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domenica 4 gennaio 2026

IL CASO LAFARGE

1778_IL CASO LAFARGE , Italia 1973. Regia di Marco Leto

Se guardiamo a quel 1973, anche in ambito dei soli sceneggiati Rai, forse ci sono titoli che sono più interessanti, artisticamente parlando, de Il caso Lafarge; ad esempio, l’eccellente Nessuno deve sapere di Mario Landi o Esp del bravissimo Daniele D’Anza. Eppure, il racconto televisivo in quattro puntate di Marco Leto dedicato al primo esempio di giudizio di un tribunale in conseguenza a risultanze scientifiche della Storia è forse quello che risulta più attuale. È stupefacente come, già in quei primi anni Settanta, c’era chi si rendesse conto che, in ambito forense ma non solo, demandare tutto alla scienza non fosse una scelta troppo saggia; e Il caso Lafarge, perlomeno nella ricostruzione storica di Paolo Graldi e Paolo Pozzesi, lo dimostra chiaramente. Siamo a Glandier, nella campagna francese dell’Ottocento, Marie Chapelle (un’enigmatica Paola Pitagora, di notevole impatto scenico), nobildonna parigina, si è sposata con Charles Lafarge (Cesare Barbetti), credendolo un facoltoso proprietario terriero. In realtà, Lafarge, a cui non manca una certa intraprendenza, è un individuo goffo e impacciato, titolare di una fonderia sull’orlo del fallimento e residente in una dimora in rovina che, a Marie, aveva preventivamente spacciato per castello per convincerla a sposarlo. Charles non è il prototipo del maschio alfa: oltre a non saperci fare con la novella sposa in quelli che sono i suoi doveri più intimi e delicati, è anche in un qualche modo succube delle donne di casa, la dispotica madre, Madame Lafarge (Evy Maltagliati) e l’infida sorella Amena (Claudia Caminito). Gli autori non svelano del tutto le carte, sebbene non sia il mistero su chi sia l’assassino il vero fulcro «giallo» della vicenda: in ogni caso, è abbastanza chiaro che, almeno secondo lo sceneggiato Rai, gli assassini di Charles Lafarge furono in concorso la sorella Amena, suo marito Monsieur Buffiere (Gianfranco Barra) e il suo amante Monsieur Magnaux (Sergio Reggi). Il movente di questo storico omicidio sarebbe da ricercare nel fatto che anche Magnaux e Buffiere fossero proprietari di una fonderia, in sostanziale concorrenza con quella di Lafarge e in crisi allo stesso modo, ma questi aveva appena registrato un brevetto che avrebbe potuto risolvere la situazione. Nel racconto filmico vediamo in effetti Buffiere chiedere vanamente a Lafarge, prima che la salute del cognato peggiori, di condividere il brevetto, associando le due fonderie nel tentativo di superare le difficoltà economiche; nel contempo sua moglie, complottando con l’amante, il sordido Magnaux, prepara un’altra via per arrivare a mettere le mani su fonderia e brevetto dell’ingenuo fratello. Il piano prevede l’avvelenamento con il cianuro, facendo ricadere la colpa sulla moglie di Lafarge che aveva manifestato una certa delusione quando si era resa conto di quali erano le reali condizioni economiche del marito. Charles Lafarge finirà quindi ucciso e, dopo una serie di analisi tossicologiche che fecero epoca, la verità processuale stabilirà che fu avvelenato. Questo è il motivo per cui il «caso Lafarge» passò alla Storia, è infatti comunemente ritenuto il primo processo deciso dalla Tossicologia Forense: la scienza cominciò quindi allora ad ergersi come arbitro supremo nelle contese giudiziarie. Sul fronte processuale, il procuratore Chalandon (Franco Graziosi) è un ottuso mastino che non molla la presa e non palesa mai alcun dubbio ma peggio di lui fanno gli scienziati, il professor Orfila (Mario Maranzana) in testa. Se il procuratore ha almeno un comportamento sobrio, Orfila si atteggia da vero e proprio santone, lasciando quindi intendere che la scienza sia ormai divenuta una vera e propria religione e il «caso Lafarge» il suo anno zero, perlomeno nelle aule di tribunale. Apparentemente, la regia di Marco Leto, sfrutta la stesura di Graldi e Pozzesi, la scenografia, la ricostruzione ambientale, per restituirci un quadro efficace di un’epoca del nostro passato nemmeno troppo remoto. In un certo senso lo sceneggiato può essere il racconto della consacrazione di una nuova era, quella scientifica, allorché anche nelle polverose e conservatrici aule dei tribunali fece il suo ingresso in pompa magna questa nuova dottrina ritenuta infallibile. In realtà, con una sorprendente capacità di intuire il futuro fin da quel 1974, gli autori tratteggiarono nitidamente già al tempo il vero motivo della quotidiana incapacità di amministrare la Giustizia da parte dei tribunali. La cieca e ottusa fiducia nelle risultanze scientifiche ha finito per far dimenticare l’uso dell’intelletto e della ragione, della capacità deduttiva atta a contestualizzare i dati emersi dal laboratorio. Ne Il caso Lafarge –nello splendido e avvincente dibattimento in tribunale, dove fa un figurone la verve di Alessandro Sperlì nel ruolo dell’avvocato Paillet, uno dei difensori di Marie– si discute animatamente, tra colpi di scena e contro-colpi di scena ripetuti, sul fatto se Charles Lafarge fosse stato avvelenato o meno. Le famose indagini tossicologiche del racconto filmico vertono infatti sulla presenza o meno di cianuro nel cadavere dell’uomo e solo grazie alle nuove tecniche di Orfila è possibile stabilire la verità. Ma, concentrandosi unicamente sulla querelle scientifica –il cianuro era presente o no?– gli inquirenti persero di vista il problema principale, ovvero chi avesse messo il veleno nel cibo di Lafarge. Questo aspetto dell’indagine è infatti trascurato: basta infatti un mezzo sospetto per far convergere l’attenzione su Marie, e questo rende irrisoria la difficoltà dell’attività di depistaggio dei veri colpevoli. Quindi, riassumendo: colpevoli che apparecchiano i sospetti per incolpare qualcun altro al loro posto, inquirenti non particolarmente acuti che si concentrano solo su questioni scientifiche e, risolte le quali, si accaniscono sul malcapitato finito sotto indagine, anche contro ogni evidente contraddizione del lacunoso quadro accusatorio. Vi ricorda qualche esempio della recente, o relativamente recente, attività giudiziaria nel Belpaese? Bene –si fa per dire– ora sappiamo che le tante sentenze che destano perplessità, eufemisticamente parlando, non sono una novità dei tempi recenti.  




