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giovedì 26 marzo 2026

WARTIME NOTES

1804_WARTIME NOTES . Italia 2023. Regia di Barbara Cupisti

Verso la fine del documentario, la regista Barbara Cupisti arriva al suo dunque: “Questa guerra è un modo maschile di concepire la vita, contro uno femminile”. È un tema caro, all’autrice italiana, che sin dall’inizio della sua carriera lo ha esplorato, almeno stando alle note biografiche che si possono leggere sul portale Rai, “con originalità e profondità”. [dal sito Rai.it, pagina web http://www.rai.it/raicinema/news/2023/12/Wartime-Notes-Miglior-Film-Straniero-al--Bir-Duino-Film-Festival-in-Kirghizistan-19648a3c-8a5d-4da2-bf07-8e4aebe0a10e.html visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. In effetti la Cupisti, di questa sua convinzione, trova conferme in quelle interviste che costituiscono sostanzialmente il suo lungometraggio Wartimes notes, un documentario incentrato sull’inasprimento della guerra in Ucraina dopo il 24 febbraio 2022. Soprattutto nelle parole di Natalia Panchenko, che coordina gli aiuti umanitari verso l’Ucraina dalla Polonia, in quelle del Premio Nobel per la Pace 2022  Oleksandra Matviichuk e forse anche in quelle Tatiana Kucherenko, costretta a lasciare Cherson occupata dai russi: l’opinione di fondo che emerge, e che la regista è brava ad evidenziare, è che questo conflitto, più che un’invasione, più che una lotta tra democrazia e dittatura, più che una battaglia tra giustizia e ingiustizia, sia davvero una questione di genere sessuale. Già dai tempi della Prima Guerra Mondiale, in seguito all’attività, tra le altre, di Dorothea Hollins e Helena Swanwick, due precorritrici del movimento femminista, si diffuse l’idea che se le donne fossero ai governi dei vari Paesi, non ci sarebbero state più guerre. Senza stare a tirare in ballo Margaret Thatcher e altre donne di potere non precisamente tenerissime, basterebbe andare ad assistere ad una partita di calcio dove giocano i ragazzini per osservare alcune madri a bordo campo, per farsi venire qualche dubbio. Oppure riflettere come, in qualità di mammifero, l’essere umano che influenza in maniera maggiore e più determinante ciascuno di noi –perfino Putin o Hitler– è probabilmente una donna, ovvero sua madre. E, forse, l’attitudine violenta degli individui, si potrebbe riuscire a sradicare, lavorandoci per tempo; a patto di volerlo davvero fare, naturalmente. E di non vedere nel figlio il proprio braccio armato, la possibilità di riscatto. Ma questi commenti non sono certo qualificati, del resto questo studio si focalizza sul cinema e questi argomenti necessitano di competenze specifiche. Per la verità, restando strettamente inerenti all’argomento cinematografico, anche guardando –anzi, meglio, ascoltando– Intercepted di Oksana Karpovych, ci si può fare un’idea meno stereotipata sulla questione. In ogni caso, vale la pena approfittare di un film non particolarmente ricco di altri spunti come quello della Cupisti per approfondire un minimo il tema. In rete, a questo proposito, si trova un interessante articolo della rivista online The Vision [Josie Glausiusz, Il mondo sarebbe davvero più pacifico se le donne fossero al potere? The Vision, 12 dicembre 2017, pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024] che, oltre ad una panoramica generale, si sofferma su alcuni studi eseguiti di recente da ricercatrici e ricercatori, loro sì, qualificati. Come la dottoressa Mary Caprioli della Università del Minnesota Duluth [pagina web https://cahss.d.umn.edu/faculty-staff/dr-mary-caprioli, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024], ad esempio, che, con l’aiuto di Mark A. Boyer della University of Connecticut [pagina web https://geography-sustainability-community-urban.uconn.edu/person/mark-boyer/, visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024], ha condotto un’analisi sulle dieci crisi militari del XX secolo nelle quali erano coinvolti Paesi guidati da donne. Giustamente, i due studiosi hanno osservato, come prima cosa, che i dati a disposizione –in sostanza il numero delle donne al potere nel periodo preso in esame– e su cui poter trarre una statistica attendibile, sono da ritersi troppo esigui. Ciononostante la dottoressa Caprioli si è permessa questa conclusione: “Le donne al potere possono essere energiche, di fronte a situazioni internazionali violente, aggressive e pericolose”. [dal sito The Vision, pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. Il che non significa rinnegarne l’indole pacifica, ma nemmeno l’esatto contrario; anche l’antropologa medica Catherine Panter-Brick, che dirige il Programma di Conflitto, Resilienza e Salute presso il MacMillan Center for International and Area Studies all’Università di Yale [pagina web https://anthropology.yale.edu/profile/catherine-panter-brick, visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024], interrogata sulla possibilità di risolvere o evitare le guerre ponendo donne nei ruoli di governo, non si è spinta troppo in là. “Una domanda di questo tipo stereotipizza i ruoli di genere e dà per scontato che la leadership sia una dinamica semplice”, è la sua lapidaria risposta. [Ibidem]. Del resto la già citata attivista degli arbori Helena Swanwick in The Future of Women’s Movement [Helena Swanwick, The Future of Women’s Movement, 1913] ebbe a scrivere: “Intendo confutare del tutto l’assunto che sta