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venerdì 7 ottobre 2022

UOMINI ALLA VENTURA

1125_UOMINI ALLA VENTURA (What price Glory?). Stati Uniti 1952;  Regia di John Ford.

I remake cinematografici sono da sempre operazioni a rischio e possono fare lo sgambetto anche ai mostri sacri, come il John Ford che dirige Uomini alla Ventura nel 1952. Il film è il rifacimento di Gloria, opera del 1926 per la regia di Raoul Walsh; nelle versioni originali si intitolano infatti entrambi What Price Glory. Alla produzione l’idea del remake dovette sembrare agevole: l’originale era un bel film, ma muto e in bianco e nero. Quindi questa nuova versione poteva disporre di questi due elementi in più, messi a disposizione di un grande regista come Ford, certamente di livello superiore al pur bravissimo Walsh. Qualche perplessità viene però osservando il cast: un imbolsito James Cagney, seppure sia stato un grande di Hollywood, non può certo reggere con l’aitante Victor McLaglen degli anni venti nella parte del capitano Flagg. E peggio di lui fanno gli altri del cast nei confronti diretti con gli interpreti di Gloria: nei panni del sergente Quirt, Dan Dailey è la pallida controfigura di Edmund Lowe mentre alla povera Corinne Calvet (è Charmaine) tocca il paragone con un’autentica diva come Dolores Del Rìo. Ford comunque ci mette del suo, nel fiaccare l’operazione: d’accordo, c’è una buona dose di vis comica che serpeggia per il lungometraggio ma stavolta non gli riesce l’alchimia con le tracce sentimentali o avventurose. E, a quel punto, anche le scenette comiche appaiono meri pretesti per portare avanti la solfa senzala solita struttura narrativa tipica del maestro americano a far da contrappunto. C’è un’evidente attenzione all’uso del sonoro che si traduce principalmente negli inni suonati nel passaggio delle truppe, con From the Halls of Montezuma, l’Inno dei Marines, in primo piano. L’uso strumentale del colore, tipico di Ford, unito alla staticità della macchina da presa, rende il quadro narrativo di aspetto teatrale ma, a quel punto, manca la tridimensionalità dei personaggi per funzionare a dovere in quest’ottica. Flagg, Quirt, Charmaine sono figurine, personaggi poco approfonditi tanto che le riflessioni del capitano in trincea, mentre stila un bilancio sulla sua esistenza, suona posticcio o fuori posto. C’è una certa commozione per la morte del giovanissimo soldato Lewisohn (Robert Wagner), ed è forse l’unico passaggio che prova a dare un po’ di corpo alla struttura narrativa, ma nel complesso ci si perde nel piattume generale. Insomma, Ford ha fatto di meglio. Decisamente.   




Corinne Calvet





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giovedì 6 ottobre 2022

GLORIA

1124_GLORIA (What price Glory?). Stati Uniti 1926;  Regia di Raoul Walsh.

Al polivalente cineasta Raoul Walsh non è, in genere, riconosciuta la patente di grande regista: in effetti va preso atto che il numero dei suoi lavori di altissima qualità, in questo campo, è in proporzione abbastanza basso rispetto alla mole di pellicole girate. Il fatto è che abitualmente Walsh non si poneva obiettivi registici troppo ricercati; contrariamente a molti suoi colleghi della Hollywood dell’epoca, era americano al cento per cento e come tale aveva una sana e robusta vena pratica preponderante su quella, diciamo così, artistica. Insomma, era un regista che badava al sodo. Ma conosceva il cinema, il cinema americano, in modo completo. La riprova di ciò l’abbiamo, per fare un evidente esempio, in Gloria, film muto del 1926. What Price Glory?, questo il titolo originale, non può certo definirsi un capolavoro, questo sia chiaro sin dal principio, ma è sorprendete come da un soggetto (tratta dall’omonimo dramma teatrale di M. Anderson e L. Stallings) non esaltante, Walsh riesca a cavarci un film muto di due ore che forse solo nell’ultima parte mostra un po’ la corda. Si faccia un paragone con il claudicante remake Uomini alla Ventura, del 1956, con l’ausilio di colori e sonoro, per la regia nientemeno che del sommo maestro John Ford, per farsi un’idea. La vicenda è impostata sulla rivalità tra il capitano Flagg (un fulgido Victor McLaglen) e il sergente Quirt (Edmund Lowe): la funzionalità del duo è tale che questi personaggi verranno reclutati insieme per altri tre film. 

