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martedì 8 settembre 2020

IL CASO THOMAS CROWN

629_IL CASO THOMAS CROWN (The Thomas Crown Affair); Stati Uniti, 1968. Regia di Norman Jewison.

Che ci fa Steve McQueen elegantemente vestito in un ufficio dell’alta finanza o a bordo di una Rolls-Royce Silver Shadow Coupé? A prima vista, sembrerebbe che Hollywood abbia finito per imborghesire anche lui ma poi, guardando Il caso Thomas Crown, no, scopriamo che McQueen è sempre McQueen e, se fa il miliardario da quattro milioni di dollari di patrimonio, lo fa per poterne rubare due e non essere sospettato. Un’idea originale ma non troppo funzionale perché in ogni caso il nostro amico viene scoperto abbastanza in fretta e, soprattutto, perché il regista Andrew Jewison ne ricava un film inferiore alle premesse. McQueen è infatti un po’ impacciato nel ruolo di burattinaio che deve far lavorare altri al suo posto e finisce per sfogarsi pilotando un aliante o una dune-buggy sulla spiaggia (questa pare senza controfigura). Meglio se la cava la sua amante-rivale, la detective che lavora per conto delle compagnie di assicurazioni della banca derubata, Vicki Anderson, interpretata dall’eccezionale Faye Dunaway, donna bellissima e di grande talento. La sua verve attraversa la storia e la nobilita almeno un poco: un film con la Dunaway in quella forma è sempre da vedere. Clamorosamente sprecata, invece, la presenza di Astrid Heeren, nei panni della prima fidanzata di Thomas e snobbata in modo quasi offensivo dal resto della storia. E’ un peccato utilizzare in modo così poco accorto una bellezza pura come quella della Heeren che, unita ad una ottima capacità di reggere la scena, meriterebbe piuttosto un riguardo adeguato. 
Comunque il fascino glamour dei due divi protagonisti in fin della fiera trascina in porto la storia, in verità più rosa che poliziesca, sorretta in questo suo lato sentimentale anche dalla romantica canzone The windsmills of you mind di Michel Legrand, addirittura premio Oscar. Nel lungometraggio, specialmente all’inizio, si nota un grande uso della tecnica split-screen; in quella fase è certamente funzionale, in particolar modo nella messa in scena della rapina. Questo espediente visivo, usato forse anche in modo eccessivo, veicola forse che c’è un’unica regia dietro le diverse azioni e, soprattutto, che occorra uno sguardo capace di gestire l’intera scacchiera in cui è diviso lo schermo, per vincere la partita. A questo proposito è esplicita la celeberrima scena della partita a scacchi, nella quale Vicky dà scacco matto a Thomas; la sequenza è, per la verità, rimasta famosa per le evidenti allusioni sessuali. Nel complesso è anche efficace ma, alla lunga, risulta un po’ noiosa nel suo essere prevedibile. Pericolo che corre anche il film.



Faye Dunaway








Astrid Heeren






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