Translate

venerdì 16 gennaio 2026

THE BOUNTY MAN

1782_THE BOUNTY MAN , Stati Uniti 1972. Regia di John Lewellyn Moxey

Dopo essersene tenuto alla larga fin dall’inizio della carriera, John Llewellyn Moxey aveva affrontato il genere western con Hard Case, in uno degli ultimi Movie of the Week della stagione 71/72. Nell’ottobre del 1972, Moxey si ripresenta ai telespettatori dell’ABC con un altro western, The Bounty Man, e i citati saranno le sue due uniche incursioni nel genere di una lunga carriera. Il che è anche comprensibile dal momento che il western mal si combinava con i format televisivi diffusi tra gli anni Settanta e Ottanta ma, a maggior ragione, è curioso che Moxey ne diriga due uno dopo l’altro. La curiosità aumenta quando si notano alcune similitudini tra i due film: innanzitutto il protagonista è lo stesso, Clint Walker (in questo caso è Kinkaid, il cacciatore di taglie del titolo), ma anche l’impostazione è simile. Walker interpreta un tipo, deciso, risoluto e di poche parole, in pratica molto simile al Jack Rutheford di Hard Case; del resto l’attore americano non è che avesse queste grandi varietà di registro recitativo, tuttavia il compito che deve svolgere nei due film è davvero molto simile. Kinkaid, infatti – stavolta con il mandato legale della taglia – cattura Billy Riddle (John Ericson), in questo caso un banale fuorilegge e non un rivoluzionario messicano come invece era il coprotagonista del precedente film. All’inizio del lungo viaggio con cui il nostro eroe deve condurre in porto la sua preda, esattamente come in Hard Case si aggiunge alla coppia la donna del prigioniero. Ecco, se vogliamo, una notevole differenza c’è tra la presenza scenica di Margot Kidder – nel film interpreta Mae, la fidanzata di Billy Riddle – che non è minimamente paragonabile a Stefanie Powers. Questo è in effetti parte di un problema generale perché The Bounty Man patisce un po’ la mancanza di carisma degli interpreti, per quanto Clint Walker faccia il suo in modo anche più convincente che nell’altro film citato. Troppo sciatta la prestazione di Ericson mentre la Kidder ci prova, almeno, ma senza avere il talento né il fascino sufficienti. All’inseguimento dei tre, nel tentativo di sottrarre la preda a Kinkaid, c’è un manipolo di cacciatori di uomini difficilmente distinguibili da una banda di fuorilegge, tra i quali spicca Angus (Richard Basehart) ma giusto per lo scarso appeal dei suoi compari. Piuttosto, nel cast c’è Arthur Hunnicutt che è un ottimo caratterista western, peccato relegato al ruolo marginale di sceriffo. In sostanza il film si concentra sul terzetto, Kinkaid, Billy Riddle e, tra loro, Mae, con lo stesso schema di Hard Case. Con alcune variazioni sul tema, naturalmente: ad esempio, in questo caso la ragazza è apertamente schierata col bandito che, però, la spinge a tentare di sedurre il cacciatore di taglie per distrarlo. Moxey, in regia, nel giocare su questi equilibri emotivi tra i personaggi è bravo, e la storia scorre piacevole anche se, obiettivamente, manca di spessore. Il western lamenta la mancanza di quel tempo che i film televisivi non avevano e con lo scarso respiro a disposizione difficilmente si riusciva a cogliere il vero senso del genere. Tra l’altro, la necessità di organizzare gli intervalli per gli spazi pubblicitari finisce per cadenzare il racconto un po’ come accadeva per i romanzi d’appendice, con un risultato più visibile e fastidioso rispetto ad altre produzioni ambientate in contesti più recenti, forse per via del loro essere già sincopate narrativamente per natura. 

