Translate

mercoledì 1 maggio 2024

ORIZZONTI DI GLORIA

1475_ORIZZONTI DI GLORIA (Paths of glory) . Stati Uniti 1957; Regia di Stanley Kubrick.

Quando si scopre che addirittura Winston Churchill avrebbe lodato la verosimiglianza delle ricostruzioni di scena del film Orizzonti di gloria, regia di Stanley Kubrick, si può anche restare sorpresi. Perché non si può certo dire che il lungometraggio dia l’idea di un racconto fedele a quanto ci si immagina possa essere stata la Grande Guerra in prima linea, in trincea. L’impressione, vedendo il film di Kubrick, è di una rappresentazione astratta, artificiosa, vuota; certo, è lampante che, per equilibrare questa freddezza geometrica della messa in scena, ci siano poi degli elementi fortemente realistici, perfettamente ricostruiti, come ad esempio la stessa trincea, la cui verosimiglianza fu lodata appunto da Churchill. Quello che vediamo è una sorta di teatrino imbastito in un luogo drammaticamente verosimile: la critica di Kubrick alla follia della guerra risulta quindi più che implicita, addirittura intrinseca, parte strutturale della sua opera. Non è quindi più necessario che l’autore affronti (o faccia affrontare dai suoi personaggi) il classico tema morale bellico, se la guerra sia cioè il male assoluto o un male necessario; le ragioni della guerra non sembrano interessare Kubrick. Piuttosto, una cosa salta subito all’occhio in Orizzonti di gloria: manca il nemico. Il film è del 1957 mentre l’ambientazione è riferita alla I Guerra Mondiale: il nemico perfetto da mostrare ci sarebbe, e sono quei tedeschi visti in tanti film bellici americani del dopoguerra, anche perché l’opera è ambientata in una trincea francese. Invece la pellicola si concentra sugli scontri, sulle rivalità, sulle ambizioni, sulle ipocrisie, interne alle linee francesi, lasciando il nemico invisibile sullo sfondo, oltre la terra di nessuno tra le due trincee. Manca quindi il confronto con il nemico ma, in compenso, assistiamo ad una serie di contrasti e conflitti interni al proprio fronte. Ad un certo punto si arriva addirittura al comando di sparare con l’artiglieria sulle proprie truppe da parte del generale Paul Mireau, interpretato non a caso da George Macready, attore noto per i suoi ruoli di cattivo e segnato da una vistosa cicatrice in volto. 

Del resto l’ordine di attacco al formicaio, un presidio nemico considerato giustamente inespugnabile, viene dato per motivi smaccatamente politici e non militarmente strategici: si tratta di tranquillizzare l’alto comando sull’operosità e sull’ardore delle truppe permettendo, al contempo, di far carriera al suddetto generale Mireau. A fronte del fallimento, e del rifiuto di avanzare di alcuni reparti francesi, verrà applicata la legge marziale a tre soldati, scelti simbolicamente tra le truppe, per essere fucilati; la guerra vuole le sue vittime e se non ci pensa il nemico, allora occorre rimediare in proprio, sembra dirci l’autore. Detta così, la cosa ha quasi l’aria di una farsa e, in effetti, se non ci fossero ricostruzione attendibile e tono recitativo serio, lo si potrebbe pensare. Ma Kubrick lavora costantemente sul doppio binario e, accanto a queste scene assolutamente credibili della trincea, pone un vero e proprio teatro delle maschere, con i tre protagonisti più importanti del racconto che discutono spesso in modo ambiguo e ambivalente. Sono il colonnello Dax, un Kirk Douglas tutto d’un pezzo; il viscido generale Broulard, a cui Adoplhe Menjou presta un volto accomodante e infido al tempo stesso; e, come già detto, quel brutto ceffo di George Macready nei panni del generale Mireau. Nelle scene del fronte, oltre ad essere mostrato uno scenario quanto mai realistico, la macchina da presa corre su un carrello con movimento che segue la lunghezza della trincea. Già all’inizio, quando Mireau visita le truppe, incitando meccanicamente i suoi soldati ad ammazzare i tedeschi, il carrello della mdp scorre all’indietro, costringendoci idealmente a divenire parte di quello scenario subendo, in un certo senso, l’invadenza dello schermo, che viene, letteralmente, verso di noi, senza darci scampo. Diverso l’approccio alle scene nell’elegante palazzo settecentesco sede del comando al fronte: Kubrick riprende spesso i tre personaggi principali (Dax, Broulard e Mireau) insieme ad un grande dipinto di Watteau su una parete, in cui sono rappresentate le maschere della commedia dell’arte italiana (Arlecchino, Pantalone e Pierrot). 

Il comportamento dei tre ufficiali, soprattutto dei due generali, è analogo a quello delle mascherine, che dicono una cosa mentre tramano altro, si veda il dialogo iniziale in cui Broulard propone a Mireau di attaccare il formicaio facendogli capire della possibile conseguente onorificenza, sebbene, almeno esplicitamente, rimarcando la non-relazione tra le due cose. La distanza tra i due scenari, tra i due teatri dell’evento filmico (lo squallore della trincea delle truppe e lo sfarzo del palazzo settecentesco dei generali) segna una evidente distanza tra le classi sociali interne all’esercito e, in questo senso, volontariamente o no, l’opera di Kubrick si presta anche ad una lettura politico-sociale che va a braccetto a quella antimilitarista. Anche perché la potente scena finale ne conferma l’ottica. Nella bettola, i soldati francesi assistono all’esibizione, probabilmente forzata, di una povera ragazza tedesca (Christiane Harlan, futura moglie del regista), che viene invitata a cantare qualcosa davanti a tutti quegli uomini, stranieri e sconosciuti. La poveretta, pur se intimidita, comincia titubante con la sua canzone in tedesco, non conoscendo il francese, tra le risa di scherno e gli schiamazzi dei soldati; ma la musica, linguaggio universale, intonata dalla giovane, poco a poco coinvolge l’assemblea e finisce addirittura per commuovere anche quei duri combattenti che si uniscono alla ragazza, in un momento di condivisione veramente toccante. La vicinanza tra l’umile giovane tedesca e i soldati francesi rimarca la distanza con l’elite, i generali del palazzo settecentesco; difficile non cedere alla tentazione di una lettura politica a fronte di questo finale. Quello che è certo, è che Kubrick illustra la guerra come qualcosa di talmente assurdo da essere praticamente astratto, nel suo essere totalmente privo di senso. E questo dovrebbe essere un argomento valido per qualunque credo politico. 








Christiane Kubrick


 Galleria 




Nessun commento:

Posta un commento