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martedì 4 ottobre 2022

LES CROIX DE BOIS

1122_LES CROIX DE BOIS . Francia 1932;  Regia di Raymond Bernard.

Opera molto sottovalutata, Les Croix de Bois di Raymond Bernard è un robusto film bellico ambientato nella regione francese dalla Champagne durante la Prima Guerra Mondiale. E’ pura guerra di trincea, quella a cui assistiamo, di quelle più pesanti e nella sua fase più acuta. C’è il tremendo fuoco d’artiglieria e ci sono i forsennati attacchi suicidi sotto il falciante crepitare dei colpi della mitragliatrice. La tensione non è snervante per via delle interminabili attese, ancora no; non siamo ancora nella fase di logoramento della guerra di trincea. Però in questo senso ci sono i lamenti dei soldati agonizzanti nella terra di nessuno, la striscia che divideva le trincee nemiche, davvero strazianti. Inoltre, un peso notevole per alimentare la tensione costante ce l’avevano anche gli scavi sotto le trincee con cui si provava a far saltare in aria il nemico: in pratica i colpi di piccone dal fondo della ridotta mettevano in allarme i soldati del pericolo, ma quell’angosciante e costante rumore era al contempo una sorta di garanzia a scadenza. Infatti finché gli scavatori facevano vibrare i picconi si poteva stare relativamente tranquilli che i lavori non erano ancora terminati: quando cessavano, lo scoppio era imminente. Raymond Bernard, dopo un avvio con qualche velleità simbolica nelle evocative scene dei soldati allineati a cui si sovrappongono le croci dei caduti nei cimiteri di guerra, si attiene al testo bellico concedendo giusto qualche digressione sul cameratismo dei soldati francesi. Ma non è un’operazione troppo insistita, in questo senso: certo, Gabriel (Pierre Blanchar), il giovanissimo aggregato, rimane nella memoria più degli altri, ma il racconto non si concentra troppo sulle varie personalità. Eppure, grazie ad un uso corale della regia e del racconto, la storia funziona e ci si affeziona comunque ai volti dei soldati francesi anche se nessuno emerge in modo poi così netto come potrebbe accadere in un film hollywoodiano. Nel complesso la solida mano di Bernard in regia, che indugia insistentemente sulle fasi belliche, risulta particolarmente intelligente e stimolante. Non c’è un messaggio retorico o comunque dichiarato, sull’assurdità della guerra, sull’importanza della pace o altre riflessioni già belle preparate e fornite allo spettatore su un piatto d’argento. No, in Les Croix de Bois, a parte le dissolvenze iniziali quanto mai esplicite, dove ai soldati si sovrappongono le croci del cimitero militare (le croci di legno, titolo dell’opera) c’è unicamente il vero volto della violenza della guerra. Ma le immagini sono talmente forti e funzionali che è davvero uno sforzo minimo quello che ci viene richiesto per trarre le conclusioni. Verrebbe la tentazione di dire che si tratta di un modo di raccontare moderno, ma in realtà oggi è un’operazione più rara di quanto non fosse ai tempi. 








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lunedì 3 ottobre 2022

CARRY ON, SERGEANT!

1121_CARRY ON, SERGEANT!  Canada 1929;  Regia di Bruce Bairnsfather.

