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giovedì 11 agosto 2022

CYBORGS - HEROES NEVER DIE

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1068_CYBORGS - HEROES NEVER DIE . Ucraina, 2017;  Regia di Akhtem Seitablayev.

Le vere ragioni del conflitto russo-ucraino, entrato in fase più che acuta dopo il 24 febbraio 2022 con l’esplicita aggressione portata dalle truppe di Mosca (o, se vogliamo aderire all’ottica ruscista, definiamola pure Operazione Militare Speciale) non sono semplici da capire per chi vive nel mondo occidentale. Per la verità, guardando Cyborgs: Heroes Never Die come anche altri film sull’argomento, non sembrano nemmeno così scontate per chi a quella guerra partecipa attivamente. I Cyborgs citati dal titolo sono il manipolo di soldati ucraini che, anche quando potrebbero levare le tende lasciando il campo agli avversari, decidono di rimanere a combattere. Non sono uomini, viene da dire al loro comandante, Serpen, nome di battaglia che significa Agosto, (interpretato da un intenso Vyacheslav Dovzhenko) ma Cyborgs, automi. In realtà, come esplicita il titolo per esteso, sono eroi, ma su questo torneremo dopo. In ogni caso, nel bel film di guerra di Akhtem Seitablayev – incentrato sull’assedio all’aeroporto di Donetsk, durante la Guerra nel Donbass, nel 2014 – ci sono molti passaggi in cui si evidenziano le differenti posizioni riguardo alla crisi. Come detto Serpen è alla guida dei soldati chiamati a difendere l’aeroporto; in teoria senza peraltro poter sparare sul nemico, per via degli accordi di Minsk. Il che è una bella contraddizione, è ovvio, visto che i filorussi arrivano con i loro temibili tank (i carri armati) certo non in gita di piacere, ma d’altra parte il comando ucraino cerca di tenere aperta in qualche modo la via diplomatica. Ma la disillusione di Serpen ha radici più profonde, rispetto a queste ambiguità tipiche dei comandi militari; è un professore di Storia e di conseguenza conosce bene le difficoltà che un paese come l’Ucraina può portarsi addosso. 

I suoi scontri con il giovane Mazhor (Maggiore, interpretato da Makar Tikhomirov) mettono in luce il suo differente approccio rispetto a quelli che definisce libtard, neologismo dispregiativo anglofono che è la combinazione tra liberal (liberale) e retard (ritardo, per ritardato), con cui Serpen identifica sostanzialmente anche i giovani di Euromaidan. La contesa dialettica tra i due è aspra, Mazhor nella vita civile è oltretutto un noto musicista e, quindi, lo scontro è tra due persone di cultura: ad un certo punto la disputa si focalizza addirittura su Gogol’, il grande letterato russo. A fronte delle lodi tessute da Mazhor verso lo scrittore, Serpen puntualizza sarcasticamente che Gogol’ può grosso modo essere l’emblema della questione ucraina: il letterato è infatti ucraino ma di fatto ha dato lustro alla cultura russa. 