giovedì 1 gennaio 2026

MOLLY MOON E L'INCREDIBILE LIBRO DELL'IPNOTISMO

1777_MOLLY MOON E L'INCREDIBILE LIBRO DELL'IPNOTISMO (Molly Moon e the Incredible Book of Hypnotism), Paesi Bassi 2015. Regia di Christopher N. Rowley 

Basato sul quasi omonimo romanzo di Georgia Bing nel 2002, Molly Moon e l’incredibile libro dell’ipnotismo cercò di inserirsi nella scia del successo planetario di Harry Potter. Naturalmente non è che il genere fantasy sia stato inventato da J. K. Rowling [autrice dei libri di Harry Potter] ma, almeno a livello cinematografico, il film di Christopher N. Rowley rischia di pagare un dazio eccessivo per via dell’inevitabile confronto con le superproduzioni dedicate al maghetto interpretate da Daniel Radcliff. Il film di Rowley in sé è un onesto divertimento dedicato agli appassionati del genere non del tutto convincete ma con qualche spunto interessante o quantomeno curioso. Il cast, ad esempio, oltre alla protagonista Raffey Cassidy nella parte di Molly Moon, è composto da interpreti di rango come Emily Watson, nel ruolo Miss Trinklebury, o Dominic Monagham, in quello del villain della storia, Nockman. Anche se, come presenza scenica, la più affascinante di tutti è Tracey, madre di Nockman, in fin dei conti, vera cattiva di riferimento della vicenda. A conferire tutto questo charme insidioso nei pochi minuti a disposizione ci pensa Joan Collins: la diva inglese replica, in un certo senso, il ruolo del suo avatar animato ne Il segreto di Babbo Natale, stavolta presentandosi in giubbotto di pelle nera. Nel cast anche Gary Camp, chitarrista e tastierista degli Spandau Ballet, storica band New Romantic degli anni 80. 