Una storia troppo poco omogenea, che segue parallelamente le vicende di due operai metalmeccanici e di una coppia di amici della classe abbiente che, dal Canada, decidono di arruolarsi nel Canadian Scottish Regiment per partecipare alla Prima Guerra Mondiale, è alla base di Carry on, sergeant!, film del 1928 di Bruce Bairnsfather. Le due vicende si sovrappongono senza un funzionale meccanismo narrativo che le coinvolga reciprocamente in modo opportuno e, nel complesso, il racconto perde efficacia. Non agevola nemmeno la traccia spionistica che risulta troppo fine a sé stessa. A salvare in parte la baracca è la storia del sottoufficiale a cui è intitolato il film, Bob MacKay (Hugh Buckler) che si guadagna il grado di sergente per il valore sul campo di battaglia. Anche se l’azione in cui si merita i gradi, che lo vede andare di soppiatto nella trincea tedesca per fare un prigioniero da far parlare per conoscere i piani del nemico, se vogliamo dirla tutta, non è certo un capolavoro di credibilità. Per altro le scene che vedono protagonista MacKay sono più serie di quelle che coinvolgono l’amico Syd Small, del resto interpretate con disinvoltura dal comico Jimmy Savo. L’aspetto che rende interessante Carry on, sergeant! è quindi un altro: la pur secondaria ma tormentata vicenda sentimentale. MacKay si è da poco sposato con Ruth (Nancy Ann Hargreaves) quando decide di rispondere all’appello della patria britannica. 
Giunto in Europa, alterna i periodi in trincea a quelli di riposo, nei quali frequenta l’Estaminet, la locale taverna dove lavorano alcune ragazze tra cui Marthe (Louise Cardi) che gli mette gli occhi addosso sin da subito. Il sergente, però, è sinceramente devoto alla moglie e, tra la nostalgia per Ruth e le preoccupazioni per la guerra, non ha proprio tempo di badare alle ragazze di facili costumi del posto. Con la sua intransigenza, MacKay appare addirittura un filo troppo rozzo; la regia, che si sofferma sul suo scarpone che con noncuranza calpesta la foto di Marthe sprofondandola nel fango, sembra sottolinearlo. I canadesi, con le loro buffe gonnelline, pardon kilt, vengono spediti a Ypres, a sperimentare i terribili gas velenosi e continuano a farsi valere. Visto che, durante il primo conflitto mondiale le posizioni sul fronte variavano di poco, ecco che un giorno i nostri Canadian Scottish si ritrovano di nuovo all’Estaminet: quel giorno, un giorno di pausa, l’umore del sergente, dopo anni di dura guerra di trincea, è totalmente diverso da quello che aveva nelle precedenti occasioni. Marthe lo accoglie speranzosa e lui, in quell’istante, non sembra avere altri pensieri che per lei: in breve si consuma una notte d’amore. Quando il sergente viene richiamato dal reparto, il rimorso lo assale. Come avrebbe potuto tornare e guardare negli occhi l’amata Ruth? Alla prima occasione, MacKay si lancia all’attacco e trova la pace per placare il suo animo, cadendo sul campo di battaglia. A suo tempo, pare che Carry on, sergeant! fu duramente criticato per l’esplicita relazione tra il soldato canadese e la prostituta ma, a questo punto, non ci sembra il caso di criticare il povero sergente che, se ebbe un cedimento morale, ne pagò duramente lo scotto.  




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domenica 2 ottobre 2022

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE

1120_NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE (All quiet on the Western Front). Stati Uniti 1979;  Regia di Delbert Mann.

Un paio di elementi, potremmo anche dire oggettivi, hanno da sempre minato un po’ la considerazione Niente di nuovo sul Fronte Occidentale di Delbert Mann. Innanzitutto in genere lascia un po’ freddini il fatto che si tratti di un remake, per di più di un superclassico del cinema come All’ovest niente di nuovo, potente film antimilitarista di Lewis Milestone. Trattandosi di un rifacimento, il paragone viene scontato e si finisce per farlo, in modo naturale, confrontando i testi sul terreno dell’originale. Qui, oltre alla sobria regia di Mann, entra in gioco un altro elemento oggettivo che amplifica l’impressione che Niente di nuovo sul Fronte Occidentale sia la versione minore di All’ovest niente di nuovo: quello del 1979 è infatti un TV movie con tutti i limiti produttivi che la televisione dell’epoca aveva nei confronti del cinema del grande schermo. E, volendo essere onesti, potremmo anche sottoscrivere questa generale impressione: l’opera di Milestone è cinema di altra caratura. Lecito, quindi, accettare serenamente ciò ma, per onestà, ci si ricordi bene che All’ovest niente di nuovo è un assoluto capolavoro. Se prendiamo per buoni questi due elementi, ci si renderà conto che, a partire dall’eccezionale qualità del film del 1930 a scendere, in una ipotetica scala di valutazione dei film, c’è posto per un ottimo rifacimento che sfrutti in modo differente alcuni aspetti del soggetto comune, il romanzo Niente di nuovo sul Fronte Occidentale di Erich Maria Remarch. Mann ha un approccio più discreto al testo, è forse la sua cifra autoriale non particolarmente invadente ma, come adattamento del libro, la cosa sembra essere abbastanza funzionale. 

