1822_THESE OLD BROADS . Stati Uniti, 2001. Regia di Matthew Diamond
Il cinema di Joan Collins è al centro della quarta uscita di Quando la città dorme, ALEXIS & CO, I MILLE VOLTI DI JOAN COLLINS.
Forse hanno ragione i critici come Michale Hill che, sull’Evening Sun, liquidò sbrigativamente No Place to Hide, thriller televisivo di John Llewellyn Moxey: “Così com’è, No Place to Hide riesce solo a ricordarci i suoi limiti. Kathleen Beller, che deve aver già vissuto questa esperienza in Are You in the House Alone?, è la donna inseguita da un uomo mascherato. O forse no? Solo lo sceneggiatore lo sa per certo. In realtà, lo saprete con certezza dopo circa 10 minuti. È più o meno il tempo che ci vuole per capire l’intera trama, e dopo averlo fatto, la suspense è pari a quella di un’elezione russa”. Prima di disquisire davvero nel merito del film di Moxey, va un minimo inquadrato anche il suo aspetto formale. D’accordo, si tratta di un TV Movie dei primi anni 80 e quindi niente di irresistibile. La televisione era già riuscita ad imprimere i suoi canoni e, soprattutto guardandoli ora, questi film sembrano tutti un po’ ovattati, come se i personaggi vivessero dentro una sorta di acquario. O forse un sogno: quel Sogno Americano rinnovato dai mitici anni Ottanta che avrebbero rilanciato l’American Dream dei Fabulous Fifties e di cui il piccolo schermo fu decisamente il più autorevole portavoce. Tuttavia, per tornare al film in questione, No Place to Hide è fatto con cura e attenzione, giacché Moxey in regia era un autore attento e scrupoloso. Del resto lo ammette lo stesso severo recensore dell’Evening Sun: “No Place to Hide è realizzato con la dovuta cura, il cast è ovviamente di alto livello, ma la trama è un quiz da scuola elementare”. Quello che non convince il critico, in sostanza, è l’intrigo giallo, a suo dire troppo prevedibile. In realtà, il gioco di Moxey è un altro. De resto, una delle sue più spiccate qualità è stata il «fuoricampo» che, per poter funzionare a dovere, necessita che lo spettatore sia più consapevole della presenza di una minaccia rispetto al personaggio in pericolo. È senz’altro vero che è abbastanza semplice inquadrare per sommi capi la vicenda, almeno nel rapporto tra la protagonista, Amy (Kathleen Beller) e la sua matrigna Adele (Mariette Hartley), ma questa impostazione è utilizzata per ribaltare in modo esplicito la situazione dopo circa un’ora di film e quindi non può essere inteso come difetto il suo essere intuibile. Può essere criticato il film se non convince, questo è ovvio, ma in questo caso il dubbio è se la prima traccia, effettivamente non particolarmente nascosta, sia una falsa pista oppure no. Probabilmente il critico è stato arguto citando un precedente film TV interpretato dalla Beller, Are You in the House Alone?, cercando di trovare delle similitudini in quella che egli definisce «schlock», paccottiglia televisiva senza valore. In realtà sembra piuttosto che No Place to Hide utilizzi il richiamo al film di Osborne in modo metalinguistico per chiarire ulteriormente le coordinate della prima parte della sua storia. Perché l’aspetto più interessante è che No Place to Hide può essere sezionato in tre parti, di cui quella centrale sembra essere quella su cui porre l’attenzione. La prima dura un’ora circa e corrisponde all’analisi critica riportata: Amy è orfana, la sua matrigna sembra essere coinvolta in un complotto teso a farla uscire di senno per indurla al suicidio ed eliminarla dalla possibilità di ereditare. Siamo, infatti, all’interno della società benestante americana, quella che assurse a modello assoluto negli scintillanti Eighties, essendo il livello di benessere negli States, e in genere in Occidente, largamente diffuso. Chi possa fare parte di questo complotto è ciò che tiene desta l’attenzione, oltre alle scene terrorizzanti girate con mano sapiente da Moxey, checché ne abbiano scritto. In sostanza, ad alimentare la suspense, sono una serie di domande: che ruolo ha il dottor Cliff Letterman (Keir Dullea)? E quale l’avvocato di famiglia, James Stockwood (Arlen D. Snyder)? E David (Gary Graham), è un sincero ammiratore o fa parte della combutta? Amy vede ripetutamente un uomo dal volto coperto e con gli occhiali scuri che la minaccia con la frase “a presto, Amy, a