1808_TORNERANNO I PRATI. Italia 2014. Regia di Ermanno Olmi
Il titolo dell’ultimo film di Ermanno Olmi, Torneranno i prati evoca istantaneamente un colore: il verde dell’erba. Che nel film non può vedersi, visto che tutto lo scenario alpino è ammantato di una spessa coltre di neve. C’è quindi una promessa disattesa nella presentazione dell’opera. E il film prosegue coerentemente su questa linea: è un film bellico, ma di battaglie vere e proprie non se ne vedono; e, nello specifico, è un film sulla Grande Guerra ma ci racconta di una piccola vicenda, una minimalista vita di trincea sull’Altopiano di Asiago. Del resto da Olmi non è che ci si potesse aspettare un colossal, questo era evidente; tuttavia il regista prova comunque a sorprendere lo spettatore, nonostante la sua poetica sia ormai conosciuta. Per la verità ci sono anche alcune scelte che sono facilmente interpretabili nella logica di una celebrazione di una ricorrenza. Ad esempio quella della fotografia della pellicola, opera del figlio Fabio, con colori desaturati a riportarci nella Prima Guerra Mondiale dell’immaginario collettivo, quella delle foto o dei film in bianco e nero. O il tributo al milite ignoto, con i personaggi della vicenda che sono identificati per grado o ruolo e non per nome. Scelte tutto sommato in linea con la tradizione dei rituali celebrativi. Ma in realtà Torneranno i prati è un vero terremoto. Non tanto, forse, per il film in sé, che comunque è pregevole, ma per il contesto produttivo alle spalle. Presentato, come accennato, nella ricorrenza dei cento anni dall’inizio della Grande Guerra, la prima di Torneranno i prati è andata in scena alla presenza del Presidente della Repubblica Italiana e delle più importanti cariche dello stato oltre che in un centinaio di paesi nel mondo. In quest’ottica le sommesse provocazioni di Olmi assumono un significato maggiore, a partire dalla scioccante scena del soldato che si suicida piuttosto che obbedire ad un ordine assurdo. Ma anche la mezza bestemmia masticata, rivolta comunque alla massima autorità riconosciuta (almeno da alcuni), o l’irragionevolezza del comando militare, che prende decisioni cruciali stando lontano chilometri dalla prima linea, sono espliciti j'accuse che possono valere anche oggi.
Certo, il velluto che fodera le orecchie dei potenti permetterà al citato illustre pubblico di non sentirsi minimamente scalfito da questi appunti, ma di questo non possiamo certo incolpare il regista. Resta il fatto che per celebrare ufficialmente un evento tante grave ed importante nella storia nazionale, oltre che mondiale, abbiano incaricato Olmi che, in concreto, ha presentato un testo fortemente critico verso le autorità del tempo, evitando di mettere in evidenza ogni qualunque forma di eroismo. Oltre alla citata scena del suicidio, c’è l’ufficiale che si strappa i gradi perché non vuole mandare deliberatamente i soldati incontro a morte sicura, il sergente che compie un errore di valutazione strategica che provoca numerose vite umane e chiede di essere esentato dal ruolo, il tenente che, in un primo momento, si ritiene troppo inesperto per assumere il comando. Senza dimenticare il citato soldato che si spara sotto il mento pur di non andare a farsi ammazzare dal cecchino austriaco; e prima del fatale gesto, lo condisce con una bella pisciata a pretendere almeno la dignità data agli animali. Insomma, un’opera costellata di atti di disobbedienza o comunque di insofferenza verso gli ordini che hanno un significato a prescindere dal tema bellico del film. Naturalmente potrà sembrare quasi legittimo, a vedere questi fatti in un film stando seduti in poltrona, ma l’atto di non ubbidire in guerra non è affatto così scontato né da prender a cuor leggero. Ecco quindi che la disubbidienza celebrata da Olmi ha lo stesso valore oggi: in guerra era semplicemente tutto più accentuato, sia la voglia di non ubbidire che la pena che si pagava nel caso lo si facesse concretamente. E quindi le due forze si bilanciavano. Cosa che accade ancora oggi: disobbedire ad una legge ingiusta provoca una sanzione, che sia la multa o il carcere, non certo pesante come la fucilazione che toccava ai disertori. C’è quindi una proporzionalità tra i due casi, nella guerra mostrata e nei giorni in cui vediamo il film: in tempo di pace qualunque legge non dovrebbe essere mai così gravosa da mandarti a morire senza motivo, a differenza degli ordini militari della guerra mostrati da Olmi. Ordini e punizioni per disobbedienza sono quindi sempre proporzionali e questo ci permette di usare l’esempio della Grande Guerra per una riflessione che vale ancora oggi. Non è detto che si debba sempre ubbidire.
La propria coscienza è la vera ancora di salvezza per la propria dignità umana. E tanti saluti alle istituzioni, militari o civili che siano.
E tutto questo spiattellato in faccia al Presidente della Repubblica Italiana nella celebrazione dei cento anni della Grande Guerra, forse l’evento che unì davvero l’Italia.
Quale miglior congedo per un grande regista come Olmi.
Grazie Ermanno.




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