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sabato 6 agosto 2022

POSTCARDS FROM UKRAINE

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1063_POSTCARDS FROM UKRAINE . Ucraina, Germania, Italia, Lussemburgo, 2016;  Regia di Sieva Diamantakos.

Due anni dopo i fatti di Maidan, Sieva Diamantakos ci regala un’interessante fotografia dell’Ucraina che emerge dal suo Poscards from Ukraine. Diamantakos è un giovane che, dopo un concerto tenuto a Kiev con la sua band musicale, era rimasto affascinato dal movimento che aveva percorso e sorretto le proteste di piazza dell’Indipendenza. L’interesse del giovane non era immotivato, dal momento che il fenomeno noto anche come Euromaidan aveva dato il là ad una serie di cambiamenti epocali nel paese. In modo tutto sommato originale, Diamantakos non si sofferma più di tanto sugli eventi di Maidan ma fa una vera e propria immersione in Ucraina, andando ad esplorare proprio quelle aree in cui, immediatamente dopo le proteste, si ebbero le più pesanti ripercussioni. In effetti le manifestazioni di piazza di Kiev sono solo sfiorate dall’inizio del film e poi, accompagnando i cinque protagonisti del documentario, Diamantakos ci porta in quelli che divennero i luoghi caldi dell’est del paese. La svolta europeista del movimento di Maidan non aveva, infatti, avuto un gradimento unanime e nell’area sudorentiale erano sorti sentimenti in opposizione a questi moti. A Lugansk, nel Donbass, si vota per il referendum per l’autonomia delle regioni orientali; i separatisti si vanno via via sempre più organizzando. Una certa deriva militarista, che aveva preso piede anche a Maidan sulla sponda dei rivoltosi, grazie al massiccio supporto dei movimenti ultra-nazionalisti, si verifica ora anche nella controparte. Nell’area di loro interesse, il Donbass, appunto, i filo russi danno vita a loro volta ad un’insurrezione che mostra i muscoli come abituale strumento comunicativo. La situazione diventa sempre più tesa: Anna, un’attivista di Maidan tra i protagonisti di Postacards from Ukraine, torna nella natia Donetsk, l’altro capoluogo della regione in cui scorre questa sorta d’irredentismo russo che condensa la reazione alla rivoluzione della piazza d’Indipendenza di Kiev. La ragazza, ad un certo punto sparisce. E’ stata rapita dai separatisti e torturata; la situazione appare già fuori controllo. La corrente filo russa nell’est del paese si fa via via più forte tanto da arrivare a contrastare, come fenomeno a livello locale, il sentimento che era sgorgato dalle proteste di Maidan. La guerra sembra davvero inevitabile, a quel punto. Il confine armato e fortificato che si vede in costruzione e che attraversa l’Ucraina, esprime meglio di ogni altra cosa il desolante risultato di quanto accaduto.     



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venerdì 5 agosto 2022

U311 CHERKASY

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1062_311 CHERKASY . Ucraina, 2019;  Regia di Tymur Yashchenko. 