Ovviamente il più giovane fa notare che Gogol’ ha casomai gratificato con la sua opera l’umanità intera, e nello specifico ha più di una ragione. Tuttavia anche le amare osservazioni del suo superiore non sono affatto campate per aria, perché testimoniano come l’Ucraina si trovi a cercare di essere una nazione senza di fatto possedere gli eroi, i miti, i personaggi illustri che la rappresentino. Questo perché nel suo essere storicamente nell’orbita russa ha finito per servire la causa di Mosca più che la propria. In un film bellico, come è di fatto Cyborgs: Heroes Never Die, la cosa può annoiare coloro i quali vogliano azione per tutti i minuti che compongono il lungometraggio ma, al contrario, questi sono tra i passaggi più interessanti del film. E, forse, non solo di questo film ma dell’intera produzione cinematografica inerente alla crisi ucraina del dopo Euromaidan, che pur conta opere di notevole spessore. L’apice, in questo senso, che tocca Cyborgs: Heroes Never Die è però illuminante: come detto Serpen e Mazhor stanno animatamente discutendo sulla questione ucraina e su Gogol’ quando Subota (Sabato, Andrey Isaenko) li interrompe. Il soldato, che al massimo ha letto Stephen King, li rabbonisce: hanno ragione entrambi. E questo è in effetti vero, ma Subota, con la sua cultura popolare, ideale protagonista di un film popolare come lo può essere un film di guerra, riesce a cogliere che il punto cruciale della faccenda è che quegli eroi che Serpen reclama per la Storia ucraina, sono loro, i Cyborgs dell’aeroporto di Dontetsk. Forse, l’errore russo è proprio questo: all’Ucraina, per reclamare con forza la propria indipendenza da Mosca mancava una propria epica. Che Putin gli sta offrendo ora a suon di bombe.   





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mercoledì 10 agosto 2022

THE UKRAINIANS

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1067_THE UKRAINIANS . Ucraina, 2015;  Regia di Leonid Kanter e Ivan Yasniy.

Dopo i fatti di Maidan, la parte sudorientale dell’Ucraina venne scossa da violenti moti secessionisti di cui venne apertamente accusata la Russia, almeno da Kiev e dal mondo occidentale. Per far fronte alla volontà dei separatisti di staccare dalla madrepatria ucraina le regioni del Donbass, come aveva già prontamente fatto la Crimea, in Ucraina si dovette organizzare in breve tempo una forza militare adeguata. Il Pravyj Sector (Settore Destro), uno storico corpo paramilitare salito alla ribalta contemporanea proprio negli scontri di Maidan, nella guerra civile seguente si rese protagonista di imprese considerate eroiche come la resistenza all’assedio dell’aeroporto di Donetsk, durata nientemeno che 242 giorni. I suoi miliziani sono i protagonisti incensati con tutti gli onori bellici del caso in The Ukrainians, documentario di Leonid Kanter e Ivan Yasniy. Va detto che la cosa desta qualche perplessità, all’osservatore esterno, considerato come la fama del Pravyj Sector sia decisamente inquietante. Tra le correnti ideologiche a cui pare che aderisca il Pravyj Sector troviamo il Neonazismo e Neofascismo, oltre al Nazionalismo Ucraino, il Conservatorismo Religioso e ad altri estremismi. Nel film di Leonid Kanter e Ivan Yasniy si glissa un po’, su questi argomenti ma la cosa non suona certo come una nota di merito, da un punto di vista di una certa coerenza e credibilità. Dal momento che queste convinzioni sono apertamente dichiarate dall’organizzazione militare, meglio sarebbe stato cercare di spiegarne le motivazioni e le ragioni. In questo modo sembra piuttosto che si sia cercato di evitare di esporre il testo a facili critiche visto che, se si parla del Pravyj Sector, è comunque difficile ignorare o fingere di ignorare quelle convinzioni ideologiche che, in altri lidi, sono considerate esecrabili.

Tuttavia la scelta di tenere la camera prevalentemente sul campo di addestramento prima e quello di battaglia poi, riesce in qualche modo ad essere funzionale e, per quello che si vede in The Ukrainians, il Pravyj Sector potrebbe semplicemente essere un reparto di militari convinti disposti a tutto pur di difendere l’integrità nazionale così come la stabilisce la Costituzione Ucraina. I protagonisti principali sono il comandante Hatylo, che funge un po’ da maggiore interlocutore con i due filmmakers, e il celebre Bohema. Su quest’ultimo si sottolineano le iniziali perplessità, essendo questi un artista di teatro; nel momento della battaglia, Bohema dimostrerà coi fatti la stoffa del leader di guerra. Il suo apporto nella difesa agli attacchi all’aeroporto di Donetsk è decisivo in un’operazione in cui la capacità di resistenza valse agli ucraini il soprannome di Cyborgs

