1821_NO PLACE TO HIDE . Stati Uniti, 1981. Regia di John Llewellyn Moxey
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Forse hanno ragione i critici come Michale Hill che,
sull’Evening Sun, liquidò sbrigativamente No Place to Hide, thriller
televisivo di John Llewellyn Moxey: “Così com’è, No Place to Hide riesce
solo a ricordarci i suoi limiti. Kathleen Beller, che deve aver già vissuto
questa esperienza in Are You in the House Alone?, è la donna inseguita da un uomo mascherato. O forse no? Solo lo sceneggiatore
lo sa per certo. In realtà, lo saprete con certezza dopo circa 10 minuti. È più
o meno il tempo che ci vuole per capire l’intera trama, e dopo averlo fatto, la
suspense è pari a quella di un’elezione russa”. Prima di disquisire
davvero nel merito del film di Moxey, va un minimo inquadrato anche il suo
aspetto formale. D’accordo, si tratta di un TV Movie dei primi anni 80 e quindi
niente di irresistibile. La televisione era già riuscita ad imprimere i suoi
canoni e, soprattutto guardandoli ora, questi film sembrano tutti un po’
ovattati, come se i personaggi vivessero dentro una sorta di acquario. O forse un
sogno: quel Sogno Americano rinnovato dai mitici anni Ottanta che avrebbero
rilanciato l’American Dream dei Fabulous Fifties e di cui il piccolo schermo fu
decisamente il più autorevole portavoce. Tuttavia, per tornare al film in
questione, No Place to Hide è fatto con cura e attenzione, giacché Moxey
in regia era un autore attento e scrupoloso. Del resto lo ammette lo stesso severo
recensore dell’Evening Sun: “No Place to Hide è realizzato con la dovuta
cura, il cast è ovviamente di alto livello, ma la trama è un quiz da scuola
elementare”.
Quello che non convince il critico, in sostanza, è l’intrigo giallo, a suo dire
troppo prevedibile. In realtà, il gioco di Moxey è un altro. De resto, una delle
sue più spiccate qualità è stata il «fuoricampo» che, per poter funzionare a
dovere, necessita che lo spettatore sia più consapevole della presenza di una
minaccia rispetto al personaggio in pericolo. È senz’altro vero che è
abbastanza semplice inquadrare per sommi capi la vicenda, almeno nel rapporto
tra la protagonista, Amy (Kathleen Beller) e la sua matrigna Adele (Mariette
Hartley), ma questa impostazione è utilizzata per ribaltare in modo esplicito
la situazione dopo circa un’ora di film e quindi non può essere inteso come
difetto il suo essere intuibile. Può essere criticato il film se non convince,
questo è ovvio, ma in questo caso il dubbio è se la prima traccia,
effettivamente non particolarmente nascosta, sia una falsa pista oppure no.
Probabilmente il critico è stato arguto citando un precedente film TV
interpretato dalla Beller, Are You in the House Alone?, cercando di
trovare delle similitudini in quella che egli definisce «schlock», paccottiglia
televisiva senza valore. In realtà sembra piuttosto che No Place to Hide
utilizzi il richiamo al film di Osborne in modo metalinguistico per chiarire
ulteriormente le coordinate della prima parte della sua storia. Perché
l’aspetto più interessante è che No Place to Hide può essere sezionato
in tre parti, di cui quella centrale sembra essere quella su cui porre
l’attenzione. La prima dura un’ora circa e corrisponde all’analisi critica
riportata: Amy è orfana, la sua matrigna sembra essere coinvolta in un
complotto teso a farla uscire di senno per indurla al suicidio ed eliminarla
dalla possibilità di ereditare. Siamo, infatti, all’interno della società
benestante americana, quella che assurse a modello assoluto negli scintillanti
Eighties, essendo il livello di benessere negli States, e in genere in
Occidente, largamente diffuso. Chi possa fare parte di questo complotto è ciò
che tiene desta l’attenzione, oltre alle scene terrorizzanti girate con mano
sapiente da Moxey, checché ne abbiano scritto. In sostanza, ad alimentare la
suspense, sono una serie di domande: che ruolo ha il dottor Cliff Letterman
(Keir Dullea)? E quale l’avvocato di famiglia, James Stockwood (Arlen D. Snyder)?
