1810_MINO - IL PICCOLO ALPINO . Italia, Germania Ovest 1986. Regia di Gianfranco Albano

Può sorprendere che, nel pieno degli anni ottanta,
venga tratta una serie televisiva da un romanzo ritenuto tipico prodotto della
pedagogia fascista come Piccolo Alpino, pubblicato nel 1926 da quel
Salvator Gotta che solo l’anno precedente aveva scritto il testo di Giovinezza,
l’inno ufficiale del movimento facente capo a Benito Mussolini. Per la verità,
lo sceneggiato di Gianfranco Albano non ha influenze politiche e, anzi, è un
mirabile esempio di come si possano recuperare quei valori nazionali che la
rivoluzione sessantottina aveva contestato e affossato, senza ricadere in una
retorica patriottica che ci riporti in qualche modo al Ventennio. Mino
– Il piccolo alpino mostra il lato atroce della guerra, solidarizza coi
soldati costretti ad un’esperienza terribile, mostra rispetto per il valore
mostrato in battaglia e non scade mai nella faziosità. Perfino le ragioni
dell’Impero Austroungarico, invero non semplici da condividere specie in ottica
italiana, sono tutelate nel racconto, in particolar modo dal conte Carlo Stolz
(Micheal Heltau). Nelle sue discussioni con l’amico italiano Michele Rasi (il
bravo Ray Lovelock), il nobile austriaco rivendica le ragioni dell’impero con
una convinzione certo giustificata ed alimentata dal suo rango sociale ma
comunque in buona fede. Michele Rasi è il padre di Giacome detto Mino (Guido
Cella), giovanissimo protagonista di questa sorta di racconto d’appendice che è
lo sceneggiato di Albano. Le vicissitudini di Mino, infatti, sono tante e
diversificate: inizialmente viene travolto coi genitori da una valanga mentre
sta sciando in Val d’Aosta e questo passaggio drammatico separa la famiglia,
con Mino che è trovato dal cane Pin (Rolf, di proprietà di Daniel Berquiny) e
Rico (Pierre Cosso). E’ solo allora che scoppia la guerra, Rico viene chiamato
alle armi e, a quel punto, suo fratello scaccia di casa Mino a cui, pensando di
essere orfano, non rimane che cercare di riunirsi a chi gli aveva salvato la
vita. In realtà suo padre Michele è vivo ed è capitano di artiglieria mentre la
madre, Enrica (Ottavia Piccolo) è impazzita dal dolore credendo appunto il
figlio morto. Dopo varie peripezie Mino e Pin raggiungono Rico tra gli alpini e
qui fanno conoscenza del maggiore Lupo (uno stratosferico Mario Adorf) e di una
serie di comprimari che, con le loro personalità, arricchiscono di volta in
volta lo sceneggiato. I tanti risvolti della trama sostengono il racconto e,
tra le presenze che alimentano la narrazione vanno almeno citati i due
personaggi femminili più importanti. Freda (la bellissima Barbara May) è la
giovane moglie di Carlo, flirta velatamente con Michele, restio a darle corda
per via dei sensi di colpa nei confronti della moglie, ed è sempre molto dolce
nei confronti di Mino. La sua filosofia di vita, all’insegna del più candido e
ingenuo opportunismo, è certamente il risultato di una vita vissuta tra gli agi
e facilitata da un aspetto che la pone sempre sul piedistallo. Ha però, come
del resto il marito, uno sguardo sincero e onesto sulle cose sebbene, come
detto, visto da una prospettiva troppo privilegiata per poter dirsi credibile
nel merito. Tuttavia, quando la sua relazione con Michele, solo auspicata e mai
realmente consumata, si chiude definitivamente, dimostra di avere la
capacità di superare la situazione. A lei, tra l’altro, in una scena di nudo di
sfuggita, spetta il compito di connotare anche questo spettacolo televisivo
con l’immancabile, ai tempi, passaggio piccante. Ma, in questo caso, visto il
tenore dell’opera destinate alle famiglie, si tratta soltanto di un elemento
inserito quasi d’ufficio e non realmente sentito. L’altra figura femminile
di rilievo è Nena (Simona Cavallari), giovanissima sponda di Mino, di
cui è più grande solo di qualche anno, che si occupa di ipotecare, in senso unicamente
potenziale, le future velleità sentimentali del protagonista. Il racconto, come
detto, è ben fatto e avvincente, con la tensione costantemente rilanciata dai
continui colpi di scena e cambi di situazione tipici del romanzo d’appendice.

La storia percorre tutta la Grande Guerra con una descrizione
dell’evento che non risparmia i passaggi tragici che hanno connotato i
furibondi scontri del conflitto mondiale. La resa scenica, considerato che si
tratta di una produzione televisiva degli anni ottanta, è di eccellente livello
in tutti i dettagli: dall’efficacia della rappresentazione delle battaglie, ai particolari
storici, tutto sommato piegati sì, ma con un certo criterio, alle necessità
narrative. Con una certa sorpresa, viene scongiurato quello che era forse il
rischio più grosso di questa operazione: un ragazzino che si trova coinvolto in
situazioni più grosse di lui, e che supera gli adulti proprio nel loro ambito,
è uno stratagemma narrativo che forse poteva funzionare nella prima metà del XX
secolo. Dopo la rivoluzione sessantottina, che aveva avuto pesanti
ripercussioni anche nel cinema, erano saliti alla ribalta eroi (o meglio,
anti-eroi) completamente diversi. Inoltre, proprio con la citata contestazione
giovanile, i valori legati alla patria erano scesi ai minimi storici in
ottica di consenso popolare, per cui il tema del fanciullo eroico, già
pesantemente fuori moda, si inseriva in un contesto altrettanto poco
appetibile. Nonostante questi poco incoraggianti presupposti, Mino – Il
piccolo alpino è un ottimo film, godibile, avvincente e interessante anche
dal punto di vista storico. Gli interpreti si disimpegnano bene, compreso il
giovanissimo Cella nei panni del protagonista; tra gli altri, Mario Adorf
sfodera un personaggio di grandissima umanità (il mitico maggiore Lupo),
Lovelock conferma la sua affidabile professionalità mentre Barbara May illumina
lo schermo tutte le volte che compare. Evocativo l’accompagnamento musicale e
suggestive le canzoni dell’epoca che di quando in quando riecheggiano nello
sceneggiato. Il clima del racconto non è certo leggero, considerato che la Prima
Guerra Mondiale fu una tragedia di proporzioni bibliche, nonostante questo
non mancano i passaggi leggeri. Il finale ha prevalentemente connotazioni
tristi, come è anche naturale in una sorta di romanzo di formazione che è anche
Mino – Il piccolo alpino. Il recupero del personaggio della
madre, che era come detto finita in casa di cura, sta forse ad indicare la
voglia degli italiani di ripartire da capo, dalle proprie radici, per andare a
formare finalmente una nazione vera cosa che, fino alla Grande Guerra,
era stata solo un’idea ottimistica. E questa interpretazione di amore per le
proprie origini, la propria cultura e la propria tradizione, era una grande
intuizione per gli anni ottanta e lo si capisce bene ancora oggi guardando un
film come Mino – Il piccolo alpino che, per assurdo, può persino essere
considerato se non moderno, certamente attuale. Peccato che, per
decenni, compresi quelli di trasmissione dello sceneggiato, questo sincero e
onesto ardore patriottico, legittimo e per niente sciovinista, sia stato
completamente accantonato.