Probabilmente il vero spirito del romanzo è, per la verità, interpretato in modo più autentico dal film di Milestone, che ha un’autonomia autoriale assai maggiore. Ed è chiaro che si tratti di un tema molto soggettivo e opinabile: in sostanza si cerca di far passare per una qualità di Niente di nuovo sul Fronte Occidentale l’essere più formalmente referenziale verso il soggetto letterario e questo è certamente discutibile in linea di principio teorico. Però il risultato è comunque interessante nel complesso: guardando quello di Mann si ha davvero l’impressione di assistere ad una trasposizione di un romanzo sullo schermo, con una sua affascinante efficacia. Il regista americano, pur non avendo quasi mai mostrato un genio registico sfavillante, era un solido professionista e sapeva bene come dirigere un film: dal punto di vista formale non ci sono sostanziali lacune in Niente di nuovo sul Fronte Occidentale. Il cast, con l’affidabile Ralph Thomas nei panni di Paul, il protagonista, annovera tra le sue fila anche Ernest Borgnine (nel ruolo di Stanislaus Katczinsky) che, a 62 anni, non incarnava certo l’ideale del soldato semplice della Prima Guerra Mondiale ma, vabbè, al grande attore di origine italiane possiamo concedere questa e altre licenze poetiche. Insomma, se All’ovest niente di nuovo è un testo imprescindibile, Niente di nuovo sul Fronte Occidentale è un film interessante e godibile, anche nel caso si sia già visto l’opera di Milestone.   





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sabato 1 ottobre 2022

QUANDO TUONA IL CANNONE: CAPITOLO 11_... MORIRE DA EROI

Quando la città dorme presenta:

QUANDO TUONA IL CANNONE

IL KOLOSSAL DOSSIER

Capitolo 11

... MORIRE DA EROI

Insieme alla Somme, che abbiamo visto nel recente capitolo 10 di Quando tuona il cannone, l’altro teatro di battaglia cruciale sul Fronte Occidentale nel 1916 fu Verdun. Le due terribili battaglie, tra le più cruente dell’intera Storia dell’umanità e non solo della Prima Guerra Mondiale, sono strettamente collegate, il che è intuibile anche semplicemente osservando come si svolsero grosso modo nello stesso periodo di tempo. Per questo motivo i capitoli 10 e 11 del Colossal Dossier sono da considerare quasi un unico insieme, come evidenziato dai titoli e anche graficamente dalle copertine. Questa specularità ci introduce nel capitolo 10: Niente di nuovo sul fronte occidentale, il buon film televisivo di Delbert Mann, che apre … morire da eroi è il remake di All’ovest niente di nuovo che aveva chiuso Vivere da soldati…, collegando quindi idealmente i due gruppi di film che spaziano sul fronte occidentale avendo come poli proprio le due citate famigerate battaglie. Con Carry on, Sergeant! seguiamo le vicende, anche sentimentali, di un pugno di soldati canadesi nella martoriata terra francese. Il notevole Le Croix de Bois, film transalpino di Raymond Bernard, introduce il tema della guerra di scavo, che fu uno dei topoi bellici del primo conflitto mondiale. Il film, del 1932, era talmente valido che Hollywood già nel ‘36 incaricò nientemeno che Howard Hawks di farci un remake: Le vie della gloria. Lo stesso legame, opera originale e remake, unisce i due successivi film del capitolo: Gloria, è la godibile pellicola di Raoul Walsh, mentre Uomini alla ventura e il più sbiadito rifacimento uscito dalla mano di John Ford – un po’ clamorosamente visto il risultato inferiore. Forbidden ground è invece un film più recente (2013) che si concentra sulla terra di nessuno, lo spazio tra le due trincee dove il clima era, come intuibile, assai poco salutare. Il successivo Shock è un torbido intrigo melodrammatico che sfrutta mirabilmente la tensione accumulata dai soldati in trincea prima dell’attacco per alimentare i contrasti non solo interiori tra i protagonisti. Fino al 1931 sulla carriera di Heinz Paul non c’erano ombre e l’interessante docufilm Douaumont - Die Hölle von Verdun non fa che confermarcelo. L’episodio narrato è la conquista del Forte Douamont, uno dei passaggi più curiosi della battaglia di Verdun, della quale si può apprezzare l’efferatezza degli scontri. Chiude il capitolo Verdun – Vision d’Historie del 1928, talmente convincente nella ricostruzione delle scene che si dice che, per anni, alcuni suoi fotogrammi furono scambiati per autentici scatti di guerra.
Dopo la carneficina terreste sul Fronte Occidentale che sembrava indicare lo stallo tra le forze in campo come risultato, occorre spostarsi per comprendere dove si decisero, già in quel 1916, le sorti della guerra. Sarà infatti la battaglia dello Jutland il crocevia decisivo e ci aspetta insieme ad altri contemporanei eventi bellico-navali nel capitolo 12, Tirannia sui mari!    

