1778_IL CASO LAFARGE , Italia 1973. Regia di Marco Leto
Se
guardiamo a quel 1973, anche in ambito dei soli sceneggiati Rai, forse ci sono
titoli che sono più interessanti, artisticamente parlando, de Il caso
Lafarge; ad esempio, l’eccellente Nessuno deve sapere di Mario Landi
o Esp del bravissimo Daniele D’Anza. Eppure, il racconto televisivo in
quattro puntate di Marco Leto dedicato al primo esempio di giudizio di un
tribunale in conseguenza a risultanze scientifiche della Storia è forse quello
che risulta più attuale. È stupefacente come, già in quei primi anni Settanta,
c’era chi si rendesse conto che, in ambito forense ma non solo, demandare tutto
alla scienza non fosse una scelta troppo saggia; e Il caso Lafarge,
perlomeno nella ricostruzione storica di Paolo Graldi e Paolo Pozzesi, lo
dimostra chiaramente. Siamo a Glandier, nella campagna francese dell’Ottocento,
Marie Chapelle (un’enigmatica Paola Pitagora, di notevole impatto scenico),
nobildonna parigina, si è sposata con Charles Lafarge (Cesare Barbetti), credendolo
un facoltoso proprietario terriero. In realtà, Lafarge, a cui non manca una
certa intraprendenza, è un individuo goffo e impacciato, titolare di una
fonderia sull’orlo del fallimento e residente in una dimora in rovina che, a
Marie, aveva preventivamente spacciato per castello per convincerla a sposarlo.
Charles non è il prototipo del maschio alfa: oltre a non saperci fare con la novella
sposa in quelli che sono i suoi doveri più intimi e delicati, è anche in un
qualche modo succube delle donne di casa, la dispotica madre, Madame Lafarge (Evy
Maltagliati) e l’infida sorella Amena (Claudia Caminito). Gli autori non
svelano del tutto le carte, sebbene non sia il mistero su chi sia l’assassino
il vero fulcro «giallo»
della vicenda: in ogni caso, è abbastanza chiaro che, almeno secondo lo
sceneggiato Rai, gli assassini di Charles Lafarge furono in concorso la sorella
Amena, suo marito Monsieur Buffiere (Gianfranco Barra) e il suo amante Monsieur
Magnaux (Sergio Reggi). Il movente di questo storico omicidio sarebbe da
ricercare nel fatto che anche Magnaux e Buffiere fossero proprietari di una
fonderia, in sostanziale concorrenza con quella di Lafarge e in crisi allo
stesso modo, ma questi aveva appena registrato un brevetto che avrebbe potuto
risolvere la situazione. Nel racconto filmico vediamo in effetti Buffiere
chiedere vanamente a Lafarge, prima che la salute del cognato peggiori, di
condividere il brevetto, associando le due fonderie nel tentativo di superare
le difficoltà economiche; nel contempo sua moglie, complottando con l’amante,
il sordido Magnaux, prepara un’altra via per arrivare a mettere le mani su
fonderia e brevetto dell’ingenuo fratello. Il piano prevede l’avvelenamento con
il cianuro, facendo ricadere la colpa sulla moglie di Lafarge che aveva
manifestato una certa delusione quando si era resa conto di quali erano le
reali condizioni economiche del marito. Charles Lafarge finirà quindi ucciso e,
dopo una serie di analisi tossicologiche che fecero epoca, la verità
processuale stabilirà che fu avvelenato. Questo è il motivo per cui il «caso
Lafarge» passò alla Storia, è infatti comunemente ritenuto il primo processo
deciso dalla Tossicologia Forense: la scienza cominciò quindi allora ad ergersi
come arbitro supremo nelle contese giudiziarie. Sul fronte processuale, il
procuratore Chalandon (Franco Graziosi) è un ottuso mastino che non molla la
presa e non palesa mai alcun dubbio ma peggio di lui fanno gli scienziati, il
professor Orfila (Mario Maranzana) in testa. Se il procuratore ha almeno un comportamento
sobrio, Orfila si atteggia da vero e proprio santone, lasciando quindi
intendere che la scienza sia ormai divenuta una vera e propria religione e il «caso
Lafarge» il suo anno zero, perlomeno nelle aule di tribunale. Apparentemente,
la regia di Marco Leto, sfrutta la stesura di Graldi e Pozzesi, la scenografia,
la ricostruzione ambientale, per restituirci un quadro efficace di un’epoca del
nostro passato nemmeno troppo remoto. In un certo senso lo sceneggiato può
essere il racconto della consacrazione di una nuova era, quella scientifica,
allorché anche nelle polverose e conservatrici aule dei tribunali fece il suo
ingresso in pompa magna questa nuova dottrina ritenuta infallibile. In realtà,
con una sorprendente capacità di intuire il futuro fin da quel 1974, gli autori
tratteggiarono nitidamente già al tempo il vero motivo della quotidiana
incapacità di amministrare la Giustizia da parte dei tribunali. La cieca e
ottusa fiducia nelle risultanze scientifiche ha finito per far dimenticare
l’uso dell’intelletto e della ragione, della capacità deduttiva atta a
contestualizzare i dati emersi dal laboratorio. Ne Il caso Lafarge –nello
splendido e avvincente dibattimento in tribunale, dove fa un figurone la verve di
Alessandro Sperlì nel ruolo dell’avvocato Paillet, uno dei difensori di Marie–
si discute animatamente, tra colpi di scena e contro-colpi di scena ripetuti, sul
fatto se Charles Lafarge fosse stato avvelenato o meno. Le famose indagini
tossicologiche del racconto filmico vertono infatti sulla presenza o meno di
cianuro nel cadavere dell’uomo e solo grazie alle nuove tecniche di Orfila è
possibile stabilire la verità. Ma, concentrandosi unicamente sulla querelle
scientifica –il cianuro era presente o no?– gli inquirenti persero di vista il
problema principale, ovvero chi avesse messo il veleno nel cibo di Lafarge. Questo
aspetto dell’indagine è infatti trascurato: basta infatti un mezzo sospetto per
far convergere l’attenzione su Marie, e questo rende irrisoria la difficoltà
dell’attività di depistaggio dei veri colpevoli. Quindi, riassumendo: colpevoli
che apparecchiano i sospetti per incolpare qualcun altro al loro posto,
inquirenti non particolarmente acuti che si concentrano solo su questioni
scientifiche e, risolte le quali, si accaniscono sul malcapitato finito sotto
indagine, anche contro ogni evidente contraddizione del lacunoso quadro
accusatorio. Vi ricorda qualche esempio della recente, o relativamente recente,
attività giudiziaria nel Belpaese? Bene –si fa per dire– ora sappiamo che le
tante sentenze che destano perplessità, eufemisticamente parlando, non sono una
novità dei tempi recenti.










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