martedì 30 dicembre 2025

IL SEGRETO DI BABBO NATALE

1775_IL SEGRETO DI BABBO NATALE (Saving Santa), Regno Unito, Stati Uniti, India 2015. Regia di Leon Joseen 

La Computer Grafica, nel campo dell’animazione cinematografica, è un’arma a doppio taglio: da una parte permette di sveltire alcuni passaggi nella realizzazione dell’opera e quindi economizzare; ma se non si hanno risorse finanziarie in abbondanza, il risultato difficilmente sarà appagante. È il caso de Il segreto di Babbo Natale, film che rende esplicita l’idea che per quel che riguarda i film di animazione in CGI se non si è a livello di DreamWorks o Pixar è forse meglio lasciar perdere. La critica ha stroncato drasticamente il lungometraggio di Leon Joosen e, per comprendere il tenore delle recensioni, basti ricordare le parole di Mark Kermode per The Guardian. Ironizzando sul titolo originale, Saving Santa [Salvando Babbo Natale], il critico ha sintetizzato: “Stando a quanto visto, purtroppo, non vale la pena salvare Babbo Natale”. [Dal sito Web The Guardian, pagina web https://www.theguardian.com/film/2013/dec/01/saving-santa-review, visitata l’ultima volta il 29 dicembre 2025]. Punto di vista condivisibile se si considera Il segreto di Babbo Natale come film a tutto tondo, come opera in sé stessa. Se, diversamente, lo si intende come un prodotto per bambini, utile per ingannare una serata natalizia in famiglia, allora può anche assolvere allo scopo. Tra le osservazioni che sono state rivolte al film c’è anche la mancanza di originalità sebbene, in un film sul Natale, non è che si possa pretendere chissà quali nuove intuizioni. Anche i rimandi ai vari film sui viaggi nel tempo, che sono evidentemente richiamati dalla trama, sono fastidi relativi. Al di là dell’impatto grafico non irresistibile, sono piuttosto la mancanza di struttura narrativa e di spessore dei personaggi i limiti più evidenti dell’opera. Vero è che la colonna sonora non è indimenticabile e, in fin dei conti, ne Il segreto di Babbo Natale, si salva giusto il ritmo narrativo della seconda parte che perlomeno è avvincente. A quel punto, anche lo spettatore più scafato si può perdere nei continui ritorni al passato e al moltiplicarsi di Bernard (con la voce di Martin Freeman) sullo schermo. Non tutto sembra plausibile, anche all’interno di una logica fittizia come quella dei viaggi nel tempo, ma sono godibili i giochi d’intarsio tra le varie tracce dei ripetuti viaggi all’indietro nel tempo che compie l’elfo protagonista. L’idea per il finale, con la sostanziale redenzione dei due villain, è anche lodevole negli intenti ma, avendo la storia poco costrutto, la loro conversione svilisce ulteriormente il racconto. È forse questo il rammarico più grande: una coppia formata da un figlio, Neville Baddington, succube della dispotica madre, Vera, non rappresenta certo una novità ma si intuiscono delle potenzialità nella definizione di questi due personaggi. Neville è ispirato a Tim Curry, di cui ha la voce, mentre sua madre ha quella di Joan Collins. Proprio Vera è il personaggio che latita troppo nell’economia del film e, sebbene figurativamente non riesca propriamente a cogliere lo spirito della Collins, avrebbe avuto comunque abbastanza charme per salvare Il segreto di Babbo Natale.  





