filmati del brivido in cui l’autore romano faceva una comparsata per introdurre i vari episodi. Pare che il soggetto per Il tram sia da ricondurre ad una sequenza tagliata da L’uccello dalle piume di cristallo; in ogni caso il tema portante, l’indizio rivelatore che sfugge al commissario Giordani (Enzo Cerusico), è un cliché tipico di Argento. Nel complesso il film è piacevole, la trama essenziale permette uno sviluppo ponderato e ben dosato anche per la durata dell’unica ora prevista da queste produzioni televisive. Il soggetto è presto detto: su un tram di Roma è stata trovata una donna accoltellata ma nessuno ha visto niente, nonostante la presenza di altri viaggiatori oltre che del conducente e del controllore. 
Il particolare rivelatore che è già sotto gli occhi di tutti, stratagemma narrativo tanto caro ad Argento, non è in questo caso particolarmente evidente; anzi, allo spettatore può essere facilmente del tutto ignoto. Il regista, autore anche di soggetto e sceneggiatura, prova ad infilarcelo un po’ forzatamente, facendovi riflettere Giordani ad alta voce; resta il fatto che lo spettatore non può necessariamente sapere che il tram, per via degli snodi delle vetture, ha una sorta di black out durante le curve. 
L’idea in sé è quindi teoricamente buona: l’assassino approfitta del buio momentaneo per compiere il misfatto senza dare nell’occhio ma, purtroppo per Argento, l’effetto rivelazione è depotenziato dal fatto che la chiave risolutiva dell’intrigo e il presupposto alla stessa vengono a conoscenza dello spettatore nello stesso momento. Questo, a livello narrativo, è un grave limite: per funzionare a dovere un effetto a sorpresa deve presupporre che lo spettatore sia già a conoscenza degli elementi per risolvere il puzzle, in modo da rimanere stupito probabilmente più dal fatto di non esserci arrivato da solo che dalla rivelazione in sé. Diversamente, se lo spettatore scopre nello stesso istante che il tram rimane al buio durante una curva e che proprio questo elemento rivela l’identità del colpevole, la sorpresa è assai relativa. Se Il tram è quindi un buon film, con una buona suspense per tutta la sua durata e un’efficace escalation emotiva nel concitato finale, tradisce già i limiti tecnici dell’Argento narratore, che sono il vero tallone d’Achille dell’autore romano. 

In questo caso, poi, il regista non può calcare la mano sugli effetti visivi, limitati da budget e coordinate produttive del mezzo televisivo e, nel bilancio finale, tutto questo finisce per inficiare un po’ la completa positività dell’operazione. Che comunque nel complesso rivela comunque il momento felice di Argento: si veda, in questo senso, la caratterizzazione divertita dei personaggi e i loro siparietti umoristici, il lavoro sulle inquadrature o l’apporto della musica. Bene anche il cast, compreso Cerusico che ostenta anche eccessivamente la parlata romanesca; Paola Tedesco (è Giulia, la fidanzata di Giordani) regge in modo egregio lo schermo ma sono i poliziotti Corrado Olmi e Fulvio Mingozzi a rendere credibile, con la loro presenza scenica, un film basato prevalentemente su un’indagine. Il che ci porta ad un’ultima considerazione: forse Argento ha deciso di utilizzare uno pseudonimo per una ipotetica questione di prestigio cinematografico ma viene anche il dubbio che, non potendo ricorrere ai suoi abituali eccessi visivi, l’autore non si sia fidato delle proprie capacità prettamente narrative. Non senza qualche ragione: quello logico deduttivo non è comunque il suo miglior ambito di lavoro.  



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