E tornando alle similitudini tra i due film, sarà probabilmente un caso ma il fatto che Moxey insista sul western con un tema così simile al suo precedente lavoro sembra il tentativo di aggiustare l’approccio stentato del film televisivo al genere. In questo senso si possono apprezzare le intenzioni di migliorare alcuni tra i difetti più eclatanti di Hard Case. Innanzitutto la fotografia è questa volta più calda e satura rispettando meglio i canoni del western e anche tutto il decor è più convincente. La colonna sonora era un altro tasto dolente e in The Bounty Man c’è il tentativo, apprezzabile solo nell’intento, di supportare la narrazione con una ballata che, per la verità, non è proprio memorabile. Com’è lecito attendersi da un giallista come Moxey stavolta il finale è diverso visto anche che Billy Riddle si rivela essere una vera mezza tacca. Ma il colpo di scena è un altro: Kinkaid ha rivelato a Mae l’origine del suo essere divenuto cacciatore di taglie, una sorta di vendetta nei confronti di un uomo che aveva sedotto sua moglie e in seguito abbandonandola, spinta così al suicidio. Notare che qui la trama è sottilmente interessante, perché a indurre la donna verso l’estremo gesto c’era anche l’impossibilità per lei di tornare dal marito, considerato la durezza di carattere dell’uomo. E questo nonostante ci fosse un bambino ancora piccolo di mezzo. C’è quindi una neanche troppo velata critica all’atteggiamento senza cedimenti di Kinkaid e degli eroi tutti d’un pezzo a cui si rifà il personaggio. Per i quali la vendetta, il rendere pan per focaccia, era una sorta di mantra: con una sommaria lettura psicologica emerge che, nel dare la caccia ai banditi, Kinkaid è come se saldasse il conto all’uomo che gli aveva rovinato la famiglia e quindi la vita. Ma è una filosofia che ha inaridito l’uomo e, in fin dei conti, anche questa è una critica del racconto, peraltro più prevedibile, in questo caso alla pratica della vendetta. In pratica Moxey cerca di stigmatizzare la filosofia del tipico eroe western duro e invincibile, che furoreggiava spesso nelle derive più tarde del genere anche più di quanto non avesse fatto nell’epoca classica. In ogni caso si arriva all’atto conclusivo con Billy Riddle che, dopo aver dato più volte prova di fregarsene di Mae e di badare piuttosto solo a sé stesso, nello scontro a fuoco c’è rimasto secco. Mae è così rimasta sola con Kinkaid mentre la banda di Angus li tiene ancora sotto assedio senza acqua né cibo. Tra il cacciatore di taglie e la ragazza si è però stabilita una certa complicità, con l’uomo che è arrivato a fidarsi di Mae lasciandole pistola e fucile. Adesso l’uomo carica il corpo di Billy Riddle sul cavallo e Mae, che pensava che Kinkaid fosse riuscito a superare i suoi demoni anche grazie a lei, lo rimprovera severamente. L’uomo le fa osservare che si tratta pur sempre di un cadavere da 5000 dollari e la ragazza incassa la seconda delusione di giornata, forse anche peggiore di quella avuta da Billy Riddle. Ma con Moxey il colpo di scena è sempre dietro l’angolo: Kinkaid lancia il cavallo con il cadavere di Billy Riddle giù per il canalone, gli uomini di Angus lo vedono e si gettano all’inseguimento, levando l’assedio dalla coppia che potrà così dileguarsi. Un dubbio rimane: sono state le parole di Mae a far cambiare idea a Kinkaid o l’uomo aveva già deciso questa strategia per salvarsi la pelle? A questo non si può rispondere. Ma è certo che a far mutare l’atteggiamento del cacciatore di taglie, una trasformazione comunque alla base di questa scelta, c’è sicuramente il rapporto stabilito con la ragazza. Alla quale offre la possibilità di fare da madre per il suo figlioletto per andare a ricostruire in qualche modo una famiglia. Un lieto fine tutto sommato apprezzabile perché permette ad entrambi di migliorare la propria condizione con un’azione benefica reciproca. Il che non rende certo The Bounty Man un capolavoro, sia chiaro, ma solo un’onesta interpretazione del film televisivo in chiave western. Che, tutto sommato, fatica sempre a convincere al cento per cento nonostante gli apprezzabili sforzi di Moxey.   