sabato 27 dicembre 2025

ELLIS IN GLAMOURLAND

1774_ELLIS IN GLAMOURLAND , Paesi Bassi 2004. Regia di Pieter Kramer

Nel corso della sua lunga carriera, Joan Collins si era mossa prevalentemente sull’asse atlantico, tra la natia Inghilterra e gli Stati Uniti, mecca del cinema e della televisione. Nell’Europa continentale aveva avuto più di un’esperienza italiana e in pochi altri paesi tra cui, certamente non figurava l’Olanda, paese non precisamente ai vertici della produzione cinematografica. Per il film Ellis in Glamourland, l’attrice inglese è chiamata nei Paesi Bassi come sorta di ambasciatrice del fascino hollywoodiano. In realtà, sebbene la Collins grondi glamour come sempre, il titolo è relativamente indicativo della storia narrata nel film. Joan è una scrittrice di successo che è arrivata in Olanda per presentare il suo nuovo libro con relativo programma formativo: Come sposare un milionario. I riferimenti al famoso film con Marilyn Monroe, Betty Grable e Lauren Bacall [Come sposare un milionario (Ho to Marry a Millionaire), Jean Negulescu, 1953] si fermano però qui: Ellis in Glamourland non va oltre la simpatia per la classica storiella alla Cenerentola. La poverina della vicenda è, in questo caso, la Ellis del titolo (Linda de Mol, star della televisione olandese ma non particolarmente memorabile sul grande schermo), donna lasciata sola dal marito con un figlio a carico. Ellis cerca di arrangiarsi come può lavorando in un caffè e facendo le pulizie in un prestigioso hotel: quando viene licenziata dal primo impiego le cose si fanno quindi più ardue. Mentre pulisce la Hall dell’albergo, viene notata da Susan (Joan Collins), una scrittrice di successo che la invita a partecipare al corso che insegna come mettere in pratica quanto ha scritto nella sua ultima fatica editoriale. In sintesi, sistemarsi tramite matrimonio e in questo ambito si trova, evidentemente, il glamour secondo gli autori del film. Al netto delle schermaglie narrative, non particolarmente originali o avvincenti, Ellis riuscirà ad acchiappare un ricco vedovo, Meindert (Kees Hulst), salvo accorgersi proprio sul filo di lana di essere innamorata di un altro papabile milionario che, ironia della sorte, si rivela essere squattrinato quanto lei. Il passaggio è necessario per certificare, anche dalla trama, che quello che conta è l’amore e non il denaro ma, insomma, per quanto possano essere argomenti condivisibili certo non si tratta di temi inediti o inusuali. Tra le note di folclore di un film carino non più che carino, la presenza del calciatore Ruud Gullit e di sua moglie Estelle, nipote del leggendario Johan Cruijff.  



mercoledì 24 dicembre 2025

SANDOKAN - SINGAPORE

1773_SANDOKAN - SINGAPORE , Italia, Francia 2025. Regia di Luca Bernabei e Nicola Abbatangelo 

Chissà se è un caso, ma l’avvicendamento in regia, con Nicola Abbatangelo al posto di Jan Maria Michelini, segna un cambio di passo stilistico: Singapore, il quarto episodio della serie Sandokan, perde del tutto i banali connotati da fiction televisiva per proporre, se non un impatto cinematografico, quanto meno un aspetto da serie TV di prima categoria. L’ambientazione nella Singapore del XIX secolo aiuta, con costumi e scenografie che creano la giusta atmosfera, ma anche le scelte di regia, meno lente panoramiche grandangolari dall’alto in favore di riprese che seguono i personaggi da vicino, aiutano a dare forza alla narrazione. Che, dal punto di vista del soggetto, è perfino esagerata: d’accordo che già la sigla con immagini bidimensionali sovrapposte ci introduce nel tono della serie, ma Singapore è davvero un super concentrato di azione e sentimento. Infatti, proprio come le scene che supportano i titoli di testa sono fotografie e disegni che scorrono su più livelli, anche Sandokan, da un punto di vista narrativo, presenta figure simboliche, stilizzate, che si muovono all’interno di un castello narrativo a più piani. La traccia portante, quella avventurosa, punta diritta al momento in cui Marianna verrà riscattata da Brooke; per sapere come ci si arrivi occorre passare attraverso altre trame di cui quella sentimentale è, ovviamente, la più intensa. Sandokan e la Perla di Labuan giocano a fare i fidanzatini adolescenti –all’interno di una trama decisamente forte, con morti ammazzati come corollario– ma gli allibratori non accetterebbero scommesse sugli sviluppi. Le scene del ballo alla Festa della Luna, peraltro, sono comunque emozionanti, segno che Can Yamal e Alanah Bloor hanno la giusta intesa tra loro e con il contesto. Ma, se si parla di emozioni, la parte del leone la fa Nur (Anja Bourdais), che scopriamo essere la madre di Sandokan. Anzi, no; perché lo si è detto, i colpi di scena emozionanti sono finanche eccessivi, in Singapore. Perché, dopo aver appreso che Sandokan ha una madre, si scopre –e lui con noi, sempre in tema di pathos grondante– che Nur non è la sua vera genitrice. Non prima che la povera donna venga colpita a morte da un proiettile destinato a Marianna e che Sandokan aveva tratto in salvo, decidendo, di conseguenza, la sorte di sua madre. Perché all’appuntamento del riscatto, si erano presentati –non invitati– i terribili uomini in nero, una sorta di ninja, del sultano Muda Ashim. Risultato: Brooke rimane ferito, infuriato e con un pugno di mosche in mano, avendo perso l’oro del riscatto senza aver salvato Marianna. La quale, dopo il rocambolesco scontro, avrà ben capito il simbolismo della situazione: Nur era l’unica donna nella vita di Sandokan e ora era morta al posto suo. Oltretutto, si ritrova di nuovo sul praho dei pirati; ma mentre ci si interroga se questo metterà già fine ai bisticci da innamoratini tra lei e la Tigre della Malesia, un cliffhanger clamoroso scuote il finale di Singapore. Sandokan aveva infine rinunciato ad aiutare Sani, la ragazza Dayak che era stata fondamentale per liberare Yanez e i pirati nel secondo episodio. Quest’ultimo, manifestando un filo – giusto un filo, eh – di ingratitudine, aveva convinto la Tigre che non c’era modo di liberare il popolo della giovane, tenuto in schiavitù dagli inglesi nelle miniere di antimonio. Ma c’è da giurare che, dopo l’ultimo colpo di scena di questa puntata, il pirata riveda le sue posizioni in merito: sua madre, in punto di morte, gli restituisce il ciondolo che aveva al collo quando fu trovato sulla spiaggia, e quindi adottato. Sani riconosce subito la foggia del monile: Sandokan è un Dayak tanto quanto lei.       