alla base delle conversazioni femministe di questi anni.” Cioè, “l’assunto secondo il quale gli uomini sono sempre stati i barbari che amano la forza fisica, e che solo le donne sono civilizzate e civilizzatrici. Non ci sono prove di questo nella letteratura o nella storia”. [dal sito The Vision, pagina web http://thevision.com/politica/mondo-migliore-donne-governo/, visitata l’ultima volta il 4 novembre 2024]. In tutto questo, Wartimes notes si lascia ricordare per qualche passaggio commovente, ma anche per la noia che, duole dirlo, ogni tanto affiora, ora durante le tante interviste che si dilungano su aspetti poco incisivi, ora su insistite scene ordinarie. La noia non è sempre del tutto negativa ma questa è del tipo peggiore, inutile e inconcludente. La voce della regista ogni tanto riaffiora, cercando di imprimere la giusta ottica al racconto, tradendo una certa indole se non proprio faziosa, quantomeno militante. Pur comprendendo le finalità dell’opera e quindi i suoi intenti, lasciano perplessi le parole che la regista utilizza per raccontare l’iniziale passaggio cruciale della crisi russo ucraina. “C’è un’altra data che non ci ricorda niente: il 28 novembre 2013. E un altro posto: piazza Maidan, che ora è piena di sacchi di sabbia. Tutto parte da lì. Il presidente ucraino Janukovyč va a Vilnius, in Lituania, per firmare un accordo di collaborazione commerciale con l’Europa. Sarebbe il primo passo dell’ingresso dell’Ucraina in Europa. Ma quando arriva lì Janukovyč ritira la disponibilità all’accordo, tradendo così il popolo ucraino. A Kiev scoppia la protesta, i manifestanti occupano piazza Maidan”. Barbara Cupisti prosegue nel suo eloquio, ma per comprendere quanto il suo raccontare sia impreciso e non obiettivo bastano queste frasi. Che si utilizzi l’incomprensibile espressione «piazza Maidan» –che significa di fatto «piazza Piazza»– o che si usi il termine «Europa» in luogo di «Unione Europea»– lapsus che lascia intuire la presunzione della nostrana intellighenzia, che ritiene di poter estendere le proprie convinzioni a tutti, in quanto insindacabilmente «giuste», sono ancora peccati veniali. Il punto critico è quando Cupisti sostiene che Janukovyč abbia tradito il popolo ucraino. Qui, per la verità, va fatta una premessa: se si accettano –come furono universalmente accettate, nonostante le denunciate interferenze russe– le elezioni ucraine del 2010, Viktor Janukovyč era il legittimo presidente ucraino e, in qualità di rappresentante democraticamente eletto del proprio Paese, aveva facoltà di prendere le decisioni che riteneva opportune. Questo è il senso della democrazia rappresentativa e, oltretutto, se andiamo a scorrere la campagna elettorale delle elezioni ucraine del 2010, vedremo che il sostegno russo a Janukovyč era palese –le citate «interferenze russe»–  eppure il popolo scelse di votare il rappresentate del Partito delle Regioni, il noto movimento politico filo-russo in seguito bandito dal paese. E, come detto, la comunità internazionale non ebbe nulla da eccepire sulla regolarità di quelle elezioni. [dal sito del Washington Post, pagina web https://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/02/08/AR2010020803583.html, visitata l’ultima volta il 5 novembre 2024; o anche dal sito del Kviv Post, pagina web https://archive.kyivpost.com/article/content/ukraine-politics/european-parliament-president-greets-ukraine-on-co-59077.html]. Pertanto, se si possono comprendere e anche condividere i moti di protesta di Euromaidan, come si possono comprendere e condividere altri fermenti di piazza che hanno sostanzialmente sempre le loro ragion d’essere, è altresì corretto utilizzare i termini appropriati. La questione non è se Euromaidan sia una rivoluzione, come sostengono i filo-ucraini, o un colpo di stato, come invece denunciano i filo-russi. Il punto è che chi pretende di difendere la democrazia, deve ammetterne la fallibilità, come risulta evidente in questo caso, anziché mentire sapendo di mentire, che è, tra l’altro, la strategia del Cremlino. Appare oggi abbastanza evidente, da uno sguardo distaccato, che il popolo ucraino fosse già al tempo in maggioranza orientato verso l’Unione Europea ma, a causa delle vicissitudini politiche –certamente influenzate dall’esterno, leggi Russia, ma non vanno certo sottovalutati gli altri attori sullo scacchiere, la UE ma soprattutto gli Stati Uniti– dopo la Rivoluzione Arancione si era generato un clima di delusione e scoramento che determinarono poi il risultato elettorale del 2010. Si possono quindi accettare i moti di protesta di Euromaidan come un’espressione democratica fuori dai luoghi preposti legalmente allo scopo, le urne elettorali, ma si tratta di forzare un poco la forma che, in questo ambito, sarebbe da considerare sacra e pari al contenuto. E, come si vede, da qui a dire ineffabilmente che un presidente legittimamente eletto, nello svolgere le proprie funzioni tradisca il proprio popolo, ce ne corre. 


Alla guerra Russo-Ucraina, Quando la città dorme ha dedicato il volume LA STUDENTESSA E L'ORSO, uno studio su questo atroce conflitto fatto attraverso il cinema. 



2 commenti:

  1. Già, la Thatcher, presa spesso di mira da un certo Sclavi... 😏

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  2. Beh, Sclavi e Dylan Dog erano una risposta agli anni 80. La Thatcher ne è stato un cardine

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