martedì 13 gennaio 2026

HARDCASE

1781_HARDCASE , Stati Uniti 1972. Regia di John Lewellyn Moxey

Il western, negli anni Settanta, aveva ormai perso da tempo lo status di genere classico ma reggeva ancora discretamente: le correnti tardo e crepuscolari, quelle europee come gli spaghetti, garantivano sempre qualche uscita l'anno. Poi c'era la televisione, con poche serie di telefilm che resistevano, ad esempio Bonanza o Gunsmoke, riuscendo comunque a mantenersi ad un livello qualitativo accettabile. Il film televisivo, un format che aveva relativamente storia recente, sembrava invece trovarsi un po’ a disagio con il genere. Non poteva sfruttare la fidelizzazione ai personaggi che garantivano le serie di telefilm, ma di contro non aveva la durata del lungometraggio per il grande schermo per imbastire storie ad ampio respiro tipiche del genere. Inoltre la resa del supporto visivo non aveva né la profondità e tantomeno i colori caldi e saturi delle pellicole cinematografiche; anche dal punto di vista della colonna sonora, in questo caso presumibilmente per motivi di budget, in questi ambiti ci si limitava ad un commento musicale ordinario e senza particolari velleità. Nonostante proprio in chiusura della prima stagione di Movies of the Week venne trasmesso The Young Country (1970, regia di Roy Huggins) che si rivelò un inaspettato successo, l’ABC diede poca importanza al western rispetto a quei generi che del resto garantivano maggior riscontro. Tuttavia qualche titolo all’anno veniva prodotto e nel 1972 il regista John Llewellyn Moxey, specialista in gialli e horror, si trovò alle prese con Hardware, un western il cui plot narrativo non si presentava nemmeno tanto avvincente. La trama era infatti abbastanza scarna: Jack Rutheford (l’aitante Clint Walker), di ritorno dalla guerra, non ritrova né il suo ranch né tantomeno sua moglie Rozaline (una superlativa Stefanie Powers). In realtà, questa parte l’apprendiamo in seguito, perché il film si apre con Jack che è già in Messico sulle tracce di Simon Fuegus (Pedro Armendarìz Jr), l’uomo che si è preso i soldi della vendita del ranch e si è anche tenuto sua moglie. La donna, peraltro, aveva dato per morto il primo marito e si era felicemente accasata con Simon, un condottiero rivoluzionario che aveva investito tutto il ricavato nella battaglia contro gli oppressori. Una volta ritrovatisi, Jack non accetta di andarsene a mani vuote e rapisce Simon con l’intenzione di chiedere un riscatto che gli faccia riavere i suoi soldi. Rozaline si unisce ai suoi due mariti, dal momento che è sempre ragionevole non fare a meno della Powers sulla scena. Condivisibile, da questo punto di vista, il titolo dell’opera in Francia: Les deux maris de Rozaline visto che Stefanie si mangia letteralmente il film. E’ vero, è vero: non solo il suo aspetto tipicamente seventies non c’entra nulla con il selvaggio west, ma certo una chioma come la sua non era sostenibile nel deserto messicano; tuttavia si tratta di licenze poetiche che ad un’attrice come Stefanie Powers si concedono più che volentieri. 

Tornando alla trama, a parte qualche tentativo dei rivoluzionari di liberare Simon e qualche agguato dei Federali, c’è poco altro. Ma si è detto: Moxey è specialista nei gialli e, in questo caso, l’ambiguità della vicenda sta tutta nei dubbi di Rozaline che si ritrova tra due uomini che ama o ha amato. La situazione è tesa e mantenuta interessante da Moxey in regia: Jack – a cui Walker non è che conferisca troppo spessore drammatico ma il risultato è comunque funzionale – è tornato dalla guerra, si è ritrovato senza niente e vuole semplicemente quello che era suo. Simon comprende il punto di vista dell’uomo ma ha una responsabilità maggiore dei meri interessi privati, visto che guida il suo popolo verso la libertà. Rozaline è felice con Simon ma più passa il tempo, più sembra veder rifiorire il suo sentimento per Jack, sebbene l’affetto e la stima per il secondo marito non le vengano mai meno. A dar man forte a Jack, in difficoltà non potendo dormire dovendo sorvegliare i prigionieri e badare agli inseguitori, arriva l’aiuto inaspettato di uno dei rivoluzionari, il mercenario americano Booker (Alex Karras) che per denaro accetta di tradire Simon. Quando i nostri sono quasi arrivati al Rio Grande, il confine con gli Stati Uniti, saltano fuori i soldati federali; i rivoluzionari intervengono a difesa del loro capo e ne scaturisce una furibonda battaglia. Jack e gli altri riescono a nascondersi per uscire solo a giochi finiti, avendo dovuto assistere anche alle torture che i soldati hanno inflitto ai prigionieri. Ora, se in precedenza Simon aveva dimostrato comprensione per Jack, questa ha lasciato posto all’odio. Lo stesso Jack si rende conto che, per un interesse suo privato – per quanto legittimo – ha causato una strage e decide di lasciare libero l’uomo. Booker non è però d’accordo e nel parapiglia Jack finisce a mal partito; Simon ha l’occasione per scappare ma uno sguardo di Rozaline gli è sufficiente per capire che la donna ama ancora Jack e non vuole che venga ucciso. Simon interrompe la lotta tra i due suoi nemici, poi sale a cavallo per andarsene. Rozaline può decidere in piena libertà e la sua scelta sancirà anche il punto di vista dell’intero lungometraggio. Il messicano Simon, un rivoluzionario che lotta per la libertà del suo popolo, o l’americano Jack, che vuole unicamente farsi gli affari propri? Gli anni Ottanta sono ancora lontani: Stefanie Powers salta sul cavallo di Simon, un uomo che non ama quanto Jack, ma che si è dimostrato migliore.  



