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lunedì 11 maggio 2026

IL SANTUARIO DELLA PAURA

1819_IL SANTUARIO DELLA PAURA Stati Uniti, 1979. Regia di John  Llewellyn Moxey

Alla fine degli anni 70, John Llewellyn Moxey era divenuto uno dei registi più esperti e affidabili della televisione americana. Non è un caso che spesso venisse chiamato a dirigere i cosiddetti «film pilota», quelle produzioni dal cui risultato doveva dipendere la realizzazione di una successiva serie di telefilm. Stante queste premesse, è logico che poi Moxey venne coinvolto in operazioni non del tutto azzeccate, sorta di esperimenti che provavano a esplorare nuove strade e che poi, spesso, non si rivelavano essere idee funzionali. È probabilmente il caso di Il santuario della paura, film televisivo che doveva, nelle intenzioni della NBC, il canale americano che lo mise in cantiere, aprire la strada ad una serie di telefilm dedicati alla versione a stelle e strisce di Padre Brown. Il celebre prete detective è un personaggio letterario che deve i natali alla penna di Gilbert Keith Chesterton e che, nei racconti originali, viveva in un paesino del Sussex, nella campagna inglese. L’idea di trasferire le storie a New York, con un’ambientazione metropolitana addirittura oltre oceano, se prendiamo a campione le recensioni che si trovano in rete, non dovette sembrare accettabile ai fans del personaggio dei racconti. In realtà, il Padre Brown de Il santuario della paura, interpretato da Barnard Hughes, non è affatto male e, anzi, regge benissimo il racconto filmico e non si vede perché non avrebbe potuto essere anche un solido protagonista per una serie televisiva. Il problema principale del film è in sede di sceneggiatura, perché le due trame gialle che si intersecano sono un tentativo difficile da realizzare in termini assoluti e, oltretutto, l’approccio ne Il santuario della paura non sembra nemmeno avere il rigore necessario ad una vicenda che fosse più semplice. Moxey, che conosceva il mestiere a menadito, prova a correggere le lacune dello script con un’atmosfera che tende a divenire angosciante a più riprese, creando un contrasto con gli allegri stacchetti che accompagnano ogni nuovo capoverso della trama. In effetti, si suppone che le vicende di Padre Brown abbiano il tenore dei telefilm de La signora in giallo, tanto per capirci, mentre gli inserti ad alta tensione creati dal regista sono adeguati al un solido thriller televisivo dell’epoca. C’era, quindi un po’ di confusione, almeno per quel che riguarda il tenore del racconto filmico. Impressione confermata da un articolo del The New York Times da cui apprendiamo che la NBC avesse inizialmente intitolato il film Father Brown, Detective e, dopo due rinvii della data di messa in onda, aveva infine cambiato il titolo ne Sanctuary of Fear. Il che, come nota anche l’autore dell’articolo del quotidiano, significa almeno due cose: innanzitutto che ci fosse un’indecisione sulle reali possibilità del film, in secondo luogo, al canale televisivo, non erano nemmeno sicuri di cose realmente fosse il prodotto in questione. Scrisse, testualmente il critico del New York Times John J. O’Connor: “Chiaramente, nelle stanze dirigenziali (della NBC, ndA) c’era una certa indecisione su come il prodotto possa essere commercializzato o sfruttato. 
Purtroppo si può rilevare un’indecisione simile nel film stesso”. [dal sito del The New York Times, pagina web https://www.nytimes.com/1979/04/23/archives/tv-father-brown-as-a-new-yorker.html, visitata l’ultima volta il 7 febbraio 2026]. In definitiva, si può concludere che non si ritenne opportuno fare riferimento a Padre Brown nel titolo, seppure il personaggio è poi assolutamente centrale alla storia. In effetti, come accennato, a tutt’oggi i lettori di Chesterton sembrano essere gli unici che si prendono la briga di recensire il film in rete, ovviamente per criticarne la distanza dal modello originale. Di conseguenza, in linea teorica si potrebbe anche convenire con la scelta dello studio che ritenne controproducente attirare la questione su un argomento, i racconti di Padre Brown, per poi deludere le aspettative. In realtà Moxey era talmente bravo a far funzionare il prodotto televisivo che Il santuario della paura, nonostante tutte le annotazioni negative in merito possano anche essere condivisibili, funziona. Del resto, la facilità di fruizione è il pregio maggiore del format televisivo e il regista nato in Argentina ne era ormai un autentico maestro. Con un personaggio simpatico come il Padre Brown interpretato da
Barnard Hughes e un’attrice bella e carismatica come Kay Lenz nel ruolo della protagonista Carol Bain, è impossibile per Moxey non portare a casa almeno il risultato minimo. Il film è divertente e, nella prima parte, il mistero appare perfino originale: qui abbiamo una testimone che vede delitti che, poi, a conti fatti, non esistono. Kay Lenz, sensuale nonostante il soprabito ingombrante, è molto brava ad assecondare la tensione della regia, e queste fasi, come anche le successive quando la minaccia che incombe su di lei si dimostra concreta, reggono in modo efficace. Certo, quando Padre Brown rivela i misteri, qualche perplessità può sorgere, essendo il giallo un genere che richiede un certo rigore, che il film non sembra possedere. Ma qui entra in soccorso la sponda leggera dell’opera, con gli stacchetti, le gag di Padre Brown con Monsignor Kerrigan (George Hearn) per il tetto della chiesa che perde o per l’asta di beneficenza, a chiedere la clemenza dello spettatore. In conclusione, si può confessare che i difetti de Il santuario della paura non siano peccati poi così gravi, con buona pace dei fan accaniti del Padre Brown letterario.




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