Nel finale del film, Misha (Evgeniy Lamakh), lascia una festa in suo onore e se ne va, zaino in spalla, con l’intenzione di arruolarsi nell’esercito ucraino che si appresta a combattere i separatisti. Particolari secondari ma comunque vistosi, in dosso ha una felpa sportiva da baseball di New York e in testa un cappellino della squadra di calcio olandese dell’Ajax. Due evidenti simboli occidentali. In pratica, la manovra russa di annessione della Crimea, improntata ad una certa diplomazia della prepotenza, se così si può definire, ha avuto anche i suoi effetti collaterali indesiderati. Misha può essere, e probabilmente è, nell’idea del regista di U311 Cherkasy, Tymur Yashchenko, il simbolo dell’Ucraina del dopo Crimea. Coloro i quali non avevano partecipato alle proteste di Maidan e nemmeno colto il significato che avevano, come Misha, un tranquillo ragazzo della campagna ucraina, ora sono fermamente schierati con il fronte europeista e filo occidentale di Kiev. Arruolato insieme all’amico Lev (Dmitriy Sova), un tipo anche più problematico di lui, sulla nave U311 Cherkasy, che dà il nome al lungometraggio, Misha sarà protagonista con la maggior parte dell’equipaggio di un’eroica resistenza all’aggressione russa. Il Cherkasy passerà alla Storia come l’ultima nave della Marina Militare Ucraina ad arrendersi o, a seconda della prospettiva, a seguire l’invito russo ad unirsi alla flotta dell’ingombrante vicino. Mosca, infatti, dopo i fatti di Maidan, aveva colto tutto il mondo sul tempo riuscendo ad annettere la Crimea alla propria Federazione; per quel che riguardava le navi ucraine di stanza nella penisola, nettamente inferiori per numero a quelle del Cremlino (che aveva ottenuto accordi per mantenere la propria base navale a Sebastopoli), vennero consigliate di passare direttamente sotto la bandiera russa. 

Una dopo l’altra le navi da guerra ucraine cedono alla pressione di Mosca; notare che si cercò, almeno come linea di impostazione, di presentare la cosa come naturale e perfino vantaggiosa, per i marinai. Perlomeno per gli ufficiali, ai quali venne proposto il quadruplo dello stipendio percepito fino ad allora; e, nel complesso, anche nel film di Yashchenko si sottolinea la presenza sul molo degli omini verdi, gli anonimi soldati inviati dal Cremlino per garantire la sicurezza e/o fungere anche da evidente monito a chi avesse qualcosa da obiettare sulla pratica dell’annessione della Crimea al suo nuovo/vecchio padrone. Il regista, per mezzo dei marinai del suo film, ci scherza su, facendo riferimento alla fantascienza, laddove gli omini verdi sono in genere i marziani. In definitiva è un modo efficace per rappresentare il fenomeno: little green men e persone gentili sono altre leggiadre definizioni per questa subdola invasione che il Cremlino operò mandando i suoi militari senza insegne in un territorio di un altro stato, cercando (riuscendoci) di ottenere i propri scopi senza creare eccessivi problemi di ordine pubblico. La massiccia presenza degli omini verdi poteva, per la verità, essere una concausa di qualche subbuglio ma di sicuro fu nel complesso l’antidoto per questa stessa eventualità. In effetti sembra fantascienza: un’invasione pacifica fatta da reparti d’élite di uno degli eserciti più efficienti e spietati al mondo; ma tant’è. L’azzardo russo funzionò quasi completamente anche per la marina, laddove l’autonomia e l’integrità delle navi da guerra poteva, in effetti, rappresentare qualche difficoltà in più, come difatti si concretizzarono poi sul Cherkasy. Il dragamine ucraino, una volta bloccato dalla flotta russo il suo accesso dal Lago Donuzlav al Mar Nero, e vista la sua insistenza a non cambiare casacca, viene attaccato apertamente da motonavi e elicotteri in quella che è una battaglia vera e propria. 

La strategia degli omini verdi, sul mare, ha avuto evidentemente bisogno di un leggero aumento di intensità. Infine un manipolo di incursori russo sale a bordo della nave ormai danneggiata dagli scontri e dagli stessi marinai ucraini che non intendendono consegnarla in buono stato al nemico. La morte di Lev, ucciso a sangue freddo dai militari russi, è uno dei simboli collaterali dell’annessione: ‘se accettate avrete benefici, se rifiutate piombo’. A questo punto può venire da chiedersi se ci furono effettivamente morti durante queste operazioni. Non è poi così importante. U311 Cherkasy è un film bellico ispirato da un fatto vero. Non necessariamente deve aderire in ogni dettaglio alla realtà degli eventi. In ogni caso, se le Persone Gentili avevano il fucile da guerra non deve essere poi considerato così strano se lo si veda poi all’opera. 