Nel complesso il documentario di Leonid Kanter e Ivan Yasniy ha più di un motivo d’interesse, in particolare per il suo essere testo di aperta propaganda militare. Scaltramente si evita, come detto, ogni riferimento alle discutibili ideologie dell’organizzazione ma, soprattutto da un punto di vista tecnico, si spinge forte sul lato del coinvolgimento emotivo tipico di queste operazioni. L’heavy metal, citato esplicitamente e che riecheggia qua e là, e un motivo musicale trainante di grande impatto, fungono da adeguato supporto ad immagini di militari con moderni fucili mitragliatori in azione o sequenze prese dal vero, dalle quali traspare l’adrenalina degli scontri in prima linea. Questi sono gli ingredienti che, al netto degli opportunistici silenzi, rendono The Ukrainians un testo certamente esplicito sul modo di intendere non solo la guerra, ma anche la vita. E quando Hatylo dichiara che il Pravyj Sector simboleggia l’intera popolazione ucraina, è un brivido quello che ci corre lungo la schiena?





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martedì 9 agosto 2022

BELLINGCAT

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1066_BELLINGCAT (Bellingcat: truth in a post-truth world. Olanda 2018;  Regia di Hans Pool.

Difficile descrivere in poche parole cosa sia Bellingcat e se risponda effettivamente alle sue intenzioni: il documentario di Hans Pool riesce perlomeno a risolvere la prima domanda, provando se non altro a mettere qualche pulce nell’orecchio allo spettatore. Oltre che un bastone, piccolo sin che si vuole, tra le ruote di gente anche importante. Tipo il presidentissimo russo Vladimir Putin, ad esempio. La questione dell’abbattimento dell’aereo malese MH17 è infatti forse il nodo cruciale dell’opera sia per il contesto in cui è avvenuta, sia per le ripercussioni che può avere. Ma andiamo con ordine: innanzitutto Bellingcat è una sorta di collettivo di investigatori privati da personal computer. Un pugno di appassionati si è preso la briga di esplorare tra le sterminate fonti internet accessibili a tutti – social media, archivi, piattaforme e infrastrutture digitali simili – per cercare conferme, o smentite, su una serie di eventi di portata mondiale. Se vedere che un attentato con un’autobomba in medio oriente è del tutto fittizio – si vedono le comparse che interpretano i morti arrivare in seguito all’esplosione per posizionarsi come vittime dello scoppio – è cosa certamente curiosa ed interessante, ben più intensa è la reazione a fronte dell’abbattimento dell’MH17. Perché qui i morti erano veri e non erano neanche pochi. Il successivo e fermissimo rifiuto di ogni responsabilità da parte di Putin è stato, in effetti, un azzardo del leader russo, che si è esposto in prima persona. D’altro canto la cosa aveva dei vantaggi: l’idea che se ne deduceva era che dovesse essere certo di dire la verità e questo metteva in cattiva luce chi accusava i russi della tragedia, per altro evidentemente incidentale. 

Del resto, visto l’eco mediatica di una simile evento, si trattava di un’occasione evidentemente troppo ghiotta per le rispettive forze di propaganda: da una parte si poteva accusare i russi di abbattere aerei zeppi di civili, dall’altra si poteva accusare la controparte di russofobia. In mezzo a questi due colossi della informazione e controinformazione, saltano fuori quelli di Bellingcat che trovano video e immagini del famigerato Buk, il lanciamissili russo accusato di aver colpito fatalmente l’aereo malese, ripreso proprio nell’area dell’abbattimento, contrariamente a quanto affermato da Putin. Altri elementi dell’indagine sembrano inchiodare i russi alla responsabilità del tragico errore e il fatto di averlo negato fermamente, probabilmente forti della convinzione che non ci fossero prove a loro carico, a questo punto gli si rigira contro. Storicamente, non è che Mosca goda di buona credibilità, in fatto di trasparenza ed attendibilità dei propri comunicati, ma il caso in questione, vista la gravità dell’evento, potrebbe essere preso ad esempio che confermi e rilanci ulteriormente tale reputazione. Questo se, al contrario, quelli di Bellingcat fossero una fonte sicura. E, tornando quindi ai quesiti iniziali, è difficile stabilire, guardando il documentario, il grado di credibilità degli investigatori del collettivo, ma certo non si sente puzza di falso come per certi prodotti mainstream occidentali o per le altisonanti sparate sprezzanti che arrivano dal Cremlino.