Stephanie Powers

sabato 10 gennaio 2026

LE AVVENTURE DI UN GIOVANE

1780_LE AVVENTURE DI UN GIOVANE (Hemingway's Adventure of a Young Man), Stati Uniti 1962. Regia di Martin Ritt

Racconto basato sulle gesta di Nick Adams, sorta di alter ego dello scrittore Ernest Hemingway, Le avventure di un giovane, nonostante il soggetto abbia tale pedigree, fatica a vincere la sua scommessa. Il film di Martin Ritt è buono, nel complesso, anzi volendo potrebbe essere anche molto buono perché alcuni passaggi, alcuni dettagli, sono notevoli. Ma il punto che vanifica in parte i tanti buoni presupposti è che in definitiva, si può ragionevolmente dire che Le avventure di un giovane non sia un capolavoro; il che di per sé non sarebbe un dramma, è ovvio, ma è un po’ come se il film di Ritt non se lo possa permettere. Hemingway’s adventure of a young man, questo il titolo originale, è pensato e strutturato per essere un capolavoro o comunque un filmone; nel momento che manca questo obiettivo, finisce per mettere in risalto proprio le sue lacune. Potrebbe essere un buon film dalle lodevoli intenzioni, ma non si scomoda uno dei massimi scrittori di ogni tempo per il soggetto per ottenere poi un risultato in troppi passaggi stiracchiato. E, nonostante il suo lavoro per Le avventure di un giovane, non sia probabilmente il suo apice artistico, se si chiama Franz Waxman alle musiche si prende poi una sorta di impegno sul tenore della storia che si andrà a raccontare. Così come a poco senso ingaggiare una superstar come Paul Newman per un cameo (nei panni del vecchio pugile suonato), cameo che, beninteso, può essere inteso come simpatico ma anche terribile, se non si rende poi il film davvero memorabile. Il cast, pur mancando di un interprete di rango che faccia l’interprete di rango, ha tanti ottimi attori (Arthur Kennedy, Fred Clark, Diane Baker, Ricardo Montalbán, Susan Strasberg, Jessica Tandy, James Dunn ed Ely Wallach, per stare sui principali) e forse sono una delle note migliori del lavoro di Ritt, dando vita ad un puzzle che, in un modo o nell’altro, riesce ad avere una forma nel suo insieme. Ma il collante di questo mosaico di episodi più o meno connessi tra loro è, ovviamente, il protagonista del racconto, come evidenziato già anche dal titolo. 

E Richard Beymer, nei panni appunto di Nick Adams, pur essendo un attore professionale, manca dell’allure della grande star hollywoodiana che, visto anche l’impianto scenico (notevole la fotografia di Lee Garmes), era richiesto per concretizzare tutto il contesto. E non aiuta nemmeno la scelta, del resto quasi inevitabile visto che c’è Hemingway a dettare la rotta narrativa, di spostarsi in Europa durante la Grande Guerra. La Prima Guerra Mondiale, sempre ma soprattutto sul fronte italiano, è un momento storico cruciale con cui non ci si può confrontare in modo un po’ di sfuggita come sembra fare il film di Ritt. Non si viene sul Carso o sul Piave durante la Grande Guerra a farsi una scampagnata; non ci riferisce al protagonista della storia, che oltretutto rimane ferito gravemente, ma ad un film che affronti questo tema in modo così superficiale come, aimè, sembra effettivamente fare Le avventure di un giovane. La stessa storia d’amore tra Nichols e Rosanna è narrativamente uno spreco, anche se forse è proprio la chiave di lettura per comprendere dove Ritt non sia riuscito a cogliere lo spirito dell’operazione. I due innamorati si sposano (posto che il sacramento si possa ritenersi celebrato visto che è interrotto proprio sul più bello) appena prima che la ragazza muoia per le ferite riportate: in questo senso è davvero uno spreco ma lo è consapevolmente già fin dal soggetto. In sostanza Nichols si ritrova vedovo senza aver goduto dell’amore della moglie e forse in questa mancanza di significato (un matrimonio che si esaurisce prima di essere consumato e di aver dato qualche frutto) c’era il senso della storia. Ma, a questo punto, l’impianto hollywoodiano dell’opera andava canalizzato meglio perché quello che rimane è sì un senso di vuoto ma non riferito alla vita del protagonista ma al cuore del film di Ritt.    







mercoledì 7 gennaio 2026

LA PATTUGLIA DELLE GIUBBE ROSSE

1779_LA PATTUGLIA DELLE GIUBBE ROSSE (Fort Vengeange), Stati Uniti 1953. Regia di Lesley Selander