Tra l’altro, nel suo tentativo di romanzare i fatti, U311 Cherkasy, considerato l’inesperienza di Yashchenko e la complessità storico militare del tema, è un film straordinariamente buono. Va considerato, infatti, che succede ben poco, nella storia, che di concreto (al di là degli episodi di nonnismo o altre amenità militaresche) si basa sulla tensione indotta dal blocco russo e dall’attesa di ordini che da Kiev non arrivano. La prepotente risolutezza russa e l’incertezza del governo di Kiev, che non comunica l’ordine di partire per Odessa quando forse era ancora possibile, costituiscono uno squilibrio che grava tutto su ufficiali e marinai della Cherkasy nella loro decisione di non cedere alle lusinghe del nemico. Yashchenko è bravo, nel mantenere il racconto sobrio, concedendosi due citazioni notevoli ma perfettamente calzanti. La corazzata Potëmkin (capolavoro del 1925, regia di Sergej Ėjzenštejn), sebbene impegnativo, era un rimando quasi inevitabile: anche sulla Cherkasy come sulla Potëmkin i marinai si oppongono alle angherie dello zar di turno, oggi Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, come allora Nicola II, reggente sul trono imperiale. La scena chiave è, ovviamente, il rancio dei marinai con i vermi, anticipata da una patata non pelata a dovere sul piatto del comandante (Roman Semysal). Volendo, il rimando ad Odessa, dove avvenne il famoso ammutinamento della Potëmkin, è qui solo nelle ambizioni del comandante della nave che rimane troppo a lungo in attesa di un ordine che da Kiev, nella concitazione di quei momenti, non arriverà. 

Il secondo riferimento è meno nitido, meno esplicito, e si palesa solo nel finale, nonostante aleggiasse già da tempo sulla storia. Tutti quei momenti intensi, soprattutto nelle canzoni cantate con enfasi e trasporto dai marinai, davano la giusta dimensione ad uno spirito di corpo forte e coeso ma anche allegro o comunque con una vena leggera. Canta che ti passa, si usa dire, del resto, e cantare è un’attività usata spesso dalle truppe ma c’è modo e modo di intonare una canzone. Ci si può riversare aggressività e odio, oppure racimolare le ultime speranze per provare a resistere ancora un po’ di fronte all’inevitabile. E quando vediamo gli irriducibili dell’equipaggio chiusi sotto coperta, con gli incursori russi già sul ponte della nave, ecco che si cristallizza nitidamente il ricordo di altri marinai costretti al chiuso di uno scafo e visti al cinema, quelli a bordo del sommergibile protagonista dello splendido U-Boot 96 (1981, regia di Wolfgang Petersen). It’s a long way to Tipperary, cantavano ironicamente i tedeschi, visto che Tipperary era una città irlandese dove attendeva la ragazza del cuore di un soldato inglese della Grande Guerra. La strada dei marinai tedeschi, verso un ipotetico idillio simile era assai ben più che lunga. Impossibile, molto più concretamente. I brani che ci accompagnano nel finale di U311 Cherkasy sono Voyni sveta (Guerrieri di luce), in origine una canzone bielorussa, e Montenegro, tratta dal film Uccello bianco con segno nero (1971, regia di Yuryi Illienko). Non si parla di ragazze trepidanti in attesa e se Misha viene accolto nel paesino natio come un eroe (ma nessuno parla in ricordo di Lev, ucciso dai russi), il ragazzo sa che non è il tempo per spassarsela. L’invasione è cominciata, ma non si tratta dei marziani.  


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giovedì 4 agosto 2022

HOMEWARD

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1061_HOMEWARD . Ucraina, 2019;  Regia di Nariman Aliev.

