1842_IL DYBBUK, OVVERO TRA DUE MONDI (Dybuk), Polonia, 1937. Regia di Michał Waszyński
È un fatto abbastanza noto che il cinema sia sostanzialmente lo specchio della realtà, riflettendo nel suo evolversi la situazione politico sociale. Negli anni 30 del secolo scorso la tensione che si andava accumulando a livello internazionale contribuì in modo significativo allo sviluppo di molti generi che cristallizzarono la dilagante angoscia, dall’Espressionismo tedesco all’Horror dei famosi mostri Universal. Si tratta di chiavi di lettura ormai risapute ma, in origine, ci fu chi dovette comunque intuire la metafora insita in questi generi che, volendo, potevano essere interpretati anche come semplici manifestazioni dell’emotività umana. Se oggi può sembrare evidente che perfino le produzioni commerciali americane Universal e, successivamente, RKO, furono manifestazioni della crescente paura sociale, conseguenza delle inquietanti dittature che governavano importanti Paesi del mondo occidentale, al tempo probabilmente non era un’interpretazione così ovvia. Si trattava, per lo più, di film di svago e come tali facilmente vennero intesi. C’è però un film che, forse più di ogni altro, offre una metafora davvero esplicita su quanto si temeva potesse accadere e, al momento dell’uscita della pellicola in Polonia, nella Germania nazista stava per la verità già accadendo. Il film in questione è Il Dybbuk: ovvero tra due mondi, per la regia di Michał Waszyński, considerato uno dei migliori esempi di cinema Yiddish, la lingua storica degli ebrei dell’area germanica, e contiene una sequenza, quella del matrimonio, ritenuta una delle più efficaci manifestazioni dell’Espressionismo tedesco. A volte indicato perfino come Horror, Il Dybbuk: ovvero tra due mondi è più che altro un film di genere Fantastico che certo trasmette una terribile sensazione di cupa disperazione. La trama è presto detta: Nisan (Gerszon Lemberger) e Sender (Mojżesz Lipman) sono due amici per la pelle che decidono di fare un voto per unire in matrimonio i figli di cui sono in attesa le rispettive mogli. Un sinistro viaggiatore (Ajzik Samberg) che incontrano sul cammino, li mette in guardia dal pianificare la vita delle generazioni future. In ogni caso, le cose sembrano rispettare le intenzioni dei due uomini: la moglie di Nisan partorisce un maschio, Chanan (Lion Liebgold), mentre quella di Sender una femmina, Leah (Lili Liliana). La specularità della situazione si ripercuote anche nelle disgrazie che si abbattono sulle due famiglie: la madre di Leah muore dando alla luce la figlia mentre Nisan annega durante una tempesta, proprio mentre sua moglie sta partorendo. Funestati da questi avvenimenti, i due nuclei famigliari si perdono di vista e se l’anziano rabbino Sender è negli anni riuscito a farsi ricco, dimostrandosi avaro e molto abile negli affari, il giovane Chanan crescendo è divenuto semplicemente uno studente squattrinato.
Quando si incontrano, sono passati tanti anni e il rabbino è troppo impegnato negli affari e nella ricerca di un buon partito per Leah, per immaginare di trovarsi di fronte al figlio del vecchio amico. Come prevedibile, Leah e Chandar si innamorano seduta stante; tuttavia Sender ha per le mani una buona occasione per maritare la figlia –parlando in termini economici, naturalmente– e non intende lasciarsela sfuggire. Dopo varie peripezie, il rabbino ha però l’occasione di lasciare libera scelta a Leah di convolare a nozze con l’amato Chandar, andando oltretutto a rispettare il voto condiviso con il suo vecchio amico morto da anni. Ma Sender, con la scusa del matrimonio ormai concordato, opta per la scelta più redditizia dal punto di vista venale. Intanto, Chandar, ormai disperato, dopo aver provato con la Kabbalah, una sorta di magia ebraica, si rivolge direttamente a Satana pur di congiungersi all’amata. Malauguratamente il rito demoniaco gli è fatale e il suo spirito inquieto, il «Dybbuk» del titolo, torna per impossessarsi di Leah. La tragedia definitiva si compie durante l’esorcismo finale, nel quale muore anche la ragazza. L’atmosfera opprimente e carica di angoscia contraddistingue il film di Waszyński e sembra incarnare lo spettro della catastrofe incombente sulla comunità ebraica della Polonia. In effetti, di lì a poco l’invasione nazista concretizzerà le paure che vediamo tanto nitidamente stagliarsi sullo schermo nello spietato bianco e nero di Dybuk, questo il titolo originale polacco. Ma la metafora del racconto è più precisa di una generica rappresentazione angosciante: Nisan e Sender non ascoltano l’enigmatico viandante e pianificano la vita dei proprio figli secondo i propri desideri e senza rispettarne la libertà. Quando poi Sender si troverà ancora più esplicitamente di fronte alla scelta tra i propri comodi, un affare remunerativo, e il rispetto di una promessa, oltretutto fatta ad un amico morto, non ha molti tentennamenti e opta per la soluzione più opportunistica. La società ebraica, sembra dirci Waszyński, non si curò troppo di quello che succedeva intorno, impegnata com’era a fare affari. Naturalmente nulla può giustificare un abominio come l’Olocausto, tuttavia il regista sembra rimproverare alla sua comunità una grave disattenzione per tutto ciò che non abbia un certo tornaconto. Una caratteristica, per altro, tipicamente borghese e sopravvissuta fino ai giorni nostri. Resta da capire se, tra guerre ovunque, clima impazzito, odio sociale ad ogni livello, la catastrofe debba ancora arrivare o sia casomai già nel suo acme.


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