Tra le infinità di etichette con cui si classificano i film, ce n’è una abbastanza curiosa che in Italia non ha mai goduto di particolare attenzione: i Mountie Film. Si tratta di una sorta di western che, al posto della frontiera statunitense, ha come ambientazione gli sterminati territori canadesi controllati dalle mitiche Giubbe Rosse, la North West Mounted Police. I Mountie Film ebbero un grande successo fino agli anni Venti del secolo scorso, soprattutto grazie a produzioni canadesi, per poi rallentare, grosso modo fino agli anni 40. L’uscita dell’hollywoodiano Giubbe Rosse [North West Mounted Police, Cecil B. DeMille, 1940] sancì una sorta di definizione delle caratteristiche distintive di questo sottogenere che, negli anni successivi, si consoliderà soprattutto grazie ad una serie di B-Movie che vedranno all’opera registi interessanti come Budd Boetticher e William Witney o celebrità come Gene Autry. Nella prima metà degli anni Cinquanta, la MGM e la Universal misero in cantiere un paio di film che avrebbero dovuto, nelle intenzioni, consacrare i Mountie film: la terza versione del musical Rose Marie [Rose Marie, Mervyn LeRoy, 1954] e Le Giubbe Rosse del Saskatchewan [Saskatchewan, Raoul Walsh, 1954]. Le cose non andarono come previsto ma probabilmente qualche effetto queste importanti operazioni lo causarono. Chissà, forse fu davvero il fermento intorno a queste due produzioni a generare un’intensa attività mirata a sfruttarne una sorta di «effetto traino» anticipato. Fatto sta che tra il 1952 e il 1953 uscirono una decina di Mountie Film: tra questi, La pattuglia delle Giubbe Rosse non è certo il più originale, anzi, tuttavia quello di Lesley Selander è un lungometraggio divertente e realizzato con cura dignitosa. Bisogna essere onesti: la vicenda raccontata ha davvero poco di realmente interessante da analizzare, tuttavia val la pena di farsene almeno un’idea. I fratelli statunitensi Ross, Dick (James Craig) e Carey (Keith Larsen), per evitare guai con la giustizia sconfinano in Canada dove si arruolano nelle Giubbe Rosse. Dick è il maggiore ed è più avveduto dei due, mentre Carey, già responsabile delle noie avute negli States, non perde l’occasione di creare problemi anche al di qua del confine. Tipo uccidere senza darsi troppo pensiero un indiano sioux, con il rischio di scatenare una mezza rivolta in tutto il Nordovest canadese. Toro Seduto (Michael Granger) e i suoi Sioux, dopo la vittoria ottenuta al Little Bighorn contro Custer, sono infatti dovuti emigrare in Canada per sfuggire alla rabbiosa replica delle «Giacche Azzurre». 

Qui si sono uniti ai pacifici Blackfoot del capo Crowfoot (Morris Ankrum), cercando ogni pretesto per organizzare congiuntamente una rivolta indiana. La figura di Toro Seduto è, nel La pattuglia delle Giubbe Rosse, descritta in modo molto negativo e poco aderente al vero perché, se è vero che il capo Sioux si oppose all’avanzata dei bianchi, non passò tuttavia alla Storia come un becero guerrafondaio. Ma, di certo, il film di Lesley Salander non ha alcuna pretesa storica, semmai è un tentativo di intrattenere il pubblico e, a livello metalinguistico, di ribadire le coordinate del sottogenere Mountie. È proprio questo l’aspetto più interessante del film, sebbene, per chiudere sulla Questione Indiana, va osservato come Crowfoot e i suoi Blackfoot, compensino, in una sorta di bilancio complessivo, con il loro pacifismo e la loro lealtà verso la Corona Britannica, la bellicosità dei loro ospiti Sioux. Anzi, in questo ambito, volendo, si può cogliere una specie di critica alla politica statunitense nei confronti dei nativi, laddove, in uno dei passaggi del film, le citate Giacche Azzurre offrono il loro supporto militare alle Giubbe Rosse che, gentilmente, declinano l’invito ritenendo l’opzione bellica non quella migliore per risolvere le dispute con gli indiani. Tuttavia, come detto, non è sotto il profilo politico o storico il luogo dove risiedono i motivi di interesse de La pattuglia delle Giubbe Rosse. Un motivo se non propriamente degno di rilievo quantomeno curioso, è il modo in cui Selander e lo sceneggiatore Daniel B. Ullman riprendano gli elementi di Giubbe Rosse di DeMille, pietra miliare del sottogenere Mountie, per rielaborarle nel loro racconto. Abbiamo il protagonista, una giubba rossa integerrima, Dick Ross che, fisicamente, ricorda il sergente Brett (Preston Foster) del film di DeMille; come il protagonista di questo lungometraggio, Dusty Rivers (Gary Cooper), Dick proviene dagli Stati Uniti; c’è anche in quest’occasione un fratello minore, in questo caso Carey, nell’altro era Ronnie (Robert Preston), che si macchia di una pesante infamia. Tra le analogie si può annotare anche il ruolo degli indiani con i capi Crowfoot e Big Bear (Walter Hampdem), leader dei Cree in Giubbe Rosse, che hanno grosso modo lo stesso atteggiamento di fronte ai propositi di rivolta, qui sobillati da Toro Seduto mentre nel precedente film da Jacques Corbeau (George Bancroft). 