Dal 24 febbraio 2022 è divenuto forse più chiaro che la questione della Crimea, annessa otto anni prima alla Federazione Russa con un colpo di mano da parte di Mosca, era stata al tempo sottovalutata. La situazione è controversa e varia a seconda di quale prospettiva si adotti – ucraina o russa – ma il film Homeward di Nariman Aliev ci ricorda che esiste anche un altro punto di vista da tener di conto quando si parla di Crimea. La penisola che si affaccia sul Mar Nero non è solo una strategica postazione geografica ideologicamente contesa da Mosca e Kiev; è anche la casa dei Tatari di Crimea, che ne rappresentano più del dieci percento della popolazione. Una percentuale minore, è vero, ma anche perché i Tatari di Crimea dal 1783, ovvero da quando la penisola è finita sotto l’influenza russa, ne hanno passate di ogni: persecuzioni, deportazioni, carestie e chi più ne ha più ne metta. Ottimisticamente i Tatari chiamarono quel periodo il secolo nero; ottimisticamente perché son passati già quasi 240 anni e ancora non si vede la luce in fondo al tunnel. In ogni caso il film di Aliev non affronta questi temi generali, essendo un insolito road movie particolarmente minimalista. Ma questi aspetti vanno tenuti a mente, perché ci sono utili per valutare opportunamente il significato, nel contesto dell’opera, del comportamento intransigente del protagonista del film, Mustafa (Akthem Seitablaev) un tataro di Crimea musulmano praticante. Mustafa non è un tipo simpatico: tutt’altro. Ma va detto che gli è appena morto Nazim, il primogenito, volontario nell’esercito ucraino nella guerra contro la Russia. 

In ogni caso il suo comportamento, la sua assurda idea di non lasciar seppellire il figlio a Kiev, ma di portarne in auto il cadavere in Crimea, per rispettare le usanze del suo popolo, appare totalmente irragionevole. In questa improbabile impresa, trasportare con l’auto un corpo che andrà presto in decomposizione, lo accompagna l’altro figlio, il minore, Alim (Remzi Bilyalov), che frequenta l’università e che sembra decisamente meno ottuso. Alim è infatti in buoni rapporti con la cognata Olesya (Dariya Barikhashvili), la moglie ucraina di Nazim verso cui diversamente Mustafa non fa nulla per nascondere il risentimento. Secondo la logica dell’uomo, infatti, la morte del figlio è da imputare alla donna: non avesse sposato lei, non si sarebbe impicciato nelle beghe ucraine; questo almeno quello che si può desumere dall’astioso atteggiamento di Mustafa. 

Astioso, ingiusto e irrispettoso, perché esclude di fatto sua nuora da qualsiasi possibilità di partecipare al funerale del marito, arrivando a chiuderla a chiave in una stanza pur di levarsela di torno. Alim, ragazzo dall’atteggiamento riservato, non è d’accordo e cerca di mantenersi in contatto, almeno telefonico, con Olesya. Di nascosto dal padre, ovviamente; durante il viaggio, quando questi se ne accorge, strappa il cellulare di mano al figlio e dal parapiglia che ne succede i due finiscono con l’auto addirittura fuori strada. Tanto per dire che razza di padre-padrone sia Mustafa. Come detto Homeward (titolo internazionale dell’opera che significa verso casa) è un road movie in cui padre e figlio trasportano con l’auto la salma del congiunto verso la Crimea, la loro terra. I problemi, alcuni dei quali di natura burocratica anche comprensibili, si susseguono, visto che non è che si possa andare in giro con un cadavere in un’automobile senza adeguate protezioni; d’altronde Mustafa non vuole sentire parlare di bare di zinco o cose simili. La citata uscita di strada costringe i nostri ad una sosta da un meccanico da cui si genera un altro contrattempo, ispirato dalla graziosa Masha (Veronika Lukyanenko) a cui Alim non riesce a resistere. La gita al fiume si trasformerà in un tentativo di rapina da parte di alcuni ragazzi ucraini, con alcuni passaggi narrativi ben incastonati dal regista che dimostra di conoscere l’arte di raccontare. Finalmente si arriva al confine ucraino ma non c’è modo di passare la frontiera con un morto in macchina: Mustafa, che oltretutto è gravemente malato, si altera ma i soldati ucraini non vogliono sentire ragioni. 

