1819_IL SANTUARIO DELLA PAURA . Stati Uniti, 1979. Regia di John Llewellyn Moxey
Alla fine degli anni 70, John Llewellyn Moxey era divenuto uno dei
registi più esperti e affidabili della televisione americana. Non è un caso che
spesso venisse chiamato a dirigere i cosiddetti «film pilota», quelle produzioni
dal cui risultato doveva dipendere la realizzazione di una successiva serie di
telefilm. Stante queste premesse, è logico che poi Moxey venne coinvolto in
operazioni non del tutto azzeccate, sorta di esperimenti che provavano a
esplorare nuove strade e che poi, spesso, non si rivelavano essere idee
funzionali. È probabilmente il caso di Il santuario della
paura, film televisivo che doveva, nelle intenzioni della NBC, il canale
americano che lo mise in cantiere, aprire la strada ad una serie di telefilm
dedicati alla versione a stelle e strisce di Padre Brown. Il celebre prete
detective è un personaggio letterario che deve i natali alla penna di Gilbert
Keith Chesterton e che, nei racconti originali, viveva in un paesino del
Sussex, nella campagna inglese. L’idea di trasferire le storie a New York, con
un’ambientazione metropolitana addirittura oltre oceano, se prendiamo a
campione le recensioni che si trovano in rete, non dovette sembrare accettabile
ai fans del personaggio dei racconti. In realtà, il Padre Brown de Il
santuario della paura, interpretato da Barnard Hughes, non è affatto male
e, anzi, regge benissimo il racconto filmico e non si vede perché non avrebbe
potuto essere anche un solido protagonista per una serie televisiva. Il problema principale
del film è in sede di sceneggiatura, perché le due trame gialle che si
intersecano sono un tentativo difficile da realizzare in termini assoluti e,
oltretutto, l’approccio ne Il santuario della paura non sembra nemmeno
avere il rigore necessario ad una vicenda che fosse più semplice. Moxey, che
conosceva il mestiere a menadito, prova a correggere le lacune dello script con
un’atmosfera che tende a divenire angosciante a più riprese, creando un
contrasto con gli allegri stacchetti che accompagnano ogni nuovo capoverso
della trama. In effetti, si suppone che le vicende di Padre Brown abbiano il
tenore dei telefilm de La signora in giallo, tanto per capirci, mentre
gli inserti ad alta tensione creati dal regista sono adeguati al un solido
thriller televisivo dell’epoca. C’era, quindi un po’ di confusione, almeno per
quel che riguarda il tenore del racconto filmico. Impressione confermata da un
articolo del The New York Times da cui apprendiamo che la NBC avesse
inizialmente intitolato il film Father Brown, Detective e, dopo due
rinvii della data di messa in onda, aveva infine cambiato il titolo ne Sanctuary
of Fear. Il che, come nota anche l’autore dell’articolo del quotidiano, significa
almeno due cose: innanzitutto che ci fosse un’indecisione sulle reali
possibilità del film, in secondo luogo, al canale televisivo, non erano nemmeno
sicuri di cose realmente fosse il prodotto in questione. Scrisse, testualmente
il critico del New York Times John J. O’Connor: “Chiaramente, nelle stanze
dirigenziali (della NBC, ndA) c’era una certa indecisione su come il prodotto possa
essere commercializzato o sfruttato.
Purtroppo si può rilevare un’indecisione
simile nel film stesso”. [dal sito del The New York Times, pagina web https://www.nytimes.com/1979/04/23/archives/tv-father-brown-as-a-new-yorker.html,
visitata l’ultima volta il 7 febbraio 2026]. In definitiva, si può concludere
che non si ritenne opportuno fare riferimento a Padre Brown nel titolo, seppure
il personaggio è poi assolutamente centrale alla storia. In effetti, come
accennato, a tutt’oggi i lettori di Chesterton sembrano essere gli unici che si
prendono la briga di recensire il film in rete, ovviamente per criticarne la
distanza dal modello originale. Di conseguenza, in linea teorica si potrebbe anche
convenire con la scelta dello studio che ritenne controproducente attirare la questione
su un argomento, i racconti di Padre Brown, per poi deludere le aspettative. In
realtà Moxey era talmente bravo a far funzionare il prodotto televisivo che Il
santuario della paura, nonostante tutte le annotazioni negative in merito
possano anche essere condivisibili, funziona. Del resto, la facilità di
fruizione è il pregio maggiore del format televisivo e il regista nato in
Argentina ne era ormai un autentico maestro. Con un personaggio simpatico come
il Padre Brown interpretato da Barnard Hughes e un’attrice
bella e carismatica come Kay Lenz nel ruolo della protagonista Carol Bain, è
impossibile per Moxey non portare a casa almeno il risultato minimo. Il film è
divertente e, nella prima parte, il mistero appare perfino originale: qui
abbiamo una testimone che vede delitti che, poi, a conti fatti, non esistono. Kay
Lenz, sensuale nonostante il soprabito ingombrante, è molto brava ad
assecondare la tensione della regia, e queste fasi, come anche le successive
quando la minaccia che incombe su di lei si dimostra concreta, reggono in modo
efficace. Certo, quando Padre Brown rivela i misteri, qualche perplessità può
sorgere, essendo il giallo un genere che richiede un certo rigore, che il film
non sembra possedere. Ma qui entra in soccorso la sponda leggera dell’opera,
con gli stacchetti, le gag di Padre Brown con Monsignor Kerrigan (George Hearn)
per il tetto della chiesa che perde o per l’asta di beneficenza, a chiedere la
clemenza dello spettatore. In conclusione, si può confessare che i difetti de Il
santuario della paura non siano peccati poi così gravi, con buona pace dei
fan accaniti del Padre Brown letterario.

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