Che, esattamente come il capo sioux, si trovava in Canada per sfuggire alla Legge degli Stati Uniti. In ultimo, si può osservare come l’unico personaggio femminile di rilievo de La pattuglia delle Giubbe Rosse, ovvero Bridget (Rita Moreno) si ricordi unicamente per la somiglianza con la Louvette interpretata da Paulette Godard nel film di DeMille. In buona sostanza, se si considera anche che la pellicola di Selander dura la miseria di 75 minuti, gli autori de La pattuglia delle Giubbe Rosse si sono limitate a rimescolare le carte del precedente Giubbe Rosse aggiungendovi davvero poco. Da un punto di vista autoriale la cosa è certamente deprimente, questo è innegabile, tuttavia nel cinema «di cassetta», come si diceva un tempo, quello che conta è il risultato. Al di là dell’effettivo riscontro al botteghino, di cui in sede di analisi importa davvero pochissimo e al massimo relativamente, la considerazione finale è un’altra. Evidentemente, quasi quindici anni dopo il film di DeMille, c’era chi riteneva, tra i produttori di Hollywood, che Giubbe Rosse potesse essere ancora una fonte di interesse –leggi guadagno– per attirare il pubblico. Al punto da ritenere che bastasse riprenderne gli elementi, shakerandoli soltanto un po’, per ottenere il risultato sperato. Quasi che il film del 1940 non fosse stato spremuto, sfruttato, sotto questo aspetto, in tutta la sua potenzialità. In effetti, tanto Giubbe Rosse di DeMille che tutto quanto il sottogenere Mountie rimasero e rimarranno sottovalutati quando spesso nemmeno presi in considerazione. E La pattuglia delle Giubbe Rosse, per quanto in modo indiretto, conferma quest’impressione e questo è l’elemento più significativo della pellicola di Selander. Troppo poco? Beh, nello specifico senz’altro, ma stimolare la curiosità è comunque un pregio da mettere a referto.     