La competizione tra loro non è tesa alla leadership sulla truppa, laddove Flagg spazza letteralmente via chiunque; la disputa è in campo amoroso. Dapprima fanno le prove con Sanghai Mabel a cui una deliziosa Phyllis Haver, un po’ sprecata visto il poco tempo datole a disposizione, presta le grazie. Ma il campo di battaglia principale sarà per la conquista della vera protagonista del film, Charmaine, a cui non a caso è dedicata una canzone uscita insieme film. La locandiera francese è interpretata da una pimpante e splendida Dolores Del Rio, attrice messicana in rampa di lancio e che diverrà un’autentica diva. Con questi, tutto sommato, scarni elementi Walsh riesce a portare avanti il suo film, tra una gag umoristica, da film comico quelle di McLaglen e la scimmietta di Sanghai Mabel, e qualche passaggio stuzzicante, con le due attrici non ancora castigate dal codice Hays. 

La Del Rio è davvero assatanata e si dovrebbe prendere ad esempio quando si usa dire che Hollywood mercificò il corpo della donna: in questo caso è semmai la prestanza di McLaglen o gli occhi languidi di Lowe ad essere messi oggetto del desiderio e quindi bene in mostra sotto l’obiettivo. Sul fronte femminile, per quanto sia come detto stuzzicante, non c’è viceversa tutta questa ostentazione: Phyllis Haver si affida alle calze con la riga e a qualche sculettata, mentre Dolores Del Rio si muove felina e sinuosa, fa le fusa, si struscia, ma da un punto di vista esplicito non va oltre l’infilarsi le giarrettiere. Come si vede il centro dell’obiettivo è sulle questioni sentimentali ma in chiave di divertenti sketch più che di drammone sentimentale. La dose tragica arriva quando i militari sono chiamati in prima linea sul fronte occidentale francese della Prima Guerra Mondiale

Il passaggio triste è per la morte del soldato cocco di mamma Lewisohn (Barry Norton), un ragazzo ancora giovanissimo e assolutamente impreparato agli orrori della guerra. Come, del resto, molti altri del battaglione di marines americani chiamato a dare man forte agli alleati in difficoltà contro i temibili tedeschi. Nella definizione delle personalità dei vari militari Walsh segna un altro punto a suo favore: Lipinsky (Sammy Cohen) e Kiper (Ted MacNamara) si producono in una serie di gustose scenette e, insieme al citato cocco di mamma, ci permettono di familiarizzare con la truppa. Quest’ultimo soldato, in particolare, con la sua inadeguatezza mette in luce l’umanità del capitano Flagg, in apparenza un tipaccio da prendere con le molle, ma in realtà uomo di coscienza e buon cuore. Come suo solito Walsh non rallenta praticamente mai il ritmo e prima della fine c’è tempo per una licenza premio per il nostro capitano, cosa che permette a Quirt di soppiantarlo nel cuore di Charmaine, un ritorno in prima linea, finché si arriva alla partita a carte decisiva. Quella che, secondo i Flagg e Quirt, doveva stabilire chi avesse vinto la bella locandiera francese come premio. Non rendendosi conto, i due ingenui, che era Charmaine ad aver già deciso le sorti del match. Ed è a fronte di questa scoperta che i due ritornano di corsa subito in prima linea: come dire, la guerra è brutta, ma occhio alla vita di casa se vi capita una peste affascinante e decisa come Dolores Del Rio.



Dolores Del Rio 







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mercoledì 5 ottobre 2022

LE VIE DELLA GLORIA

1123_LE VIE DELLA GLORIA (The Road to Glory). Stati Uniti 1936;  Regia di Howard Hawks.

A Howard Hawks e William Faulkner non servivano troppi elementi per mettere giù le basi (leggi, una sceneggiatura) per un film perfettamente funzionale e questo è ben chiaro vedendo come Le Vie della Gloria scorra sul velluto con i suoi perfetti incastri sincronizzati. Ad onor del vero, va detto che Le Vie della Gloria è un remake di Les Croix de Bois (1932, di Raymond Bernard) e in qualche passaggio lo è in modo anche troppo spudorato. A parziale scusante si potrebbe dire che, anche se Les Croix de Bois era un’opera di pochi anni prima, al tempo chi poteva conoscere negli States quel film francese? La questione, almeno stando a Lenny Borger, è un filo più articolata e merita giusto un’annotazione. Il film francese dopo il meritato successo in patria ebbe la fama internazionale ostacolata prima dai nazisti e poi dagli americani di Hollywood. Addirittura la Fox, lo studio che ne comprò i diritti, non solo non lo distribuì ma ne utilizzò le scene per i successivi film di Darryl F. Zanuck. E l’unico film che viene citato esplicitamente da Borger è proprio Le Vie della Gloria.  [Lenny Borger, Les Croix de bois, "Cinématographe", n. 91, luglio 1983]. Guardando oggi le due opere bisogna riconoscere i tanti debiti del film di Hawks verso quello di Bernard: oltre agli elementi comuni della storia, ci sono scene e sequenze che sembrano in fotocopia e, a quanto pare, abbiamo capito perché. Tuttavia Hawks e Faulkner modificano la cronologia di alcuni eventi; ad esempio il soldato lasciato morire sul reticolato nella terra di nessuno viene in questo caso messo subito in apertura del racconto. 