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lunedì 8 agosto 2022

BREAKING POINT: THE WAR FOR DEMOCRACY IN UKRAINE

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1065_BREAKING POINT: THE WAR FOR DEMOCRACY IN UKRAINE . UcrainaStati Uniti2017;  Regia di Mark Jonathan Harris e Oles Sanin.

Ad un certo punto, in Breaking Point: The war for democracy in Ukraine, Arseniy Yatsenyuk, (Primo Ministro ucraino dal 2014 al 2016) dichiara: “la disinformazione distrugge la realtà. I russi sono maestri in questo. Hanno costruito una realtà parallela. I russi sono i più grandi bugiardi del mondo”. Non si pretende di contestare queste affermazioni, visto il curriculum di chi le ha proclamate, ma in un’ottica di stemperare i toni sembrano poco opportune. E poi, in fondo, i russi sono quasi 150 milioni. Per cercare di uscire dalla situazione attuale, bisognerebbe forse fare un distinguo tra il popolo russo e il suo governo; diversamente si fa proprio il gioco del Cremlino. Il fatto è che questa intervista è finita per essere uno dei punti saldi, a parlare è un politico di una certa importanza, di un documentario che poi rischia in più di un passaggio di mettere direttamente in discussione le citate affermazioni dello stesso Yatsenyuk. Perché quello di Mark Jonathan Harris e Oles Sanin è un testo talmente fazioso al punto da sembrare quasi ingenuo: va bene la propaganda, ma se si esagera si rischia di avere l’effetto opposto. In definitiva Breaking Point: The war for democracy in Ukraine corre il serio pericolo di apparire falso a chi non sia proprio sprovveduto; il che, per un film che si spaccia come documentario, è clamorosamente grave. E, purtroppo per Yatsenyuk, non si tratta di una produzione russa ma bensì ucraino-americana. L’argomento trattato è appunto la crisi ucraina: dopo qualche breve accenno storico e una veloce citazione sulla rivoluzione arancione del 2004, si arriva al dunque. Si comincia coi fatti di Maidan sul finire del 2013 che, come noto, si protrarranno fino all’inizio dell’anno seguente. Le proteste sono viste nella sola ottica dei manifestanti e questo, anche se comprensibile, è in assoluto un primo sguardo parziale, per quanto abitualmente adottato dalla prospettiva occidentale. Un punto a suo favore il testo lo mette con le immagini della telecamera (che sembrano autentiche) dell’auto della nota attivista Tetyana Chornovol, vittima di una violenta aggressione di cui si intuiscono alcuni momenti precedenti. Successivamente si passa all’invasione russa in Crimea e nel Donbass: nelle immagini vediamo le truppe di Putin entrare in Ucraina indossando uniformi anonime, salvo poi dichiarare apertamente di provenire dalla Russia. Qui il tono enfatico del testo è, peraltro, legittimo, vista la gravità della cosa. Largo spazio è dato al famoso abbattimento di un aereo di linea malese partito dall'Olanda, colpito dall’esplosione di un missile mentre transitava sulle zone contese dai separatisti e dalle forze ucraine. La responsabilità è attribuita con ferrea certezza alle forze di occupazione russa, come de resto sembra accertato da diversi canali investigativi. Al netto della gravità dell’incidente e dei tanti morti, è evidente che si trattò di un errore, tragico fin che si vuole, ma non certo intenzionale. 