domenica 4 gennaio 2026

IL CASO LAFARGE

1778_IL CASO LAFARGE , Italia 1973. Regia di Marco Leto

Se guardiamo a quel 1973, anche in ambito dei soli sceneggiati Rai, forse ci sono titoli che sono più interessanti, artisticamente parlando, de Il caso Lafarge; ad esempio, l’eccellente Nessuno deve sapere di Mario Landi o Esp del bravissimo Daniele D’Anza. Eppure, il racconto televisivo in quattro puntate di Marco Leto dedicato al primo esempio di giudizio di un tribunale in conseguenza a risultanze scientifiche della Storia è forse quello che risulta più attuale. È stupefacente come, già in quei primi anni Settanta, c’era chi si rendesse conto che, in ambito forense ma non solo, demandare tutto alla scienza non fosse una scelta troppo saggia; e Il caso Lafarge, perlomeno nella ricostruzione storica di Paolo Graldi e Paolo Pozzesi, lo dimostra chiaramente. Siamo a Glandier, nella campagna francese dell’Ottocento, Marie Chapelle (un’enigmatica Paola Pitagora, di notevole impatto scenico), nobildonna parigina, si è sposata con Charles Lafarge (Cesare Barbetti), credendolo un facoltoso proprietario terriero. In realtà, Lafarge, a cui non manca una certa intraprendenza, è un individuo goffo e impacciato, titolare di una fonderia sull’orlo del fallimento e residente in una dimora in rovina che, a Marie, aveva preventivamente spacciato per castello per convincerla a sposarlo. Charles non è il prototipo del maschio alfa: oltre a non saperci fare con la novella sposa in quelli che sono i suoi doveri più intimi e delicati, è anche in un qualche modo succube delle donne di casa, la dispotica madre, Madame Lafarge (Evy Maltagliati) e l’infida sorella Amena (Claudia Caminito). Gli autori non svelano del tutto le carte, sebbene non sia il mistero su chi sia l’assassino il vero fulcro «giallo» della vicenda: in ogni caso, è abbastanza chiaro che, almeno secondo lo sceneggiato Rai, gli assassini di Charles Lafarge furono in concorso la sorella Amena, suo marito Monsieur Buffiere (Gianfranco Barra) e il suo amante Monsieur Magnaux (Sergio Reggi). Il movente di questo storico omicidio sarebbe da ricercare nel fatto che anche Magnaux e Buffiere fossero proprietari di una fonderia, in sostanziale concorrenza con quella di Lafarge e in crisi allo stesso modo, ma questi aveva appena registrato un brevetto che avrebbe potuto risolvere la situazione. Nel racconto filmico vediamo in effetti Buffiere chiedere vanamente a Lafarge, prima che la salute del cognato peggiori, di condividere il brevetto, associando le due fonderie nel tentativo di superare le difficoltà economiche; nel contempo sua moglie, complottando con l’amante, il sordido Magnaux, prepara un’altra via per arrivare a mettere le mani su fonderia e brevetto dell’ingenuo fratello. Il piano prevede l’avvelenamento con il cianuro, facendo ricadere la colpa sulla moglie di Lafarge che aveva manifestato una certa delusione quando si era resa conto di quali erano le reali condizioni economiche del marito. Charles Lafarge finirà quindi ucciso e, dopo una serie di analisi tossicologiche che fecero epoca, la verità processuale stabilirà che fu avvelenato. Questo è il motivo per cui il «caso Lafarge» passò alla Storia, è infatti comunemente ritenuto il primo processo deciso dalla Tossicologia Forense: la scienza cominciò quindi allora ad ergersi come arbitro supremo nelle contese giudiziarie. Sul fronte processuale, il procuratore Chalandon (Franco Graziosi) è un ottuso mastino che non molla la presa e non palesa mai alcun dubbio ma peggio di lui fanno gli scienziati, il professor Orfila (Mario Maranzana) in testa. Se il procuratore ha almeno un comportamento sobrio, Orfila si atteggia da vero e proprio santone, lasciando quindi intendere che la scienza sia ormai divenuta una vera e propria religione e il «caso Lafarge» il suo anno zero, perlomeno nelle aule di tribunale. Apparentemente, la regia di Marco Leto, sfrutta la stesura di Graldi e Pozzesi, la scenografia, la ricostruzione ambientale, per restituirci un quadro efficace di un’epoca del nostro passato nemmeno troppo remoto. In un certo senso lo sceneggiato può essere il racconto della consacrazione di una nuova era, quella scientifica, allorché anche nelle polverose e conservatrici aule dei tribunali fece il suo ingresso in pompa magna questa nuova dottrina ritenuta infallibile. In realtà, con una sorprendente capacità di intuire il futuro fin da quel 1974, gli autori tratteggiarono nitidamente già al tempo il vero motivo della quotidiana incapacità di amministrare la Giustizia da parte dei tribunali. La cieca e ottusa fiducia nelle risultanze scientifiche ha finito per far dimenticare l’uso dell’intelletto e della ragione, della capacità deduttiva atta a contestualizzare i dati emersi dal laboratorio. Ne Il caso Lafarge –nello splendido e avvincente dibattimento in tribunale, dove fa un figurone la verve di Alessandro Sperlì nel ruolo dell’avvocato Paillet, uno dei difensori di Marie– si discute animatamente, tra colpi di scena e contro-colpi di scena ripetuti, sul fatto se Charles Lafarge fosse stato avvelenato o meno. Le famose indagini tossicologiche del racconto filmico vertono infatti sulla presenza o meno di cianuro nel cadavere dell’uomo e solo grazie alle nuove tecniche di Orfila è possibile stabilire la verità. Ma, concentrandosi unicamente sulla querelle scientifica –il cianuro era presente o no?– gli inquirenti persero di vista il problema principale, ovvero chi avesse messo il veleno nel cibo di Lafarge. Questo aspetto dell’indagine è infatti trascurato: basta infatti un mezzo sospetto per far convergere l’attenzione su Marie, e questo rende irrisoria la difficoltà dell’attività di depistaggio dei veri colpevoli. Quindi, riassumendo: colpevoli che apparecchiano i sospetti per incolpare qualcun altro al loro posto, inquirenti non particolarmente acuti che si concentrano solo su questioni scientifiche e, risolte le quali, si accaniscono sul malcapitato finito sotto indagine, anche contro ogni evidente contraddizione del lacunoso quadro accusatorio. Vi ricorda qualche esempio della recente, o relativamente recente, attività giudiziaria nel Belpaese? Bene –si fa per dire– ora sappiamo che le tante sentenze che destano perplessità, eufemisticamente parlando, non sono una novità dei tempi recenti.  




giovedì 1 gennaio 2026

MOLLY MOON E L'INCREDIBILE LIBRO DELL'IPNOTISMO

1777_MOLLY MOON E L'INCREDIBILE LIBRO DELL'IPNOTISMO (Molly Moon e the Incredible Book of Hypnotism), Paesi Bassi 2015. Regia di Christopher N. Rowley 