domenica 21 dicembre 2025

SANDOKAN - IN OSTAGGIO

1773_SANDOKAN - IN OSTAGGIO , Italia, Francia 2025. Regia di Luca Bernabei e Jan Maria Michelin

Se nel primo episodio di questa nuova serie dedicata a Sandokan, al centro del racconto c’era inevitabilmente il protagonista, la Tigre della Malesia, e nel secondo la sua controparte femminile Lady Marianna, il terzo capitolo deve giocoforza essere dedicato a Yanez de Gomera. In effetti, il personaggio interpretato da Alessandro Preziosi è al centro perlomeno di un passaggio cruciale oltre a sciorinare una serie di battute davvero memorabile, valga per tutti quella che chiude la puntata: “Se Dio esiste, è un po’ distratto”. Preziosi, arrivati a questo punto, s’è calato alla perfezione nel ruolo come del resto tutto quanto il cast, che funziona infatti a meraviglia: oltre ai soliti noti, vanno attenzionati almeno Ed Westwick nei panni di James Brooke, John Hannah in quelli del sergente Murray e Sergej Onopko che, nel ruolo del pirata violento Yussuf, si prende più volte il centro della scena. Il titolo dell’episodio, In ostaggio, fa rifermento alla condizione di Marianna, tenuta prigioniera sul praho di Sandokan, diretto alle miniere di antimonio. Sulle sue tracce Brooke, accompagnato dal sergente Murray e da un paio di scagnozzi del sultano Muda Hashim che hanno l’incarico di ostacolare il successo dell’operazione di salvataggio della nobile ragazza inglese. Il sultano, infatti, è nemico di Sandokan ma al momento ha più urgenza di mettere fuori gioco Brooke agli occhi del console Lord Guillock. Tutti questi intarsi della trama certificano la qualità di un soggetto che, una volta messo in moto, sembra funzionare con grande efficacia. Due sono gli aspetti più interessanti in questa terza appassionante puntata della serie. La prima è che il termine «fumettone» con cui qualcuno ha definito questa versione di Sandokan, forse volendone sminuire la valenza, calza a pennello sul racconto filmico. Sandokan è certamente un fumettone ma è un gran bel fumettone, divertente, appassionante e godibilissimo. C’è almeno un passaggio che mostra la consapevolezza degli autori, del tenore della serie, in questo senso. Il praho dei pirati è arrivato alle miniere e Sandokan porge a Marianna il canocchiale per guardare coi suoi occhi cosa combinano gli inglesi agli indigeni e alla natura dell’isola. La notte prima, Yussuf aveva cercato di violentare la ragazza inglese, Sandokan l’aveva salvata e si era poi battuto con il suo sottoposto: Marianna, ancora sconvolta, aveva accusato i pirati di essere delle bestie, suo salvatore nella circostanza compreso. La nobile giovane guarda nel canocchiale e quello che si vede sullo schermo, in prima istanza, è la visuale dalla riva, salvo poi, senza soluzione di continuità, passare ad una visione completa ed esaustiva della situazione delle miniere e della condizione in cui vengono tenuti gli indigeni schiavizzati. Una veduta panoramica e dettagliata impossibile da cogliere dal canocchiale su una barca al largo: qui il regista, Jan Maria Michelini, opera esattamente come in un fumetto, tralasciando la fedeltà realistica ma approfittando di uno stratagemma narrativo per informare rapidamente lo spettatore. Quando poi la carrellata sull’attività mineraria si chiude, si torna sul praho e ora il canocchiale è nelle mani di Sani: questo conferma che la sequenza non è da prendere alla lettera, perché abbiamo appunto assistito ad una sorta di incongruenza, ovvero il passaggio di mano sottointeso del canocchiale. Tra l’altro gli autori si servono di questo particolare anche per un altro scopo, certificando la qualità di un’opera densa di piani narrativi. Sani, che è un’indigena, si inserisce nella polemica tra Marianna, che aveva accusato i pirati di essere bestie, e Sandokan, che mostrava all’inglese le prodezze dei suoi connazionali, accumunando gli uni agli atri quali approfittatori della vita degli isolani. L’altro elemento importante, che apre e chiude l’episodio, è il rapporto con la fede cristiana di Yanez. Che Sandokan fosse una serie non esattamente politicamente corretta si poteva già capire dai cadaveri che seminano i pirati, Tigre della Malesia in testa, durante le loro incursioni. Qui torniamo all’altro aspetto citato, ovvero l’essere un fumettone che permette, proprio per la leggerezza di questo tipo di racconto, di sorvolare su certi dettagli. I morti ammazzati in un romanzo o in un film sui pirati fanno parte della coreografia e non vanno presi alla lettera, questo è anche inutile rammentarlo. Ma quando Yanez, in una Produzione Rai, dice ai suoi indigeni paraguayani “Dio ci ha abbandonati”, un brivido corre inevitabilmente sulla schiena dello spettatore italiano. La battuta finale, stempera nell’amara ironia questa riflessione, ma ormai il dado è tratto: sarà anche un fumettone, Sandokan, però non fa sconti a nessuno. Nemmeno all’Altissimo.

