854_I FIGLI DI NESSUNO . Italia, 1951; Regia di Raffaello Matarazzo.

Dopo il fortunato ma inatteso successo di Catene (1949), maggiore incasso della
stagione cinematografica, la Titanus, decise di
insistere con la stessa formula: sia il successivo Tormento, del 1950, che il seguente I figli di nessuno, dell’anno dopo, vedono all’opera medesimi
protagonisti in pellicole di ugual tenore melodrammatico. Siamo in piena
esplosione del melò in chiave
italiana, opera del regista Raffaello Matarazzo che, nella prima metà degli
anni cinquanta, raggiungerà successi al botteghino raramente eguagliati nella
storia del cinema della penisola. I figli
di nessuno è l’ultimo di una ipotetica trilogia in impennata agli incassi,
composta dai titoli citati. Il successivo Il
tenente Giorgio, del 1952, fu una semplice flessione, presto superata dai
successivi melodrammi, fino al passare di moda di quei temi tanto legati al
peculiare periodo storico. Ciò si è detto non per nozionismo: per comprendere
ed apprezzare questi film è in parte necessario valutare quale fosse il
contesto in cui si svilupparono. Vero è che, ormai, si dovrebbe aver
sviluppato, in qualità di spettatori, una capacità di andare al nocciolo delle
cose e non rimanere distratti dagli aspetti magari più esteriori ma meno
significativi: nel qual caso la produzione di un autore bravo come Raffaello
Matarazzo andrebbe sostanzialmente sempre apprezzata. Inoltre è anche un pregio
di un’opera quello di riportare a noi quegli aspetti che riguardano il contesto
in cui si è manifestata e di cui è, in un certo modo, una delle espressioni.
Erano gli anni del dopoguerra, in cui si scontravano differenti correnti di
pensiero, sentimenti, modi di intendere le cose, perfino il gusto del bello: si
andava a delineare il nuovo corso italiano, quello del boom economico, ma sia il fulgido, almeno nella convinzione
ideologica, periodo precedente la guerra, sia le macerie economiche e morali
che questa aveva lasciato, erano scorie che non ci stavano proprio sotto il
tappeto del salotto. Ad alcune di queste istanze, il neorealismo dette il più alto sfogo; ma non tutti gli italiani
erano intellettuali come Visconti o Rossellini, e nemmeno potevano essere così
avvezzi a capirne o anche, del tutto comprensibilmente, a volerne seguire le
lodevoli ma impegnative riflessioni di quel tipo di cinema.

L’Italia aveva
anche bisogno di guardare oltre alla tragedia della guerra, di tornare a
pensare all’amore più che all’odio che aveva lacerato (e lacerava) il paese, ma
certo occorrevano testi che avessero un certo tenore, capaci di reggere il peso
del contesto, perché il clima non era certo quello soave della belle epoque. Ecco, quindi, il melodramma italiano, di cui Matarazzo è
l’indiscusso maestro: opere altamente drammatiche (che davano corpo ai traumi
della guerra), di grande sentimentalismo (rielaborando la tradizione enfatica
del ventennio), in genere con finali
in luce positiva ma non così leggeri (e nel caso di I figli di nessuno addirittura tragici), comunque sempre vissuti in
modo passionale e sofferto, a significare più una disperata speranza che
non un concreto ottimismo verso il futuro (in effetti difficile da sostenere vedendo
lo stato del paese). Il melodramma però, aveva anche altre note che lo resero
una logica conseguenza del tempo: il dopoguerra, anche in Italia, con la caduta
di un regime tradizionalista come quello fascista, aveva concesso maggiore
importanza alla figura della donna nella società. D’altronde, se per esempio in
America le operaie nelle fabbriche belliche avevano dimostrato il loro valore, (e
reclamarono venisse riconosciuto a guerra finita), anche in Italia furono
numerosi gli esempi in cui le partigiane seppero dare il loro attivo contributo
alla causa. Insomma, i temi del melodramma andavano certamente incontro
maggiormente ai gusti delle spettatrici del tempo di quanto non facessero con i
loro accompagnatori nelle sale, ma la cosa era ampiamente meritata e motivata.