Basato sul quasi omonimo romanzo di Georgia Bing nel 2002, Molly Moon e l’incredibile libro dell’ipnotismo cercò di inserirsi nella scia del successo planetario di Harry Potter. Naturalmente non è che il genere fantasy sia stato inventato da J. K. Rowling [autrice dei libri di Harry Potter] ma, almeno a livello cinematografico, il film di Christopher N. Rowley rischia di pagare un dazio eccessivo per via dell’inevitabile confronto con le superproduzioni dedicate al maghetto interpretate da Daniel Radcliff. Il film di Rowley in sé è un onesto divertimento dedicato agli appassionati del genere non del tutto convincete ma con qualche spunto interessante o quantomeno curioso. Il cast, ad esempio, oltre alla protagonista Raffey Cassidy nella parte di Molly Moon, è composto da interpreti di rango come Emily Watson, nel ruolo Miss Trinklebury, o Dominic Monagham, in quello del villain della storia, Nockman. Anche se, come presenza scenica, la più affascinante di tutti è Tracey, madre di Nockman, in fin dei conti, vera cattiva di riferimento della vicenda. A conferire tutto questo charme insidioso nei pochi minuti a disposizione ci pensa Joan Collins: la diva inglese replica, in un certo senso, il ruolo del suo avatar animato ne Il segreto di Babbo Natale, stavolta presentandosi in giubbotto di pelle nera. Nel cast anche Gary Camp, chitarrista e tastierista degli Spandau Ballet, storica band New Romantic degli anni 80. 

martedì 30 dicembre 2025

IL SEGRETO DI BABBO NATALE

1775_IL SEGRETO DI BABBO NATALE (Saving Santa), Regno Unito, Stati Uniti, India 2015. Regia di Leon Joseen 

La Computer Grafica, nel campo dell’animazione cinematografica, è un’arma a doppio taglio: da una parte permette di sveltire alcuni passaggi nella realizzazione dell’opera e quindi economizzare; ma se non si hanno risorse finanziarie in abbondanza, il risultato difficilmente sarà appagante. È il caso de Il segreto di Babbo Natale, film che rende esplicita l’idea che per quel che riguarda i film di animazione in CGI se non si è a livello di DreamWorks o Pixar è forse meglio lasciar perdere. La critica ha stroncato drasticamente il lungometraggio di Leon Joosen e, per comprendere il tenore delle recensioni, basti ricordare le parole di Mark Kermode per The Guardian. Ironizzando sul titolo originale, Saving Santa [Salvando Babbo Natale], il critico ha sintetizzato: “Stando a quanto visto, purtroppo, non vale la pena salvare Babbo Natale”. [Dal sito Web The Guardian, pagina web https://www.theguardian.com/film/2013/dec/01/saving-santa-review, visitata l’ultima volta il 29 dicembre 2025]. Punto di vista condivisibile se si considera Il segreto di Babbo Natale come film a tutto tondo, come opera in sé stessa. Se, diversamente, lo si intende come un prodotto per bambini, utile per ingannare una serata natalizia in famiglia, allora può anche assolvere allo scopo. Tra le osservazioni che sono state rivolte al film c’è anche la mancanza di originalità sebbene, in un film sul Natale, non è che si possa pretendere chissà quali nuove intuizioni. Anche i rimandi ai vari film sui viaggi nel tempo, che sono evidentemente richiamati dalla trama, sono fastidi relativi. Al di là dell’impatto grafico non irresistibile, sono piuttosto la mancanza di struttura narrativa e di spessore dei personaggi i limiti più evidenti dell’opera. Vero è che la colonna sonora non è indimenticabile e, in fin dei conti, ne Il segreto di Babbo Natale, si salva giusto il ritmo narrativo della seconda parte che perlomeno è avvincente. A quel punto, anche lo spettatore più scafato si può perdere nei continui ritorni al passato e al moltiplicarsi di Bernard (con la voce di Martin Freeman) sullo schermo. Non tutto sembra plausibile, anche all’interno di una logica fittizia come quella dei viaggi nel tempo, ma sono godibili i giochi d’intarsio tra le varie tracce dei ripetuti viaggi all’indietro nel tempo che compie l’elfo protagonista. L’idea per il finale, con la sostanziale redenzione dei due villain, è anche lodevole negli intenti ma, avendo la storia poco costrutto, la loro conversione svilisce ulteriormente il racconto. È forse questo il rammarico più grande: una coppia formata da un figlio, Neville Baddington, succube della dispotica madre, Vera, non rappresenta certo una novità ma si intuiscono delle potenzialità nella definizione di questi due personaggi. Neville è ispirato a Tim Curry, di cui ha la voce, mentre sua madre ha quella di Joan Collins. Proprio Vera è il personaggio che latita troppo nell’economia del film e, sebbene figurativamente non riesca propriamente a cogliere lo spirito della Collins, avrebbe avuto comunque abbastanza charme per salvare Il segreto di Babbo Natale.