giovedì 18 dicembre 2025

IL COMMISSARIO DE VINCENZI - IL MISTERO DELLE ORCHIDEE

 1772_IL MISTERO DELLE TRE ORCHIDEE , Italia 1974. Regia di Mario Ferrero 

Il terzo e ultimo sceneggiato della prima serie de Il commissario De Vincenzi segue grosso modo lo schema del precedente L’albergo delle tre rose. A caratterizzare questi due episodi è infatti l’unità di luogo che, aiutata da un tempo del racconto non eccessivo, riesce a rendere più ficcanti e convincenti gli avvenimenti. In questo caso la vicenda è ambientata in una casa di moda, il che conferma anche l’attenzione alla presenza femminile di questa serie di sceneggiati. Tra i personaggi muliebri coinvolti ne Il mistero delle tre orchidee vale la pena citare una folgorante Nora Ricci nei panni della stilista madame Firmino, Lia Tanzi in quelli della modella Irma, Giuliana Calandra in quelli di Marta e Gianna Giachetti in quelli di Cristiana Bignardi, la titolare della casa di moda; questo restando alle figure di rilievo. Del resto il ricco cast di questa solida terza puntata sottolinea lo spessore del racconto: accanto a pezzi da novanta come Franco Volpi (è il commendatore), Ferruccio De Ceresa (è Prospero Durante) e Mariolina Bovo (è Virna Campbell) troviamo i personaggi ricorrenti della serie come Antonietta (Gina Sammarco), il commissario Bianchi (Giampiero Becherelli), il brigadiere Cruni (Salvatore Puntillo) e il vice commissario Sani (Franco Ferri). Senza dimenticare il commissario De Vincenzi, alias Paolo Stoppa che, con la sua proverbiale umanità unita ad un pizzico salato di sagacia, saprà districare anche questo caso meglio dello spettatore. Spettatore costretto, anche stavolta, a ammirare la complessità della trama senza aver avuto le informazioni necessarie a comprenderla veramente. Giallo un po’ singolare, quindi, ma non per questo da bocciare.