1813_LA SQUADRIGLIA DEGLI EROI (Pour le mérite). Germania, 1938. Regia di Karl Ritter
L’ascesa al potere del nazismo in Germania influenzò in modo consistente la cinematografia tedesca; del resto la propaganda fu una delle chiavi del successo di Hitler e compagnia. In generale si assistette ad una semplificazione dei testi, una maggior demarcazione tra l’eroe tedesco e il nemico in luogo dei classici buono e cattivo di stampo manicheo. Tra i temi che furono ritenuti adeguati a questa politica ci furono naturalmente quelli con riferimenti storici e niente più degli eroici piloti della Prima Guerra Mondiale poteva servire ad incarnare il prototipo dell’ariano ideale. Si trattava, in sostanza, di mostrare come il tedesco era nobile d’origine (e si risaliva quindi alla Grande Guerra) poi, a causa della sconfitta (preferibile qualche riferimento che riconducesse alla famigerata pugnalata alle spalle) c’era una fase quantomeno interlocutoria, se non peggio (da assimilare alla Repubblica di Weimar) con rinascita finale per il lieto fine (l’avvento di Hitler). Grosso modo La squadriglia degli eroi, film di mera propaganda nazista del 1938 per la regia di Karl Ritter, segue questo schema. Il protagonista del film è il vivace tenente Fabian (Albert Hehn), premiato con la Blauer Max, la più alta onorificenza tedesca al valore (da cui il titolo originale Pour le Mérite) e a fargli compagnia troviamo la fidanzata Gerda (Carsta Löck). Seguendo le varie peripezie della trama, al netto dell’ideologia che veicola, La squadriglia degli eroi è anche un film godibile, con passaggi certamente divertenti, tra i quali si possono citare l’attacco dei triplani tedeschi ai palloni aerostatici dell’Intesa o anche le classiche riunioni cameratesche tra i piloti. In queste tavolate di nobili piloti tedeschi ne troviamo uno inglese, il capitano Brown (Theo Shall): è un prigioniero ma è lasciato libero di muoversi sulla parola. Una parola che l’inglese non manterrà e, con la scusa di recarsi in bagno, si darà alla fuga. Il capitano Prank (Paul Hartmann) non se ne ha particolarmente a male e, anzi, ammetterà che avrebbe fatto lo stesso. Se prendiamo la cosa nell’ottica della considerazione del nemico non è molto ma, in un film di questo tipo, è già qualcosa. Ma l’accondiscendenza con cui è accettato il tradimento della parola d’onore di Brown, può essere inteso anche nel senso che i regimi dittatoriali dell’epoca, per quanto facessero propri i valori morali della nostra cultura, in realtà ne avevano uno che superava tutti: l’opportunismo.
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