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sabato 1 agosto 2020

LA CITTA' SI DIFENDE

610_LA CITTA' SI DIFENDE Italia, 1951. Regia di Pietro Germi.

La passione per il cinema americano di Pietro Germi è particolarmente evidente nell’impostazione alla base di La città si difende. Per l’ambientazione metropolitana e il tema trattato, una rapina alla cassa dello stadio di Roma, il film si presenta almeno formalmente come un noir americano. A quel genere si può ascrivere anche la disperazione dei quattro inesperti rapinatori, tutti individui diversi e con motivi di sconforto diversi, ma accumunati da una sostanziale mancanza di speranza nel futuro che nemmeno la momentanea riuscita del colpo riuscirà a dissipare del tutto. Guido (Paul Müller) è un pittore senza soldi; Paolo (Renato Baldini) è un ex calciatore famoso dalla carriera stroncata da un gravissimo infortunio; Luigi (Fausto Tozzi) è un padre di famiglia in miseria; Alberto (Enzo Maggio Jr) è un ragazzo senza lavoro e senza una lira. Come si accennava, la rapina riesce ma a quel punto cominciano i problemi perché vanno gestite le valige coi contanti e i quattro non sembrano avere il sangue freddo necessario; tranne Guido, almeno in parte. E qui possiamo osservare alcune peculiarità italiane di La città si difende rispetto al modello di noir americano. Fossimo stati in un film d’oltreoceano, la disponibilità di soldi avrebbe aumentato l’autostima dei quattro e anche le loro concrete possibilità di fare strada in società. Poi qualcosa sarebbe andato storto, d’accordo, ma almeno in questa prima fase probabilmente le cose per i rapinatori avrebbero cominciato a girare per il verso giusto. In effetti l’unico dei quattro che interpreta la situazione in questo senso è Paolo che, come ex stella del calcio, è stato ricco e prova subito a riprendersi la scena. 

Guido è invece sospettoso e circospetto; ma sono Alberto e Luigi che dimostrano la maggiore incapacità di gestire la situazione, mostrando evidenti limiti nella propria visione del futuro per il quale non mettono praticamente mai in conto un’opzione positiva. Va specificato che, in questo discorso, non c’è un’ottica morale, anche perché nel film sostanzialmente manca completamente: è la paura che frena i meno risoluti del gruppo e non certo gli scrupoli di coscienza. Quello che risulta è che, in Italia, anche riuscisse un colpo (lasciamo quindi perdere l’aspetto etico) non ci sarebbe in seguito la possibilità di concretizzarlo in un miglioramento del benessere. La mancanza di un quadro morale, da parte di Germi, lascia intendere che non sia tanto il famoso detto il crimine non paga a mortificare le speranza dei ladri, quanto la mancanza di una situazione ambientale che permetta una qualche forma di svolta nella vita dei disperati. Insomma, Germi sembra dire: nemmeno se si ruba una valigia piena di soldi avremmo speranza di farci una vita nuova, tanto è radicata la miseria. Un ulteriore limite alla condizione italiana è un altro punto di differenza con il cinema americano preso in avvio come riferimento: la figura femminile. Nel noir, genere a cui La città si difende possiamo costatare assomigli sempre più unicamente a livello superficiale, il ruolo principale o comunque peculiare della donna è quello della dark lady, colei che induce in tentazione, corrompe, l’eroe di turno.


E’ una connotazione certamente negativa per la donna ma solo perché rifletteva su di sé, in quanto figura altra rispetto all’uomo tipicamente protagonista delle storie del tempo, i timori e le angosce di quei tribolatissimi anni. Non c’era, quindi, una riflessione approfondita sulla condizione femminile, in quei film; non a caso, nel periodo appena successivo, gli anni cinquanta, la donna nel cinema americano prenderà prepotentemente il centro della scena, con i drammi sentimentali e i melò fiammeggianti, dimostrando, allora sì, la sua centralità e la sua importanza nella società americana. Tutto questo non c’è nel film di Germi che se mostra comunque le rispettive figure femminili dei quattro protagonisti, lo fa con un certo distacco. Il film, tra l’altro, è curioso, perché nei fatti smentisce il proprio titolo: La città (che) si difende non è che si veda poi molto. In realtà assistiamo in prima analisi alle reazioni dei ladri alle conseguenze dell’evento criminoso e un riflesso di queste nelle controparti femminili dei quattro. Tra queste ultime è emblematica quella della signora del ritratto (Tamara Lees), che affascina Guido per l’altera bellezza del viso ma che rimane soltanto idealizzata da questi. La donna come oggetto del desiderio è quindi vista come qualcosa di inarrivabile. Più controversa Lina (Cosetta Greco), la moglie di Luigi: in lei c’è forse un barlume di moralità (non vuole la sua parte di denaro), ma la sua onestà è a scartamento ridotto (vuole comunque qualcosa dal bottino per cambiare aria col marito). Il suo approccio alla questione, vedendo Luigi disperato per la paura, è più pratico che morale.

Alla madre di Alberto è invece deputata la chiusura populista e tipicamente italiana della vicenda: la donna racconta dei sacrifici suoi e del marito, delle sofferenze, della povertà, della miseria e convince il giovane a costituirsi, rinunciando al suicidio. Anche un regista interessante come Pietro Germi fa ricorso quindi al sentimentalismo strappalacrime e alla cultura del vittimismo tipicamente italiana per risolvere i problemi atavici dello stivale. E il film si chiude così, grazie al cuore di mamma che tutto appiana e cheta. In realtà manca ancora di riferire di Gina Lollobrigida che quando appare per la sua fugace comparsata, irradia comunque lo schermo. La sua è un’ulteriore tipologia di figura femminile, quella incarnata da Daniela, donna emancipata, indipendente economicamente e che tratta l’uomo praticamente da pari a pari. Per Germi questo sembra significare che se l’uomo cade in disgrazia (come accade a Paolo, calciatore finito per via di un brutto infortunio) lei non si fa scrupolo a sbarazzarsene. L’emancipazione della donna sembra così sancire la fine del significato di famiglia; almeno in questo specifico ma simbolico caso. La distanza tra le parti è sottolineata dal fatto che Daniela, ex amante o compagna di Paolo, non esita a denunciarlo alle forze dell’ordine, quando scopre il misfatto. Non c’è la minima complicità con l’ex partner, il che potrebbe essere giustificato dal fatto che rubare è un atto criminale. Ma nemmeno Daniela sembra poi così interessata all’aspetto morale, seppure a conti fatti sia l’unico personaggio tra i protagonisti a fare quello che giustizia impone; alla fine la vediamo sdraiata sul letto, sconsolata. Ci rimane il dubbio di cosa la turbi così tanto: aver denunciato l’uomo che ha amato? Aver perso l’occasione di arricchirsi ulteriormente, dividendo con quell’uomo il bottino? Aver fatto il proprio dovere di cittadina onesta? Può sembrare ironico, ma, essendo italiana, viene il dubbio che la risposta giusta possa davvero essere la terza.     




Tamara Lees




Cosetta Greco


Gina Lollobrigida





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