Il programma 

Capitolo 11: … MORIRE DA EROI

Dalla notte del 1° ottobre

 

Tema

La Battaglia di Verdun

 

Film

 

  1_NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE

 

  2 _CARRY ON SERGEANT!

 

  3_LES CROIX DE BOIS

 

  4_LE VIE DELLA GLORIA

 

  5_ GLORIA

 

  6_UOMINI ALLA VENTURA

 

  7_FORBIDDEN GROUND

 

  8_SHOCK

 

  9_DOUAUMONT- DIE HOLLE VON VERDUN

 

10_VERDUN VISION D’HISTORIE

 

COSTRETTO AD UCCIDERE

1119_COSTRETTO AD UCCIDERE (Will Penny). Stati Uniti 1968;  Regia di Tom Gries.

Western crepuscolare più malinconico che violento, Costretto ad uccidere di Tom Gries è un film che possiede in ogni caso tutte le caratteristiche che contraddistinsero questa fase delle pellicole ambientate alla frontiera. C’è il cowboy anziano, Will Penny, a cui è intitolato il film in originale e che è interpretato da un maturo Charlton Heston; ci sono i cattivi pazzi, guidati dal predicatore Quint (Donald Pleasent), con i tre figli, tra cui spicca Rafe (Bruce Dern); ci sono le scene violente, magari non eccessive come in altri casi, ma comunque il sangue delle ferite è ben visibile; vi è una fotografia più documentaristica, nella quale si vede anche il fiato dei cavalli, anche perché, come in molti altri western crepuscolari, fa freddo; ci sono gli immancabili riferimenti scatologici, dal bambino che torna dalla latrina allo sterco di vacca usato come combustibile. E vabbè, ormai abbiamo capito che siamo alla fine del ciclo vitale del genere. E come in molti casi di tardo-western ci sono elementi che rimandano al periodo classico, forse per scongiurare quelle derive che poi, ad esempio la corrente italiana, prenderà: quindi ecco Ben Johnson nei panni del responsabile del ranch, un tipo talmente solido da prevaricare i generi, e poi Catherine, la fanciulla in pericolo che, tenendo fede anche all’ambientazione tarda del film, qui è già donna fatta, sposata e con un figlio. Ma comunque ancora con l’aspetto molto piacente di Joan Hackett. La questione è presto detta: Will è un attempato cowboy vecchia scuola, abituato a vivere come un orso; conosce Catherine, con la quale nasce un’intesa. Ma non sarà semplice, per lui, cambiare vita, perché la nuova società che sta crescendo anche all’ovest, col passaggio dall’allevamento all’agricoltura, lo metterà sicuramente a disagio. Insomma, Costretto ad uccidere sembra quasi un tributo all’incapacità di adeguarsi, ad affrontare nuove sfide (nonostante la possibilità di giocarsele a fianco di una donna come Catherine). Il che sarebbe l’ammissione di una sconfitta. Nel qual caso, considerato che la resa arriva da una roccia come Heston, nessun problema a lasciargli l’onore delle armi.




Joan Hackett 




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