preso”. Eppure la polizia, chiamata ad investigare, non trova mai alcun riscontro. Che siano fantasie della ragazza, come suggerisce anche il fatto che la matrigna le abbia consigliato di farsi vedere dal dottor Letterman, uno psicologo? Il fatto che lo spettatore veda ripetutamente il maniaco, sembrerebbe scartare l’ipotesi psichiatrica, perché la matrice televisiva del film non induce a credere che lo spettatore sia coinvolto direttamente nelle fantasie della protagonista. Tra gli elementi definiti da “scuola elementare” nella recensione riportata, c’è forse anche il fatto che Amy chiami la matrigna con l’impersonale appellativo “Madre”, sintomo fin troppo esplicito di una certa distanza tra le due. A due terzi del racconto filmico, la ragazza decide di andare al capanno in riva al lago dove morì suo padre, indotta da questa ricerca catartica dal dottor Letterman.
Il sospetto è che, dietro a questo consiglio, ci sia l’idea che sul lago la ragazza possa affogare come il genitore, chiudendo così la faccenda. Naturalmente la cosa sarebbe da aggiustare, ma il luogo isolato offrirebbe la location ideale per inscenare un suicidio. Un po’ a sorpresa, la sua matrigna si offre di accompagnarla: e, nell’intimità della piccola casa, lontano dalla frenesia quotidiana, tra le due donne sembra nascere un’intesa. Al punto che Amy si scopre a chiamare Adele “mamma”. Qui comincia un altro film, molto più interessante, seppure più breve, perché il finale costituisce poi un’ulteriore parte del racconto, e serve a risistemare un po’ le cose in modo conforme alle aspettative televisive dell’epoca ma non solo. Quello che decisamente inquieta, in No Place to Hide, non sono le tante e ben girate scene di tensione, che Moxey è al solito maestro a suscitare, seppur va riconosciuto che utilizzi sempre i cliché più risaputi. Quello che lascia sgomento lo spettatore è la situazione che si viene a creare quando si pensa che la protagonista, la giovane Amy, sia morta, uccisa alla fine del complotto ordito dalla matrigna e dal suo amante, il dottor Letterman. Perché a quel punto, Adele aveva cambiato idea, complice anche quel “mamma” usato dalla figliastra che sarà anche banale, o da “scuola elementare”, ma ha sempre una sua efficacia. Tuttavia il meccanismo era andato già oltre, e la donna non aveva fatto in tempo ad arrestarlo. Il fatto strano, in No Place to Hide, è che a quel punto manca ancora mezz’ora alla fine, la protagonista è morta e ora la matrigna, una cattiva da protocollo, diventa lei stessa una sorta di vittima, dei propri rimorsi in primis ma non solo. Perché per quelli, il dottor Letterman aveva la soluzione: amore, il suo, e soldi, quelli che la donna avrebbe ereditato. Ecco, diciamo che i soldi, per stessa ammissione finale di Adele, sono il vero motore di tutto quanto. Ma, prima di questo, c’è un’altra faccenda ancora in sospeso: ovvero il ruolo dell’avvocato Stockwood e di David, che, in quel frangente, sembrano un’altra fazione in lotta per l’eredità e sembrano persino peggiori del binomio Adele e Lettermann. Ecco, quello che si profila è uno scontro tra un’ereditiera e il suo amante contro il legale del marito morto e il suo braccio destro: raramente si è visto alla televisione, e forse anche al cinema, così ben rappresentato il credo ideologico degli anni 80. Quando gli chiedevano del quadro poco edificante dei suoi noir, il grande Fritz Lang rispondeva che nei suoi film andavano chiamati «buoni» i cattivi e «cattivi» i molto cattivi, così da rispettare le convenzioni narrative. Il maestro aveva trovato una efficace metafora per tratteggiare il vero volto dell’America del dopoguerra, quella che si apprestava ufficialmente ad inaugurare la sua età dell’oro. Forse nemmeno lui, tuttavia, avrebbe potuto immaginare uno scenario come quello che, per una mezz’oretta, si profila in No Place to Hide. Poi, certo, il finale, introdotto da un bel colpo di scena, riporta in vita la protagonista e risistema le cose, i cattivi sono solo la vedova e il dottore suo amante, mentre l’avvocato Stockwood e David, che studia per altro da avvocato pure lui, sono dalla parte dei buoni. Ma per quei minuti in cui ha retto la falsa pista dello scontro tra cattivi senza scrupoli morali, si è avuto un quadro implacabilmente lucido degli anni 80.
