1467_SCHIAVE BIANCHE - VIOLENZA IN AMAZZONIA . Italia 1985; Regia di Mario Gariazzo.

24 aprile 1981: usciva nelle sale Cannibal Ferox
con il quale, Umberto Lenzi, il regista con cui tutto era iniziato – nel 1972, Il
paese del sesso selvaggio – metteva la parola fine al genere cannibal
italiano. Una chiusura efficace e definitiva; tuttavia, non era facile,
soprattutto per i produttori, accettare che un filone tanto remunerativo si
fosse esaurito. In effetti, l’anno successivo, autori sempre lesti a cavalcare
l’onda buona come Jesús Franco e Joe
D’Amato, avevano insistito, con opere che, se non si inserivano prettamente
nella corrente cannibalica del Belpaese, ne sfruttavano il traino. Questo era
vero soprattutto per Franco, autore spagnolo che, nel 1982, girava El tesoro
della diosa bianca, film d’avventure che, però, il re dell’exploitation
iberica sfornava dopo La dea cannibale e Il cacciatore di uomini,
usciti nel 1980. Insomma, l’impressione è quella che i produttori non volessero
mollare facilmente la presa. Ma, nei successivi due anni, il 1983
e il 1984, le sale non videro arrivare sugli schermi alcun film coi cannibali
protagonisti prodotto in Italia; in Nudo e Crudele, ad esempio, mondo
movie del 1984 di Bitto Albertini, i cannibali c’erano, ma in uno solo uno
dei diversi “segmenti” narrativi che componevano lo pseudo-documentario. Tanto
per capirci: in precedenza, nei cinque anni tra il 1977 e il 1981, uscirono
almeno quattordici lungometraggi appartenenti alla corrente. Il regista
indicato per provare a rilanciare il genere, e smentire un’autorità in materia
come Umberto Lenzi –che, come detto, aveva provato a chiudere l’argomento– fu,
manco a dirlo, Ruggero Deodato. I progetti, in tal senso, che misero al centro
il regista potentino, furono due e quasi contemporanei: Deodato scelse di
girare Inferno in diretta, completando la personale trilogia cannibale e
cercando di togliere l’ultima parola al “rivale”. Tra Lenzi e Deodato, infatti,
pare vi fu una sorta di polemica per la paternità del cannibal italico
e, a quel punto, tanto valeva disputarsi anche la chiusura del filone. Il
risultato fu che, in quell’agosto 1985, con le sale cinematografiche italiane
presumibilmente deserte, ci fu un curioso assembramento di cannibali sugli
schermi. Subito dopo a Inferno in diretta uscì Schiave bianche –
violenza in Amazzonia, inizialmente, come detto, offerto proprio a Deodato
ma poi finito, dopo il rifiuto di questi, nelle mani di Mario Gariazzo. Oltretutto,
prima di settembre, uscì anche Nudo e selvaggio di Michele Massimo
Tarantini, a cui, quindi, spettò l’onere di mettere fine al vituperato genere cannibal.
Una conclusione provvisoria, come vedremo, perché nel mondo del cinema la
parola fine è un concetto assai relativo. In ogni caso, almeno per quel 1985, e
per un paio d’anni ancora, in Italia nessuno parlò più di cannibal movie
e, a questo punto, il modesto Nudo e selvaggio sembrava proprio essere
stato l’epilogo del genere.

A suo modo, un peccato, perché Schiave bianche –
Violenza in Amazzonia, avrebbe potuto essere una fine tutto sommato dignitosa,
nonostante quello di Gariazzo sia ben lungi dall’essere un lavoro davvero
encomiabile. Tuttavia, nel complesso, si può ritenere un prodotto onesto. Anche
nel suo prendere spudoratamente alcuni riferimenti direttamente dai
predecessori più illustri: i debiti con Cannibal Holocaust sono
evidenti, sia nella matrice metalinguistica, con il presunto filmato veritiero,
sia nelle musiche di Franco Campanino che riecheggiano quelle meravigliose di
Riz Ortolani per il capolavoro di Deodato. Forse, per una sorta di “par
condicio”, qualche riguardo c’è anche nei confronti di Lenzi, con la
protagonista bionda, in questo caso Elvire Audray in luogo di Janet Agren, che
faceva un’esperienza simile in Mangiati vivi! (1980), da cui sembra
ispirata anche la scena del dildo. In ogni caso, qualche analogia, con la
storia d’amore tra il personaggio del mondo occidentale e la sua controparte
indigena, può perfino rimandare a Il paese del sesso selvaggio,
capostipite del 1972 dello stesso Lenzi.