Ci pensa Alim, che da scettico nei confronti delle astruse intenzioni del genitore, si va via sempre più adeguando all’idea, con uno stratagemma a distrarre l’attenzione delle guardie di frontiera, e il blocco viene forzato. La penultima tappa è dal fratello di Mustafa, Refat (Akmal Gurezov), dove i nostri vengono accolti gelidamente dalla moglie di questi, Galina (Larysa Yatzenko). Ci si capirà poco, delle ragioni di questa ostilità della donna, se non che Mustafa, in passato, aveva avuto un comportamento non certo amichevole anche con lei. Insomma, non proprio una brava persona questo Mustafa che ora si prende tutta questa briga per seppellire secondo tradizione mussulmana il proprio figlio. E Alim, che è più aperto e istruito, non può non rendersene conto, nonostante si stia parlando di suo padre. 

E poi, ormai, anche Mustafa l’ha capito, di essere nel torto, con le sue assurde convinzioni, e decide, nonostante si sia sentito malissimo e sia ormai in fin di vita, di finire il viaggio da solo. Attraverserà il lago in barca con il figlio morto per raggiungere la terra dei suoi padri; mentre stava male, ha avuto l’umiltà di chiedere perdono a Galina e, per giunta, le ha raccomandato di prendersi cura di Alim, proprio a lei, la donna che al tempo aveva maltrattato. E’ notte, Mustafa con una barca a remi vuole portare Nazim in Crimea: viste le condizioni dell’uomo, è un’impresa impossibile. In soccorso arriva a nuoto Alim, per uno dei passaggi più evocativi trai tanti dispensati nel film, formalmente eccellente. E, successivamente a questo momento, il drammatico finale, magistralmente illustrato da altre immagini suggestive: sulla spiaggia, Alim intona la preghiera funebre tradizionale mentre trascina il cadavere di Nazim seguito da un Mustafa ormai alla fine della pista. Ne valeva la pena, verrebbe da chiedersi? Era così fondamentale ritornare proprio in Crimea per seppellire Nazim? Non lo si poteva seppellire a Kiev, come voleva Olesya, o anche vicino alla casa dello zio Refat, nella zona di confine, insieme ad altre tombe di famiglia? Era davvero necessario morire per compiere quest’impresa? Che poi, Mustafa, non era affatto sembrato un tipo così irreprensibile, visto che aveva costellato il racconto filmico con polemiche e liti con chiunque avesse incontrato. E allora perché Alim lo aveva alfine assecondato, finendo di compiere l’opera? Certo, era suo padre. Ma ormai, dopo la crisi in casa dello zio Refat, era evidente che sarebbe morto di lì a poco. 

Il regista, davvero bravissimo essendo oltretutto Homeward un’opera prima, ce lo fa capire, ad un certo punto fuori dalla casa di Refat, quando inquadra il cadavere di Nazim senza veli e, per un attimo, sembra che si tratti della salma di Mustafa. Mustafa muore di fatto quando chiede perdono a Galina e, sostanzialmente, Alin in Crimea si porta due cadaveri: fratello e padre. E, tornando alle domande sollevate precedentemente, fa benissimo ad andarci. Perché, e qui si arriva al punto, la Crimea è, e deve essere, di chi ci ha abitato, di chi la considera la propria terra. Sia che siano essi la maggioranza etnica, sia che siano la minoranza e sia che siano anche una sparuta minoranza, tipo il dieci per cento o anche meno. E sia che siano brave persone, emancipate, giuste; e sia che siano persone meno brave, meno emancipate e meno giuste, proprio come Mustafa. Che abbiano motivazioni valide, logiche, condivisibili o che non le abbiano, come il voler seppellire un morto che poteva anche essere seppellito a Kiev. Con buona pace di Putin, Mosca, Kiev o di chiunque voglia decidere dove si debba vivere e dove si debba morire e perfino dove si debba essere seppelliti.



Dariya Barikhashvili  


 
  Veronika Lukyanenko



Larysa Yatzenko


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mercoledì 3 agosto 2022

CRIMEA AS IT WAS

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1060_CRIMEA AS IT WAS . Ucraina, 2016;  Regia di Kostiantyn Kliatskin. 