Stando alle scarse notizie reperibili, The Courage and the Passion è un episodio pilota per un’ipotetica serie TV poi mai realizzata. In effetti, l’impostazione generale sembra adeguata ad un simile scopo: ci sono tanti personaggi, tante trame che si muovono simultanee intersecandosi ogni tanto, oltre al denominatore comune costituito dall’ambientazione. The Courage and the Passion si svolge infatti in una base dell’aeronautica americana, la Joshua Tree Air Force Base, e i suoi protagonisti sono alcuni dei militari ivi stanziati e i loro congiunti. Perché, come intuibile dal titolo, a fianco delle gesta avventurose a bordo dei formidabili jet militari, nel racconto non mancano le vicende sentimentali che, anzi, si può dire che tengano maggiormente banco. Il soggetto è di Richard Fielder mentre la regia è affidata a John Llewellyn Moxey. Abbiamo visto come il regista nato in Argentina, in questo periodo della carriera, alternasse opere di puro senso commerciale, come appunto gli episodi pilota sul modello di The Courage and the Passion, ad alcuni film televisivi certamente più intriganti oltre che più significativi. Per la verità, anche questo The Courage and the Passion non si inserisce male, nella filmografia di Moxey, dal momento che il quadro che fornisce è meno scintillante di quanto si possa credere in prima istanza. Inevitabilmente un film sui piloti di aerei da guerra finisce per avere una deriva retorica che esalta l’eroismo degli americani, tuttavia nel corso suo sviluppo, il racconto presenta molti punti critici del Paese a stelle e strisce dell’epoca, soprattutto in ambito sociale. Non essendoci una guerra in corso, è chiaro che la sponda avventurosa richieda meno tempo rispetto a quella sentimentale, finanche, proprio alla prima componente narrativa, sia da ricondurre l’incidente grave che costituisce una delle svolte del racconto. Il colonnello Jim Gardner (Don Merendith), in seguito ad un rovinoso atterraggio, perde infatti l’uso delle gambe e questo gli crea comprensibilmente alcuni problemi esistenziali. Tuttavia è anche grazie a queste difficoltà se riesce a riavvicinarsi alla moglie Brett (Laraine Stephens), lasciando perdere la tresca con una collega, l’attraente sottotenente Lisa Rydell (Trisha Noble).