Ma, al di là di questi tributi, Schiave
bianche – Violenza in Amazzonia, e, seppure si possa ritenere un prodotto
rispettabile, non riesce a convincere del tutto, più che altro per via della
sua cifra autoriale. Quello di Gariazzo è impostato con mestiere, con una
struttura narrativa che agevola la fruizione: il flashback, con Catherine Miles
(la Audray) che racconta la sua tragica vicenda, se toglie parte delle
incognite, il suo personaggio è sicuramente sopravvissuto, ne semina molte
altre, e la suspense sulla vera identità dei colpevoli tiene botta fino al finale.
In realtà, il riferimento cinematografico della vicenda sembra voler essere Un
uomo chiamato cavallo (1970, regia di Elliot Silverstein) e, per quanto
quello di Gariazzo, come detto, non sia un film da buttare, il confronto
finisce per penalizzarlo. E in ogni caso, anche per chi non conoscesse il
mitico lungometraggio americano ambientato tra gli indiani Sioux, l’intento di
far germogliare una storia d’amore tra un’occidentale e un indio amazzonico di
una tribù di tagliatori di teste, non è cosa da poco. Soprattutto se, per quasi
tutto il film, la protagonista in questione sia convinta che l’uomo sia
l’assassino dei suoi genitori. In sostanza, il problema di Schiave bianche –
Violenza in Amazzonia è che gli elementi in gioco sono pesanti, occorre
saperli cucinare a dovere e Gariazzo non sembra lo chef in grado di farlo. Spesso
si sottolinea che la pellicola non sarebbe da ascrivere propriamente ai cannibal,
dal momento che gli indios su cui è incentrata la vicenda sono tagliatori di
teste ma non antropofagi. Ma è la stessa confezione formale, il rispetto dei
molti cliché, e, quindi, in sostanza, la precisa volontà di autore e produttori,
a dare l’impressione di un film che si iscriva scientemente nella corrente
cinematografica italiana più discussa di sempre. Perché, oltre agli espliciti
rimandi ai film di Deodato e Lenzi, ci sono anche le famigerate scene, reali e
non fittizie, di violenza del mondo animale, sebbene si sia precisato che si
tratti di immagini di repertorio e non realizzate per l’occasione. Inoltre,
nonostante non siano affatto indispensabili al racconto, i cannibali sono
citati nella storia in qualità di tribù rivale a quella del protagonista
maschile, Umukai (Will Gonzales). Due elementi su cui invece Gariazzo calca la
mano senza reticenze sono la violenza efferata nella narrazione e le nudità
femminili, aspetto nel quale Elvire Audray si disimpegna a dovere. Ma l’intento
del regista non sembra solo quello di sfruttare le richieste morbose del
pubblico di questo tipo di cinema, siano esse per le scene erotiche o quelle di
violenza brutale, ma Schiave bianche – Violenza in Amazzonia lascia
intendere un intento più impegnato. I riferimenti al contro-western, il
citato film Richard Harris, ma anche quelli ai Vietnam-movie, nella scena
dell’attacco con l’elicottero al villaggio degli indios, sono però poi
banalizzati dal trattamento riservato alla storia sentimentale tra Umukai e
Catherine. La teoria del “buon selvaggio” ha certamente delle lodevoli
intenzioni, ma nasconde dentro di sé il tipico paternalismo dell’uomo bianco
che “concede” pari dignità alle altre culture. Un tema non certamente semplice
da affrontare e, in ogni caso, totalmente al di fuori del contesto di un film d’avventure
come Schiave bianche – Violenza in Amazzonia,
ma di cui gli effetti di un trattamento banale, si concretizzano in un
risultato assai poco convincente.