Nello
specifico, I figli di nessuno è un
autentico romanzo d’appendice cinematografico, con una vicenda che si snoda in
una serie di avvenimenti collegati tra loro dall’intreccio ma che, a ben
vedere, avrebbero potuto anche essere altrettanti episodi filmici indipendenti.
Il protagonista maschile è il conte Guido (Amedeo Nazzari) proprietario di una
cava di marmo in quel di Carrara; nonostante l’appartenenza alla nobiltà è di
vedute democratiche ed è innamorato, ricambiato, dalla figlia del custode della
stessa cava, Luisa (Ivonne Sanson). La contessa madre (Françoise Rosay) non
vede di buon occhio la relazione e si mette in combutta con il losco
sovrastante, Anselmo (Folco Lulli), per ostacolare il rapporto tra suo figlio e
la ragazza di origini popolari. Con una scusa, Guido è spedito all’estero e
Luisa, divenuta orfana di padre, cacciata: nella concitazione ad un certo punto
si pensa possa essere annegata in un torrente.

La ragazza invece è salva,
raccolta dall’anziana Marta e ospitata nella sua abitazione; ed è salvo anche
il figlio che Luisa portava in grembo. Guido ritorna dall’Inghilterra e
apprende della (presunta) morte dell’amata; Anselmo scova però la casa di Marta,
scopre la presenza del bambino, nato nel frattempo, e si organizza insieme alla
contessa madre per sistemare le cose una volta per tutte. Il bambino è rapito è
spedito in un collegio, in forma anonima, mentre la cascina di Marta finisce
bruciata. Luisa si convince così che il figlio sia perito nell’incendio. Sconvolta,
decide di farsi suora col nome di Madre Addolorata. Questa, per quanto
possibile, stringata sintesi della sola prima parte del film, mostra già quanti
rilanci subisca la trama che, con sviluppi diversi, avrebbe potuto benissimo
reggere una produzione narrativa a puntate.

In I figli di nessuno questo continuo cambio di scena e situazioni non
permette lo scaturire e quindi l’esaurirsi delle forti emozioni provocate dalle
vicissitudini, e queste finiscono per accumularsi nell’animo dello spettatore. La
capacità sublime di Matarazzo è quella di riuscire, con un meccanismo simile a
quello di una mano di poker, a rilanciare ogni volta il pathos ereditato nel successivo
risvolto narrativo, aumentando l’enfasi fino al drammatico finale. Questa
caratteristica è tipica nel melodramma e peculiare in Matarazzo ma, forse,
raramente a livelli che troviamo ne I
figli di nessuno, non a caso un film in cui non andiamo incontro ad un
liberatorio lieto fine. Prima del quale, incredibilmente, con un figlio in
collegio, la madre in convento e il padre sposato ad una altra donna (da cui ha
avuto una figlia), e l’assoluta inconsapevolezza da parte dei tre elementi di
essere tutti esistenti e in vita, la storia riesce a riunire la famiglia per la
prima e ultima volta.

Ma giusto in tempo perché il piccolo Bruno, così è stato
chiamato, possa spirare accolto, finalmente di nuovo, tra le braccia materne.
L’intricatissimo castello narrativo è funzionale e riserva, in dirittura
d’arrivo, anche quei passaggi avventurosi, in questo caso nella cava prima
dell’esplosione dolosa ordita da Anselmo, per stemperare la tensione in scene
d’azione e concitate, perfettamente adatte proprio a questo scopo. Ma, in
questo caso, lo stratagemma adrenalinico comunque non basta a smaltire tutta
l’emozione: il finale con un bambino morto e sua madre divenuta suora per
disperazione (oltre che per vocazione), ci lascia colmi di angoscia. Eppure
questo sentimento era quello che tanti italiani, furono oltre otto milioni quelli
che accorsero nelle sale, scelsero liberamente di provare: è questo
l’ingrediente principale che Matarazzo decise di cucinare, evidentemente il più
adeguato al momento e non c’è da stupirsi se oggi possa sembrare un piatto un
tantino pesante.
In realtà è d’alta scuola.

Yvonne Sanson
Enrica Dyrell