L’insistenza della regia, che va a mostrare l’arrivo delle bare nei Paesi Bassi e la costernazione dei reali olandesi, è un po’ curiosa e forse bisognava concentrarsi sul vero nodo della vicenda. Riuscire a dimostrare la responsabilità dell’abbattimento e contemporaneamente l’ostinato negare ogni addebito, avrebbe messo il Cremlino spalle al muro. Più facile a dirsi che a farsi, è chiaro, soprattutto nel mare di disinformazione operato in primis da Mosca ma a cui, ahinoi, anche Breaking Point: The war for democracy in Ukraine rischia di metterci un contributo. Archiviato dolorosamente l’abbattimento dell’aereo di linea per mano russa, si passa alla tragedia di Ilovaysk. 

Qui va dato merito all’opera in questione di far salire agli altari della cronaca un evento non propriamente conosciuto, che il governo ucraino classificò come massacro. Andriy Bohema Sharaskin, un militare che nella vita civile gestisce un teatro per bambini, ci racconta poi dell’assedio all’aeroporto di Donetsk dove gli ucraini resistettero eroicamente per quasi quattro mesi. Dopo i meritati proclami all’epica resistenza ad oltranza all’aggressione russa, il finale è dedicato ad una serie di scene commoventi che servono a chiudere il processo di empatia tra gli spettatori e il paese aggredito. A sancire bene i termini del discorso impostato da Mark Jonathan Harris e Oles Sanin è il confronto lasciato alle immagini: carri armati che sfilano in parata davanti a Putin e al Cremlino mentre Bohema Sharaskin torna al suo teatro e ai suoi bambini. Il che, in effetti, è una fotografia attendibile della situazione, ma per poterla rendere davvero credibile bisognava fare professione di onestà intellettuale. Ad esempio, bisognava mostrare anche qualcosa sulla strage di Odessa, dove avvenne un omicidio di massa presso la Casa del Sindacato e in cui perirono almeno una cinquantina di manifestanti filorussi e pare anche alcune persone che si trovarono sul posto in modo del tutto fortuito.Chi fu a compiere la strage? Stando alle scarne notizie trapelate fino a noi, le fazioni paramilitari di estrema destra, tra le quali si può citare almeno il Settore Destro (Pravyj Sektor) ma anche altre frange ultranazionaliste viste all’opera nelle proteste di Euromaidan. Illazioni della propaganda di Putin? Può essere; per questo era importante che un testo occidentale affrontasse l’argomento. 

Perché si tratta di un episodio cruciale, nello sviluppo dei fatti, dal momento che venne giusto a ruota delle proteste di piazza dell’Indipendenza di Kiev che avevano dato inizio alla catena di eventi. E’ quindi un passaggio non certo secondario ma viene opportunamente ignorato da Breaking Point: The war for democracy in Ukraine che, come abbiamo visto, si premura invece di sottolineare altri fatti di minore importanza in genere tralasciati. Un altro episodio assolutamente necessario per capire meglio le motivazioni della crisi ucraina è il Referendum sull’autodeterminazione della Crimea del 2014, anche questo avvenuto appena dopo i fatti di Maidan. Sulla validità o meno di questo sondaggio popolare si potevano, e si possono anzi si devono, fare tutte le annotazioni giuridiche del caso, per stabilire se possa avere valore legale o meno. Ma una consultazione popolare è stata fatta, stando ai dati riportati (confutabili, certo, ma almeno prima di contestarli andrebbero considerati e presi in esame) con larga partecipazione degli aventi diritto di voto (84%) e schiacciante vittoria (oltre il 95%) per i sostenitori dell’adesione della Crimea alla Federazione Russa.  

