Translate

giovedì 20 agosto 2026

NAZA

1851_NAZA , Regno Unito 2026. Regia di Yuval Abraham e Rachel Szor

Naza è un documentario, Premio speciale della giuria alla 83° Mostra di Venezia, in cui Yuval Abraham e Rachel Szor, già autori di No Other Land, mettono sotto l’obiettivo della loro ripresa la situazione attuale a Gaza. E, quando si pensa a Gaza, si pensa ai morti e alla distruzione che Israele ha portato nella striscia e, andando a vedere Naza, quello è il terrificante spettacolo che ci si aspetta. Al contrario, seppur le scene delle case e dei palazzi di Gaza rasi al suolo non manchino, il panorama più filmato è quello notturno di Tel Aviv, elegante metropoli moderna. Già questo approccio è illuminante: la «questione palestinese» non è un problema palestinese ma israeliano. E affonda le sue ragioni nel passato e infatti vediamo a più riprese immagini di repertorio, un tempo in cui Israele, tanto per comprendere la premeditazione del fenomeno, decise di costruire infrastrutture come la rete telefonica di Gaza per poterle controllare poi a piacimento. I ventiquattro soldati e agenti dell’intelligence che raccontano per filo e per segno le agghiaccianti porcherie della strategia israeliana hanno potuto riportare i dettagli che mettono Tel Aviv spalle al muro unicamente perché protetti dall’anonimato. Il che non è mai un dato che aiuta la credibilità di una testimonianza, è doveroso riconoscerlo, ma a questo sopperisce il prestigio dei due registi, cineasti stimati e considerati. E israeliani. Anche cercando di dare una chiave di lettura geopolitica, non si può ipotizzare che si tratti di un’opera di propaganda palestinese, in quanto non è prodotta e realizzata da palestinesi. In questo senso, più che un grido di denuncia, Naza sembra un rimorso di coscienza sociale, di cui i due registi si fanno interpreti, nella speranza che sia un sentimento condiviso da qualcuno, nel Paese della stella di David. Ma ascoltando le fredde parole dei testimoni, che parlano perfino di genocidio senza scomporsi più di tanto, sembra una pia illusione. L’orrore che viene raccontato è troppo grande, molto più drammatico delle immagini di Gaza city rasa al suolo con i suoi abitanti sotto le macerie. Questo è terribile, sia chiaro. Ma quello che emerge da Naza è molto peggio. Naza è l’acronimo di Nezek Agavi che può essere tradotto come «danni collaterali»: in pratica, le vittime innocenti, i civili, anche donne e bambini, che vengono uccise perché si trovano nei pressi di un obiettivo militare. Naturalmente la favola della «guerra chirurgica» era appunto una favola e i morti tra i civili ci sono con assoluta puntualità in ogni azione bellica senza eccezione alcuna. Ma quello che ci dice Naza va ben oltre questa già inaccettabile realtà. Tra i programmi e sistemi di Intelligenza Artificiale utilizzati dall’esercito israeliano il più scioccante e emblematico è la procedura «Where’s Daddy». Letteralmente significa «dov’è papà» e indica il ritorno a casa degli uomini considerati obiettivi da eliminare per poi, a quel punto, bombardare l’abitazione. Stante la situazione famigliare degli abitanti della Striscia di Gaza, un bombardamento notturno ad un appartamento contempla nel minore dei casi una ventina di naza, che possono arrivare anche a dieci volte tanto. In altre parole: Tel Aviv, per eliminare quello che ritiene un obiettivo, un potenziale militante di Hamas, mette in conto di uccidere da 20 a 200 vittime civili, tra cui donne e bambini, come detto stiamo parlando di contesti famigliari. Non si tratta di «scudi umani»: si tratta di gente che vive in casa propria. Si è usato la definizione «potenziale militante di Hamas» non per prudenza ma facendo riferimento alle stesse parole dei testimoni del film di Abraham e Szor: il sistema Lavender, il