Prodotto dal collettivo Babylon’ 13, un’equipe di documentaristi che ha preso a cuore la questione Ucraina durante la crisi con la Russia cominciata nel 2014, Crimea: As It Was si presenta come un documentario meno fazioso di quanto sia comune in questi casi. Intendiamoci: è evidente che a suonare sia una campana ucraina, sulla questione, ma l’autore Kostiantyn Kliatskin, non lesina scene che, nel bilancio, non tornano certo a vantaggio della sua sponda. Naturalmente, in linea teorica, chi si prende la briga di dirigere un documentario dovrebbe avere un’unica parte con cui schierarsi, ovvero quella della realtà oggettiva. Impresa più facile a dirsi che a farsi, anzi forse proprio impossibile. Eppure Crimea: As It Was, con le sue scene di gente russofona residente in Crimea entusiasta ad inneggiare Putin, si guadagna il rispetto che si ha per le opere che almeno provano ad essere super partes. Anche l’arrivo delle Persone Educate, ovvero le truppe militari russe inviate sul suolo ucraino in modo del tutto abusivo, è un altro elemento che depone a favore dello sguardo tutto sommato asciutto di Kliatskin. L’operazione comandata da Mosca, inviare militari (pare reparti scelti e non sprovveduti) per proteggere la popolazione di etnia russa in Crimea, (oltre il confine di un altro stato sovrano senza prendere accordi con il governo locale, mandando i soldati in questione con divise senza mostrine o segni di riconoscimento), è un atto gravissimo e giustificherebbe l’assoluta indignazione da parte ucraina. Poco varrebbe la giustificazione del Cremlino che a Kiev era avvenuto un colpo di stato organizzato e sostenuto dai paesi occidentali; l’invio di militari per operazioni oltreconfine, in incognito poi, non è comunque un atto tollerabile. Anche l’idea che i russi residenti in Crimea andassero tutelati regge assai poco; del resto, se le motivazioni fossero valide, Mosca avrebbe mandato i militari in veste ufficiale e non con mimetiche che lo stesso Putin fa notare, in una conferenza stampa riportata nel documentario, si sarebbero potute comprare in un qualunque negozio di articoli militari. 

C’è da considerare, tra l’altro, che una presenza militare russa in Crimea era prevista dai trattati stipulati in precedenza ma proprio l’aver mandato soldati senza insegne di riconoscimento a questo punto diveniva chiaro indice di malafede. Ecco, il tono del testo di Kliatskin, anche in questi frangenti, non si scalda più di tanto: c’è sì qualche passaggio che mostra la preoccupazione e anche la tensione della popolazione della Crimea (quella di lingua ucraina, perlopiù) per la presenza di truppe militari straniere oltretutto avvolta nel mistero sia per la mancanza di mostrine sia per l’incomprensibilità dei loro scopi. Tuttavia già la definizione che ne viene data, Omini Verdi, non sembra adeguata ad un racconto che intenda incendiare i toni; era forse l’appellativo che venne dato al tempo ma la narrazione avrebbe potuto far riferimento ai reparti d’élite russi ai quali i militari pare appartenessero (qualche fonte cita gli Specnaz). Quando poi Kliatskin si occupa della marina, con ampie interviste a due alti ufficiali ucraini, emerge da un lato la determinazione russa, dall’altro le titubanze di Kiev che invitava i suoi ad attendere non si sa bene cosa. Insomma, la prepotenza russa sull’operazione che ha condotto la Crimea tra le braccia di Mosca (con un innegabile consenso di buona parte della popolazione locale) emerge comunque dal documentario anche se Kliatskin non sembra caricare gli eventi a proprio favore. E il suo lavoro ha proprio il sapore di un prodotto genuino, sincero, vero. E che non dissipa affatto i dubbi di legittimità sulla congiunta operazione (militare, politica e referendaria) che ha sancito il ritorno a casa (vero o presunto che sia) della penisola affacciata sul Mar Nero.   