E, in queste poche parole, si può già cogliere la natura del sentimentalismo torbido che caratterizza il lungometraggio: relazioni tribolate, tradimenti sfacciati, passati poco edificanti che faticano ad essere superati. In quel 1978 gli anni 80, con le loro soap-opera che furono l’apice di questo tipo di narrativa televisiva, erano ormai prossimi e gli elementi che le nutrirono, nella società americana, dovevano già essere evidenti. La famiglia tradizionale era ormai allo sbando ma se da un lato l’élite culturale aveva sdoganato il divorzio, l’amore libero o le relazioni aperte, gli Stati Uniti conservavano –e, ahimé, conservano– la matrice reazionaria forse più radicata di ogni dove. Ironia della sorte, il magma culturale scoria del Medioevo europeo, che si considera finito con il viaggio di Colombo, confluì, quasi esistesse una sorta di legge dei vasi comunicanti, e finì per ristagnare proprio nel luogo la cui scoperta lo aveva dissolto. Con questo non si intende considerare necessariamente positivi il divorzio o una certa promiscuità sessuale dentro e fuori del matrimonio, cosa che esula da questo contesto cinematografico, ma semplicemente sottolineare l’eccessiva morbosità con cui verranno trattati questi temi dalla televisione americana, il media più indicativo del sentore popolare dell’epoca. Tornando a The Courage and the Passion, nessuno, tra i personaggi, può dirsi realmente appagato sentimentalmente: il che, essendo un film corale, è quantomeno curioso. Dei problemi tra il colonnello Gardner e la moglie Brett, con il disturbo della Rydell, si è detto pocanzi. Il colonnello Joe Agajanian (Vince Edward), quello che sembra un po’ il personaggio principale, è invece già divorziato da Janet (Melody Rogers), ma si è sistemato con Kathy (Linda Foster), infermiere militare della base aereonautica con la quale sembra andare d’accordo. Tuttavia la figlia adolescente Tracy (Donna Wilkes) non accetta la separazione dei propri genitori e ricorda loro, con le sue intemperanze, le dirette responsabilità. Ovviamente nella base non ci sono solo piloti e ufficiali ma anche sottoufficiali e semplici avieri e il film, tra questi, segue le gesta del sergente Tom Wade (Dezi Arnaz Jr.) e del meccanico Donald Berkle (Robert Ginty). Quest’ultimo è sposato con Tuyet (Irene Yah-Ling Sun), ragazza orientale che, nel passato, era stata una prostituta. Quando Nick (Paul Shenar) la vede, cerca di riportarla con la forza alla professione più antica del mondo e, ovviamente, la povera Tuyet si trova coinvolta in un bel pasticcio. Come si vede, nessuna delle tre coppie di cui vediamo le gesta se la cava in modo semplice: tradimenti, problemi tra separati con la prole oltre ad una sostanziale mancanza di fiducia nel proprio partner pronta a far emergere dubbi e perplessità. Tra i personaggi citati, il solo sergente Wade sembra non avere sponde sentimentali, il che è clamoroso essendo presentato come una sorta di prototipo del fidanzato ideale yankee.
Salva la giovanissima Tracy alle prese con un centauro che ne voleva approfittare, si preoccupa per l’amico Donald e cerca di aiutarlo a superare i sospetti verso la moglie Tuyet, sulla cui fedeltà lui, a differenza del marito, mai a dubitato. Forse nell’ottica di una serie TV, il nostro baldo giovanotto avrebbe avuto il suo daffare, anche perché una certa intraprendenza non gli manca di certo. Intanto lo vediamo flirtare con Charlene, l’addetta alle consegne della base interpretata da una giovanissima Judy Landers, un’attrice che divenne uno dei simboli della televisione americana anni 80 grazie alla formidabile verve scenica. Ma il rapporto più intrigante per il sergente Wade è con il sottotenente Lisa Rydell. In realtà, il sottotenente ha ben altre mire, si veda la citata tresca col colonnello Gardner ad inizio film, ma il grave incidente di questi la mette un po’ fuori dai giochi. Chissà se dipenda da questo ma l’austera Lisa diventa particolarmente severa nei confronti dei suoi sottoposti, a cominciare dal sergente Wade. Il quale, come detto, ha le stigmate dell’eroe dei telefilm americani, ivi compreso un certo gusto guascone: grazie a Charlene, fa recapitare una pianta nella residenza della Rydell, spacciandola per un fiore inviatole da un generale. In realtà si tratta di marjuana che, prevedibilmente, viene poi trovata un’ispezione informata per tempo. Il colonnello Agajanian, che si è visto è il protagonista principale, intuisce che il tiro mancino sia stato ordito da Wade, ma conosce anche la situazione e decide sostanzialmente di soprassedere. Ecco, se c’è un motivo per rimpiangere che da questo episodio non sia stato fatta una serie di telefilm, è proprio il fatto di non poter assistere alla controffensiva della Rydell: non un tipino troppo a modo, forse, ma bella e tosta questo è sicuro.