Naturalmente sarebbe stato anche interessante, nell’ottica di meglio comprendere la situazione ambientale dell’area dove si è scatenato il successivo conflitto bellico, la percentuale di russi e/o di russofoni che abitano il Donbass, la zona contesa. Questi, e altri elementi che non facevano il gioco di Harris e Sanin, sono stati invece bellamente ignorati. E’ un modo anche questo di mentire? Tacere volontariamente argomenti che sarebbero utili alla comprensione generale ma dannosi alla nostra tesi, può cioè essere equivalente a mentire? In un tribunale probabilmente no; in un documentario divulgativo lo è nella maniera più certa. Tornano quindi in mente le incaute parole dell’ex Primo Ministro Ucraino Arseniy sul fatto che i russi siano i più grandi bugiardi del mondo. Può essere, anzi quasi sicuramente, vista l’organizzazione messa in campo da Mosca in questo specifico elemento ma nel caso il primato lo avrebbero di misura e, soprattutto, più nei modi che nella sostanza. Forse questa tracotanza, la vera peculiarità dell’attuale governo russo, proviene dalla ricchezza di materie prime dello sterminato paese e della sua numerosa popolazione. La Russia, in sostanza, è davvero un mondo parallelo, per tornare alle parole di Arseniy, e può avere l’idea di bastare a sé stessa. E’ un’illusione? Non troppo più vana di chi pensa che siano i russi a mentire in un mondo di sinceri.  


 
Tetyana Chornovol


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domenica 7 agosto 2022

UKRAINE ON FIRE

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1064_UKRAINE ON FIRE . Stati Uniti2016;  Regia di Igor Lopatonok.

Sulla questione dell’Euromaidan e della crisi ucraina cominciata nel 2014 non è propriamente agevole, nel mondo occidentale, sentire l’altra campana. E allora, almeno in ambito cinematografico, chi se non Oliver Stone, qui nell’insolita veste di produttore nonché intervistatore d’eccezione, poteva occuparsene? Stone, oltre che rinomato e istrionico regista, ha una riconosciuta vena anarchica e complottista che troverà pane per i suoi denti nei tanti misteri che affollano la Storia dell’Ucraina passata e recente. Il regista di Ucraina in fiamme è, per la verità, Igor Lopatonok ma il ruolo di Stone non si limita alla produzione: anche solo nelle domande che pone ai pezzi grossi della vicenda, ci dice di quanto l’influenza del regista americano sia davvero ingombrante nell’opera. Il documentario, oltre a farci un rapido ma lapidario resoconto sulla storia ucraina concentrandosi sui cruciali eventi della Seconda Guerra Mondiale, dà finalmente voce al presidente Viktor Janukovyč oggetto delle proteste di Maidan, a Vitaly Zakharchenko, ministro degli interni ucraino e quindi responsabile delle forze dell’ordine, e perfino a Vladimir Putin, considerato dal mondo occidentale abile burattinaio del governo in carica nel paese a quei tempi. Ma si diceva che il documentario di Lopatonok ripercorre la Storia dell’Ucraina velocemente, con le tipiche puntualizzazioni di chi cerca di riannodare i fili in controluce. Che poi siano tutti rapporti di causa - effetto o in qualche caso semplici coincidenze, starà anche alla sensibilità dello spettatore valutare. 

Certo è che, conoscendo l’abilità di sceneggiatore di Stone, e quindi la sua propensione a intuire rimandi reali o solo possibili, è chiaro che ben poche connessioni di questo tipo sfuggiranno. In ogni caso, la rinfrescata è utile perché grazie a questa possiamo comprendere il significato di tanti simboli che documentari e reportage mainstream pare abbiano cercato di ignorare o addirittura tenere fuori dai campi di ripresa durante le proteste di Maidan. Ad esempio le bandiere rosso nere dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, braccio armato dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini), o quelle simili del Settore Destro (Pravyi Sektor), o il saluto con le tre dita, simbolo di Svoboda, altro movimento ultranazionalista. A questi elementi, che testimoniano della presenza di infiltrazioni da parte dei movimenti legati all’area estremista e nazionalista, diretta discendente dei movimenti nazisti, vanno aggiunti i numerosissimi cori tra i quali spicca, ovviamente, “Gloria all’Ucraina! gloria agli eroi!” saluto ufficiale di quell’OUNB alleato appunto dei Nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Non è nei contenuti del documentario ma per completezza d’informazione va messo a referto un tentativo di sdoganare il motto in questione associandolo alla nazionale di calcio con una manovra che, restando in tema calcistico, rischia piuttosto rivelarsi un clamoroso autogol.