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martedì 2 agosto 2022

CRIMEA (KRYM)

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1059_CRIMEA (Krym). Russia, 2017;  Regia di Aleksey Pimanov.

Film di mera propaganda russa che ricorda un po’ certi prodotti americani dal tenore analogo degli anni 80, Krym (Crimea) non necessita una critica che ne smascheri gli evidenti intenti faziosi. Certo, siamo d’accordo che in un mondo ideale sarebbe bello che le vicende che tirino in ballo la Storia la rispettino poi per filo e per segno; ma è pura utopia. Un minimo di partigianeria è quindi inevitabile perché chi dirige un film, o racconta una storia, la vede dal suo punto di vista e questo è uno scoglio insormontabile nell’eventuale ricerca dell’assoluta oggettività. Detto questo, ai meri fini della funzionalità narrativa di un racconto che rimane comunque di fantasia (come Crimea, appunto), sarebbe sempre opportuno non forzare mai eccessivamente la mano, in un senso o nell’altro, perché se le ragioni o le virtù stanno tutte dalla stessa parte la vicenda perde profondità. Questo parlando della funzionalità del film; non si tratta più, quindi, di un problema di propaganda, anche perché le persone interessate alle vicende del 2014 in Crimea, nei fermenti successivi ai fatti di Maidan, difficilmente si guarderanno il film bellico sentimentale di Aleksey Pimanov per farsi un’idea nel merito. Purtroppo esiste il concreto rischio che, in persone senza senso critico, film come Krym alimentino il sentimento popolare che poi viene abilmente incanalato dall’élite governante. Però, in un’epoca in cui si hanno a disposizione mezzi e modi di approfondimento, non tanto dei fatti in sé (quelli non semplici da conoscere nella loro realtà, questo va riconosciuto) ma di tutta la cultura universale, dalla lettura al cinema e ad ogni forma d’arte, dovrebbe essere lecito attendersi un certo grado di maturità dal pubblico che si appresta a vedere un film che ha la pretesa di un approccio, diretto o indiretto, alla Storia. 

Krym
, con la sua faziosità di bassa lega può solamente soddisfare le necessità di un pubblico in iperproduzione ormonale: per i maschietti le scene di potente violenza con il personaggio interpretato da Roman Kurtsyn e per le femminucce le sofferenze sentimentali di quello della bella Evgeniya Lapova. Lui è giovanotto nato in Crimea (made in URSS, per usare le sue parole), lei arriva da Kiev. A livello di cittadinanza, sono tutte e due ucraini ma, dopo le furibonde proteste di piazza Maidan, gli eventi precipitano e i nostri baldi giovani finiscono su sponde differenti. Il sentimento filorusso nella penisola divampa, incendiato dal ritorno dei Berkut, accusati dovunque in Ucraina per le violenze contro i manifestanti di Euromaidan e, al contrario, acclamati come eroi in Crimea. Sasha e Alyona, questi i nomi dei due protagonisti, pur amandosi, come detto si trovano ora su due barricate opposte, senza alcuna speranza di accordo. L’assoluta mancanza di speranza per la loro storia d’amore, considerato che si tratta di un film sentimentale, è l’indice lampante di come in Russia sia considerata l’ipotesi di una soluzione pacifica nella crisi con l’Ucraina. Pari a zero, evidentemente. Tornando a Krym, tra l’altro, dal punto di vista formale il film è un prodotto dozzinale, sebbene conosca il ritmo televisivo e qualche effettaccio (le super zoomate), insomma i trucchi giusti per tenere desta l’attenzione. La storia d’amore ha un avvio semi-adolescenziale, e qualche intermezzo dello stesso livello, che sono, peraltro, gli aspetti più appetibili del film. Se ci siano dei passaggi storicamente attendibili in quanto mostrato sullo schermo è certamente probabile ma il risultato della sfrenata propaganda può, come detto, essere controproducente. Insomma, per Krym non serve la differenziata.


