1834_DUE CUORI, UNA CAPPELLA Italia, 1975. Regia di Maurizio Lucidi
L’idea alla
base di Due cuori, una cappella, film di Maurizio Lucidi che vede
protagonista Renato Pozzetto ai suoi arbori cinematografici, è inserire il tema
giallo nella classica commedia erotica italiana. Al tempo, il Thriller
all’italiana e il Poliziottesco, due correnti che si iscrivono in qualche modo
al genere investigativo, erano all’apice del successo mentre la commedia, che
era sempre stata popolare nel Belpaese, stava però ridefinendosi in chiave
smaccatamente scollacciata. In effetti, il titolo del film di Lucidi è persino
di cattivo gusto, lasciando intendere particolari anatomici pruriginosi quando
poi si deve giocoforza dedurre che il riferimento incriminato è alla cappella
dove è sepolta la madre del protagonista e con lei i suoi preziosi gioielli.
Uno stratagemma innocuo, per carità, ma che ben fotografa le mire e le
ambizioni di regista e produttori: attirare l’attenzione e non curarsi
eventualmente poi di eludere e deludere le aspettative. Il film, in ogni caso,
sorretto dalla verve surreale di un Renato Pozzetto alle prime armi, almeno sul
grande schermo, è godibile, sebbene è evidente che non si sia di fronte ad
alcunché di memorabile. Aristide, il personaggio di Pozzetto, è il tipico
bamboccione che l’attore milanese non smetterà sostanzialmente mai di
interpretare. A suo fianco, Agostina Belli è Claudia, una prostituta che cerca
di raggirarlo per sottrargli i gioielli che l’uomo aveva ricevuto in eredità
dalla madre. A dar man forte alla donna, nell’organizzare un intrigo in effetti
degno di un poliziesco, c’è Victor (Aldo Maccione), una sorta di gangster de
noantri ex detenuto e particolarmente prepotente. La trama si tinge
definitivamente di giallo quando Victor organizza il rapimento di una bambina incaricando
Aristide del ruolo più delicato, il prelievo della bimba. La bottiglia di J
& B, il più tipico dei cliché dei gialli cinematografici italiani del
tempo, fa la sua comparsa, a testimoniare l’attenzione formale degli autori. In
effetti questi passaggi sono ben orchestrati e, a sorpresa, l’attrice
Giuseppina Matteotti riesce a rendere simpatica in modo del tutto naturale la
piccola bambina, cosa per niente scontata, e Pozzetto si dimostra all’altezza
anche in questo passaggio per niente banale. Nel finale Aristide ribalta la
situazione e si prende le sue rivincite: Victor prima è messo al suo posto, poi
viene addirittura maritato a Speranza (Pia Morra), vicina di casa non certo
avvenente. La ragazza mirava a sposare Aristide ma questi, fingendo di
accettare, in realtà costringe poi Victor a prenderla in moglie. Claudia invece
si ritrova con le copie dei gioielli, che Aristide si era premunito di
realizzare avendo intuito l’imbroglio. Tutto bene, quindi? Fino ad un certo
punto, perché quando Aristide incontra nientemeno che Ursula Andress al
cimitero, dove aveva in precedenza conosciuto Claudia, fugge a gambe levate. Scappare
da Ursula Andress non può, in nessun modo, essere considerato un lieto fine,
nemmeno in chiave surreale. Eh, che diamine.