E David (Gary Graham), è un sincero ammiratore o fa parte della combutta? Amy
vede ripetutamente un uomo dal volto coperto e con gli occhiali scuri che la
minaccia con la frase “a presto, Amy, a preso”. Eppure la polizia, chiamata ad
investigare, non trova mai alcun riscontro. Che siano fantasie della ragazza,
come suggerisce anche il fatto che la matrigna le abbia consigliato di farsi
vedere dal dottor Letterman, uno psicologo? Il fatto che lo spettatore veda
ripetutamente il maniaco, sembrerebbe scartare l’ipotesi psichiatrica, perché
la matrice televisiva del film non induce a credere che lo spettatore sia
coinvolto direttamente nelle fantasie della protagonista. Tra gli elementi
definiti da “scuola elementare” nella recensione riportata, c’è forse anche il
fatto che Amy chiami la matrigna con l’impersonale appellativo “Madre”, sintomo
fin troppo esplicito di una certa distanza tra le due. A due terzi del racconto
filmico, la ragazza decide di andare al capanno in riva al lago dove morì suo
padre, indotta da questa ricerca catartica dal dottor Letterman.

Il sospetto è che,
dietro a questo consiglio, ci sia l’idea che sul lago la ragazza possa affogare
come il genitore, chiudendo così la faccenda. Naturalmente la cosa sarebbe da
aggiustare, ma il luogo isolato offrirebbe la location ideale per inscenare un
suicidio. Un po’ a sorpresa, la sua matrigna si offre di accompagnarla: e,
nell’intimità della piccola casa, lontano dalla frenesia quotidiana, tra le due
donne sembra nascere un’intesa. Al punto che Amy si scopre a chiamare Adele “mamma”.
Qui comincia un altro film, molto più interessante, seppure più breve, perché
il finale costituisce poi un’ulteriore parte del racconto, e serve a risistemare
un po’ le cose in modo conforme alle aspettative televisive dell’epoca ma non
solo. Quello che decisamente inquieta, in No Place to Hide, non sono le
tante e ben girate scene di tensione, che Moxey è al solito maestro a suscitare,
seppur va riconosciuto che utilizzi sempre i cliché più risaputi. Quello che
lascia sgomento lo spettatore è la situazione che si viene a creare quando si
pensa che la protagonista, la giovane Amy, sia morta, uccisa alla fine del
complotto ordito dalla matrigna e dal suo amante, il dottor Letterman. Perché a
quel punto, Adele aveva cambiato idea, complice anche quel “mamma” usato dalla
figliastra che sarà anche banale, o da “scuola elementare”, ma ha sempre una
sua efficacia. Tuttavia il meccanismo era andato già oltre, e la donna non
aveva fatto in tempo ad arrestarlo. Il fatto strano, in No Place to Hide,
è che a quel punto manca ancora mezz’ora alla fine, la protagonista è morta e
ora la matrigna, una cattiva da protocollo, diventa lei stessa una sorta di
vittima, dei propri rimorsi in primis ma non solo. Perché per quelli, il dottor
Letterman aveva la soluzione: amore, il suo, e soldi, quelli che la donna
avrebbe ereditato. Ecco, diciamo che i soldi, per stessa ammissione finale di
Adele, sono il vero motore di tutto quanto. Ma, prima di questo, c’è un’altra
faccenda ancora in sospeso: ovvero il ruolo dell’avvocato Stockwood e di David,
che, in quel frangente, sembrano un’altra fazione in lotta per l’eredità e
sembrano persino peggiori del binomio Adele e Lettermann. Ecco, quello che si
profila è uno scontro tra un’ereditiera e il suo amante contro il legale del
marito morto e il suo braccio destro: raramente si è visto alla televisione, e
forse anche al cinema, così ben rappresentato il credo ideologico degli anni
80. Quando gli chiedevano del quadro poco edificante dei suoi noir, il grande Fritz
Lang rispondeva che nei suoi film andavano chiamati «buoni» i cattivi e «cattivi»
i molto cattivi, così da rispettare le convenzioni narrative. Il maestro aveva
trovato una efficace metafora per tratteggiare il vero volto dell’America del dopoguerra,
quella che si apprestava ufficialmente ad inaugurare la sua età dell’oro. Forse
nemmeno lui, tuttavia, avrebbe potuto immaginare uno scenario come quello che,
per una mezz’oretta, si profila in No Place to Hide. Poi, certo, il
finale, introdotto da un bel colpo di scena, riporta in vita la protagonista e
risistema le cose, i cattivi sono solo la vedova e il dottore suo amante,
mentre l’avvocato Stockwood e David, che studia per altro da avvocato pure lui,
sono dalla parte dei buoni. Ma per quei minuti in cui ha retto la falsa pista
dello scontro tra cattivi senza scrupoli morali, si è avuto un quadro
implacabilmente lucido degli anni 80.