Più in linea con il clima dell’operazione, la
deriva horror-revenge del finale, con la protagonista che si fa giustizia da sé
con insospettabile violenza. Christine rivela un’attitudine talmente efferata
che il buon Umukai, il tagliatore di teste dal cuore tenero, arriva a
suicidarsi non potendola accettare. Tra i tanti limiti che si possono imputare
al film di Gariazzo, pare evidente che non vi sia quello di sciatteria o
approssimazione, semmai c’è l’incapacità di regista, e produzione, di essere
all’altezza delle proprie ambizioni. Anche lo stratagemma dell’autenticità
della vicenda, con addirittura un breve filmato, spacciato per reale e mostrato
durante la narrazione filmica, non è affatto peregrino. Si inserisce, ancora
una volta, nella scia del citato Cannibal Holocast, e, per quanto non
originale, riesce ad instillare un dubbio “scomodo” nello spettatore. “È
realmente tratto da una storia vera, il film di Gariazzo?” viene da chiedersi,
ad un certo punto. Perché il dubbio sorge, in modo talmente consistente che, sul
sito Cinematografo [www.cinematografo.it/film/schiave-bianche-violenza-in-amazzonia-hwia3i4q]
è riportata una recensione del tempo (20 agosto 1985) del critico Mario Milesi,
per “Bergamo Oggi”, in cui il giornalista invocava un’organizzazione del tipo
“Unione dei Consumatori” che avessero il compito di smascherare operazioni
simili.

La sua difesa dello spettatore “inevitabilmente disinformato” rivela il
re-imbarbarimento culturale che la nostra società iper-protettiva stava già all’epoca
mettendo in atto. Il punto che preme al Milesi –e, ahinoi, non solo a lui– è
che lo spettatore sia indifeso a fronte di una didascalia di un film in cui ci
si dice che la storia ivi raccontata sia tratta da un fatto vero. D’accordo,
nel 1985 non c’era internet e informarsi era certamente più complicato di oggi,
ma l’arma più potente che un individuo ha per queste circostanze sta
comodamente posta all’interno della scatola cranica di ciascuno da milioni di
anni. Quello che non bisogna mai smettere di metter in campo è il seme del
dubbio, questo è quello che andrebbe auspicato e non fantomatici istituti che
censurino operazioni che, tra l’altro, nel loro essere subdole, stimolano la
nostra capacità intellettiva. In effetti, per un film come Schiave bianche –
Violenza in Amazzonia, e naturalmente anche per il citato Cannibal
Holocaust, spesso si legge la definizione inglese mockumentary. Il
termine è la crasi di mock, ovvero “fare il verso”, e documentary,
e in italiano non abbiamo una parola così appropriata. Concettualmente, pseudo
documentario, ha, in effetti, un significato assai simile, ovvero ci si
riferisce ad un documentario che, ironia della sorte, documentario non è. Ed è
appunto, riferendosi a questa sorta di scherzo che ci stanno tirando gli
autori, che la definizione vagamente umoristica di “fare il verso” centra
maggiormente l’obiettivo. Al cinema, a fronte di qualunque tipo di cinema,
perfino di quello appartenente rigorosamente al genere documentario, si
ha la buona prassi di leggere, dopo il titolo, il nome del regista, a
testimoniare che quello che vedremo sullo schermo è opera della sua –del
regista– prospettiva, e mai –MAI– di una visione oggettiva. Per questo non
serve la fantomatica “Unione dei consumatori” auspicata dal Milesi, perché mai
si deve prendere per oro colato quello che vediamo in una sala cinematografica.
E se questo è vero per i capolavori della Settima Arte –ed è assolutamente vero–
lo è certamente anche per Schiave bianche – Violenza in Amazzonia. Ma
questo non è il minore dei problemi, è, semmai, uno degli aspetti più
intriganti del film di Mario Gariazzo.

Elvire Audray
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