Torniamo però al testo in oggetto perché quando si arriva alla cronaca, inizia la parte inerente alla questione in ballo. Stone chiede conto a Janukovyč dei suoi tentennamenti ad accordarsi per aderire alla Comunità Europea. Effettivamente, la scelta del governo in carica risulta pienamente condivisibile; come lo era ai tempi, per la verità: nel sistema del libero mercato il 2013 è tempo di crisi economica, tanto per cambiare, e, per l’Ucraina, entrare nella UE voleva presumibilmente dire affrontare la faccia più truce dell’austerity europeista. L’alternativa a Viktor Janukovyč la offre Putin con un prestito che permetterà all’Ucraina di tagliare il debito: la perplessità del presidente di firmare l’adesione alla UE non appare, quindi, del tutto pretestuosa. Sollecitato da Stone, Putin dà una spiegazione di natura economica alla scelta russa, anche questa onestamente condivisibile. 

L’ingresso dell’Ucraina nella Comunità Europea avrebbe comportato la necessità di chiudere la frontiera russo-ucraina, per evitare la penetrazione di un flusso di merci e persone occidentali senza alcun trattato che li regimentasse. La prevista perdita economica dipendente dal privarsi di un partner storico come l’Ucraina, rendeva ai russi meno gravoso il prestito in questione. Volendo guardare, basta già questo passaggio per sancire l’utilità di questo documentario ma la carne al fuoco (dell’Ucraina in fiamme, verrebbe amaramente da commentare) è molta e vede coinvolti soprattutto gli americani e le loro ingerenze nello scacchiere geopolitico non solo dell’area in questione. 

Clamorosa l’intercettazione tra due alti funzionari yankee (Victoria Nuland, segretario di stato per gli affari europei e euroasiatici e Geoffrey Pyatt, ambasciatore in Ucraina) nella quale si evince la pesante intromissione USA nelle questioni governative ucraine (oltre ad un sonoro “Vaffanculo alla Unione Europea!” proclamato dalla Nuland). Stone e Lopatonok sono però in preda ad una febbrile voglia complottista e, trovando terreno fertile, non risparmiano nulla, andando a rilevare ogni possibile nota fuori posto, dalle responsabilità sull’aereo di linea della Malaysia Airlines abbattuto, all’opera in Ucraina di ONG dalla dubbia natura, anche se ora il documentario sembra via via sempre meno attendibile. Più interessante è la sottolineatura sulla più che curiosa nomina di Saakashvili a governatore di Odessa. E, a proposito della città portuale, non può certo mancare il riferimento alla terribile strage, sul teatro della quale ci si fa notare la presenza dei leader nazionalisti che avevano orchestrato le proteste di Maidan. I successivi fatti sono trattati senza girare troppo intorno al cuore della questione. Il referendum che sancisce l’adesione della Crimea alla Russia è mostrato, sempre stando a Ucraina in fiamme, come pienamente legittimo mentre nel Donbass l’invasione (se così si può a questo punto definire, dando cioè ascolto a Stone e Lopatonok) sarebbe opera della stessa Ucraina nel tentativo di muovere guerra ai secessionisti filorussi. Tesi con troppi passaggi difficili da digerire e, come noto, rifiutate dall’occidente. L’incapacità generale di accettare questa situazione negando ad oltranza quella che, stando agli autori, è l’evidenza delle cose non potrà che avere che una tragica conseguenza. Sarà quella nucleare? Allora abbiamo ancora almeno tre minuti, ci rassicura il documentario.


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