Evgeniya Lapova


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lunedì 1 agosto 2022

CRIMEA: LA VIA DELLA PATRIA (KRYM: PUT NA RODINU )

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1058_CRIMEA: LA VIA DELLA PATRIA (Krym: put na rodinu). Russia, 2015;  Regia di Sergey Kraus e Andrey Kondrashov.

Definito dalla pagina di Wikipedia anglofona come appartenente al poco lusinghiero genere degli pseudo-documentari (ovvero, documentari basati su falsità costruite ad arte), Crimea: la via della patria (questa la traduzione del titolo originale), ci riporta ai tempi dell’annessione della penisola che si affaccia sul Mar Nero alla Russia, nel 2014. Per farla breve, possiamo dire che il testo racconta dal punto di vista russo tutta quanta la vicenda, a partire dai fatti di Euromaidan fino alla ratifica della richiesta di adesione alla Federazione Russa da parte della Crimea. Per dar voce a questa narrazione, Andrey Kondrashov chiama in causa direttamente Vladimir Putin per una lunghissima intervista che sorregge tutta quanta la ricostruzione dei fatti. Naturalmente nel mondo occidentale si considera questa visione delle cose ben poco attendibile ma va riconosciuto che il racconto è molto ben dettagliato ed è poco probabile che possa essere tutto quanto falso. Alcuni aspetti della vicenda, come ad esempio l’appartenenza culturale e linguistica della Crimea alla Russia, e di conseguenza della maggioranza della popolazione ivi residente, sembrano avere una base concreta, anche se è solo un elemento da valutare nel quadro complessivo e non certo l’unico. Ci sono, peraltro, situazioni presentate in un modo enfatico ma che risultano ben poco convincenti: il presunto eroismo degli agenti del reparto antisommossa Berkut, corresponsabile delle violenze di Maidan, ad esempio. 

L’arrivo sulla scena dei Cosacchi del Kuban’ in soccorso dei filorussi di Crimea è perlomeno pittoresco mentre le cosiddette Persone Educate sono un po’ un autogol degli autori e della propaganda russa in generale. La definizione, infatti, stride non poco con il loro aspetto: sono militari che si presentarono senza insegne e mostrine in Crimea, allo scopo di tutelare la popolazione russa della penisola. Ora, il concetto stesso di forze militari in territorio straniero è già critico in sé, sebbene pare che le forze armate russe avessero stipulato un accordo con Kiev per poter mantenere la propria base militare in Crimea; è però il fatto di presentarsi senza segni di riconoscimento che rende la situazione ben più che sospetta. 

E il tentare di mistificare la cosa presentando questa forza militare con un amichevole appellativo dovrebbe nelle intenzioni rassicurarci ma ottiene esattamente l’effetto contrario. Rimanendo in tema, le denunciate ingerenze della Nato e degli americani negli affari ucraini hanno, questo va riconosciuto, corrispondenze con altre fonti che sembrano confermarle. L’attenzione del documentario a questo passaggio, in onestà effettivamente cruciale, è rivelatrice. Nel contestare le operazioni sottobanco degli Stati Uniti in Ucraina (da condannare senza se e senza ma, sia chiaro), il Cremlino sembra quasi pretendere l’esclusiva nel merito. Gli storici legami russo-ucraini o anche la presenza di popolazione russofona hanno l’aspetto di mero pretesto per Mosca per poter mostrare i muscoli. In questo intricato quadro generale, che il filmato interpreta completamente in chiave russa, la domanda retorica che si pone un Putin minaccioso (quando nel resto dell’intervista appare tutto sommato determinato ma tranquillo) su quanto siano disposti a rischiare i partner occidentali, stando a migliaia di chilometri di distanza, chiarisce meglio di altri passaggi lo stato delle cose secondo il Cremlino. La convinzione russa è che non sia lecito che i paesi occidentali abbiano tutti questi interessi in quell’area geografica: ma, nel caso fatale, non saranno certo i russi a tirarsi indietro. 


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