programma che individua gli obiettivi da eliminare, ha un margine di errore superiore al 15%. Il che significa che capita con discreta frequenza di bombardare una casa nella quale non si trovi nessun reale obiettivo ma soltanto «naza». In questi casi ci sarebbe da ironizzare se la situazione non fosse tanto tragica: vittime collaterali di che cosa, se manca l’obiettivo? Stando al Ministero della Sanità di Gaza i morti dovuti alle operazioni militari nella Striscia sarebbero già 73.000 dall’inizio delle ostilità, di cui circa la metà di essi sono donne e bambini. Questi alcuni elementi, diciamo così, statistici che si apprendono durante la visione di Naza per la cui gravità va data la precedenza. Ma nel film emerge un altro aspetto, strettamente legato al problema arabo-israeliano ma che ci tocca anche in prima persona, nella vita di tutti i giorni. E cioè il modo in cui nel mondo occidentale, di cui Israele fa parte, ci rapportiamo all’intelligenza artificiale. Guardando Naza, e ascoltando le asciutte parole di alcuni testimoni che non si ritengono responsabili di ciò che accade, si ha una doppia sensazione di familiarità. Da una parte percepiamo la stessa sensazione della nostra quotidianità, ad esempio quando guardiamo una partita di calcio. Il fuorigioco automatico ci rassicura che non possono esserci errori: è l’infallibilità del VAR, l’Intelligenza Artificiale applicata allo sport come in ogni altro campo della vita sociale. Si è detto come il sistema Lavender, messo a punto dai tecnici israeliani –c’è da credere tra i più efficienti del pianeta– abbia un margine di errore di circa il 15%, altro che perfezione, ma non è questo il punto. E il punto non è neanche che il dio algoritmo sia davvero ritenuto affidabile: in realtà, è risaputo che l’Intelligenza Artificiale possa sbagliare. Il vero nocciolo della questione è che il riferimento astratto e non umano ci deresponsabilizza definitivamente. In parte, l’effetto deresponsabilizzazione nasce già nelle forme di collaborazione collettiva: più si è, meno si percepisce la responsabilità di quello che si fa. Nel film uno dei testimoni lo dice esplicitamente: non si sente responsabile dei morti, in quanto lui ha contribuito solo ad un frammento della complessa operazione. C’è chi ha semplicemente partecipato a stilare la lista dei bersagli, ma poi altri hanno premuto il bottone. E chi ha lo ha premuto, quel fatale bottone, non sa a cosa sta sparando, che è una decisione presa da altri. Questo palleggiarsi la responsabilità era già noto in ambito militare, ed era utilizzato per evitare di risvegliare le coscienze dei soldati, e trova oggi la sublimazione con l’impiego dell’Intelligenza Artificiale. È il sistema Lavender che sceglie gli obiettivi, e eventualmente li sbaglia, è il programma Homeland che intercetta le comunicazioni ed è la procedura Where’s Daddy che si attiva quando gli uomini rientrano e a casa e sono localizzabili. In effetti, uno dei testimoni asserisce che è un po’ come giocare ai videogames, qualcosa che abbiamo provato tutti. Tornando al paragone calcistico: c’è poi tanta differenza tra una partita di calcio vera e una con una fatta coi modernissimi sistemi virtuali? E questa, come detto, è la prima sensazione di familiarità che trasmette Naza, tralasciando, se fosse possibile, la tragedia del popolo palestinese. Ma si è detto che queste sensazioni di familiarità sono due. E l’altra può venire solo se si è appassionati di fantascienza distopica. E, in quel caso, la tragedia non si può tralasciare neppure per un istante. Naza è uno squarcio su un possibile, se non probabile, futuro: il nostro futuro se continueremo a cercare scuse e pretesti –ieri le teorie razziste, oggi l’intelligenza artificiale– per disumanizzare noi stessi. 





Nessun commento:

Posta un commento