Forse per ambientare in modo angoscioso la vicenda o magari anche solo per permettere lo scambio di battute tra i soldati al momento dell’avvicendamento in prima linea. “Ti ho lasciato il posto con un uomo sul filo spinato e me lo rendi sopra una mina” dice infatti l’ufficiale che entra in servizio, poco prima di saltare in aria su quella famosa mina che, con tempismo perfetto, risparmia i nostri protagonisti a discapito dei loro commilitoni. Ma questo può essere giusto un vezzo narrativo dei due autori che amavano creare i dialoghi, e gli incastri narrativi connessi, con estrema cura. E va detto che tutta la tensione derivata dal rumore degli scavatori tedeschi, che andavano a minare dal sotto la trincea francese, è gestita in modo inarrivabile da Hawks. Del resto il regista americano era l’assoluto maestro della tensione da assediamento, in questo caso già duplice, ovvero sia dall’esterno (le trincee sotto il fuoco nemico) che dall’interno (la paura derivante dai rumori nel sottosuolo che diveniva puro terrore quando non si sentavano più i colpi di piccone, a testimonianza che lo scavo era terminato e l’esplosione imminente). Eppure, ai fini generali, risulta ben più significativa la traccia sentimentale con l’introduzione di un personaggio, quello dell’infermiera Monique (una splendida June Lang), forse poco credibile nel contesto ma certamente molto funzionale. E’ di lei che si innamorano il capitano La Roche (Warner Baxter) e il tenente Denet (Fredric March), del glorioso 39simo reggimento al centro della vicenda. Inizialmente tra loro c’è ben poca sintonia e, stando alle parole di Hawks, si cercava di ricreare la stessa situazione usata ne La squadriglia dell’aurora (1930), opera dello stesso regista. 

Le difficoltà connesse alla responsabilità del comando ed a relazionarsi con i sottoposti erano infatti le stesse, tanto in aviazione, La squadriglia dell’aurora, che in fanteria, Le Vie della Gloria, e allora, col sano pragmatismo che lo contraddistingueva, perché cercare altrove. L’importante, sempre ma in Hawks ancora più chiaramente che in altri autori, non è nel cosa si racconta ma nel come lo si racconta. E proprio la traccia sentimentale, tanto romantica quanto improbabile, rende Le Vie della Gloria un film più completo rispetto alle opere verso cui è debitore, sia Les Croix de Bois che La squadriglia dell’aurora. Meno riuscita la figura del vecchio padre di La Roche (Lionel Barrymore), tuttavia l’umanità della storia trae giovamento anche dai risvolti drammatici che vedono coinvolto l’anziano soldato. Ma, come detto, è soprattutto la presenza scenica di June Lang a fare la differenza, anche se come infermiera del fronte è davvero fuori posto così ben truccata e pettinata, con le calze in nylon e le scarpe col tacco, la figura slanciata snella ed elegante. Ma è lei che incendiando la traccia sentimentale riesce a rendere tridimensionali le personalità dei due rivali amorosi, completando il ritratto abbozzato attraverso le questioni belliche tra i due. Curioso come, in questo film, un innesto tanto azzardato sia funzionale quando in circostanze apparentemente simili aveva invece in parte affossato il progetto. Nel precedente Rivalità eroica, anch’essa opera sulla Prima Guerra Mondiale di Hawks e Faulkner, l’inserimento a posteriori nella storia di Joan Crawford, voluta dalla MGM, scompigliò la funzionalità del testo. Invece, come detto, la magnetica ma discreta presenza di June Lang, mette il giusto pepe in una tipica storia virile di guerra: del resto, i grandi autori possono anche avere un passaggio a vuoto, ma non due sullo stesso tema.  


 June Lang






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