1797_VEDA , Turchia, 2010. Regia di Zulfu Livaneli
Film biografico che racconta la figura storica di Mustafa Kemal Atatürk, Veda (termine che significa addio) di Zülfü Livaneli è un’opera dalla confezione formale pregevole. Livaneli è un artista poliedrico e utilizza le sue conoscenze specifiche, dalla musica alla poesia all’impegno politico, per una ricostruzione della vita del padre della Turchia moderna che sia anche un film godibile ed avvincente. In questo senso l’autore riesce pienamente nel suo scopo. Naturalmente nel momento in cui si sceglie un approccio così leggero, dovendo poi condensare in un paio d’ore scarse la vita di uno dei più importanti uomini del XX secolo e le sorprendenti trasformazioni che indusse nel suo paese, è chiaro che un lavoro di semplificazione degli elementi in gioco sia legittimo oltre che necessario. Oltretutto, raccontare l’evoluzione dall’Impero Ottomano nella Repubblica Presidenziale Turca, da paese ancora fortemente influenzato dalla religione a stato che provava ad essere laico, non è certamente un’operazione semplice. Qualche errore, qualche imprecisione storica, è quindi da mettere in conto, e non ci si deve fossilizzare su queste eventuali inesattezze per valutare l’operato di Livaneli. Per le ricostruzioni storiche rigorose ci sono gli studiosi di Storia; gli artisti è legittimo che si cimentino in campo artistico anche quando si mettono alle prese su fatti e persone realmente esistiti. L’importante è che lo sguardo complessivo sia d’aiuto a comprendere meglio e che eventuali licenze poetiche non siano occultate o spacciate per verità. E anche in questo senso Veda se la cava: il film sconfina troppe volte nell’agiografia di Atatürk ma va riconosciuta la grandezza dell’uomo politico soprattutto in relazione alle condizioni del suo paese. Mustafa Kemal trasformò la Turchia in modo sorprendente e, nel farlo, riuscì in un’autentica impresa. Che questa visione moderna e in assoluto anticipo sui tempi venisse proprio ad un uomo di guerra, un vero guerriero come Atatürk, è un ulteriore elemento di merito anche se forse proprio in questo aspetto si nasconde la radice del limite della sua opera. Kemal aveva trascinato la Turchia con la sua personalità, con la sua leadership ma cosa è realmente rimasto della sua eredità? Siamo sicuri che le recenti svolte della Turchia stiano seguendo ancora le sue direttive o, forse, il paese tra i due continenti stia tornando sui propri antichi passi? Domande che esulano, forse, l’ambito cinematografico seppur strettamente legate al film di Livaneli. Ma andiamo con ordine perché, come detto, Veda è un’opera di agevole fruizione: la vita di Atatürk è raccontata dal fraterno amico Salih (Serhat Mustafa Kılıç) mentre assiste il leader turco al suo capezzale. Questo escamotage narrativo giustifica una descrizione effettivamente un po’ troppo in odore di venerazione per i moderni canoni cinematografici; ma si è detto dell’importanza del personaggio in assoluto e ancor più se riferita al proprio contesto. La vita del protagonista è tratteggiata per sommi capi a partire dall’infanzia, tanto che sono stato impiegati quattro attori differenti per interpretare Mustafa Kemal nelle varie fasi della vita. Da bambino (interpretato da Kaan Olcay) si distingue subito nelle vie di Salonicco per i capelli biondi e gli occhi chiari. Divenuto più grandicello (Bartunç Akbaba) entra alla scuola militare e comincia ad avere le prime divergenze con la madre Zübeide (Dolunay Soysert), fervente religiosa. Una volta adulto (Sinan Tuzcu) in Mustafa Kemal si fa via via più nitida la visione della necessità di una trasformazione della realtà turca in uno stato moderno sul modello occidentale. Ma non saranno certo le avveniristiche idee del giovane a dargli la fama e il consenso generale quanto i successi militari.
Da questo punto di vista uno dei passaggi decisivi fu la sua esperienza a Gallipoli durante la Prima Guerra Mondiale. La sua abilità di stratega in battaglia oltre ad un segno del Destino di grande clamore (il colpo che lo ferì al cuore senza ucciderlo) accelerarono la sua scalata fino al rango di pascià. Va detto che gli scontri sulla penisola di Gallipoli nella resa scenica di Livaneli lasciano particolarmente a desiderare ma, come detto, non è in questi dettagli che risiede l’importanza del film. Del resto anche la successiva ascesa di Atatürk è ancora più abbozzata: le riforme introdotte, la laicizzazione dello stato, l’introduzione dell’uso del latino come scrittura, il divieto per gli uomini di portare il fez, il tipico copricapo turco, e il chador, il velo, per le donne, sono appena accennate. Ma questo perché qui il discorso di Livaneli entra nel vivo ed è legato alle due donne della storia e alla loro importanza nella vita di Mustafa Kemal. La bella e delicata Fikriye (Özge Özpirinçci) è una sorta di cugina di Mustafa e ne è da sempre innamorata tanto che l’uomo si affeziona a lei in modo sincero. Ma a Smirne il pascià incontra Latife (Ezgi Mola), donna facoltosa, istruita e conoscitrice della cultura occidentale. Dapprima come semplice interprete poi sempre più in confidenza, Latife arriva ad occupare nel cuore di Mustafa Kemal il posto di Fikriye che, tra l’altro, è malata di tubercolosi. Nella superficialità con cui l’uomo si invaghisce di Latife dimenticandosi di Fikriye si potrebbe leggere una critica alla sua condotta ma l’attenzione dell’autore è spostata altrove. Livaneli con i tre elementi del triangolo sentimentale imbastisce infatti una metafora di cui purtroppo svilisce l’effetto dichiarandola esplicitamente. Apprendiamo infatti dal racconto di Salih, voce narrante del film, come Fikriye simboleggi l’oriente tradito e abbandonato in favore della svolta occidentale impersonata da Latife. Che però si rivela sbagliata: la donna, infatti, una volta sposata con Mustafa Kemal, cerca di forzare i tempi pretendendo che l’ambiente rinneghi le proprie origini. In sostanza Livaneli vuole dire che Atatürk con la sua occidentalizzazione del paese abbia finito per tradire la vera natura della Turchia, come detto incarnata dalla dolce Fikriye. Tuttavia sarebbe sorprendente che un autore completo come Livaneli abbassi tanto il livello del suo lavoro smascherando esplicitamente un meccanismo che funziona a dovere solo se viene tenuto in secondo piano. Infatti, in una metafora, una volta che viene dichiarata, allo spettatore verrà naturale scorgerne le incoerenze piuttosto che quegli abbinamenti ormai divenuti scontati. E infatti è un’altra la metafora che colpisce maggiormente in Veda. Come detto il film si intitola addio e trova il suo culmine con la morte di Atatürk. Già il suo abbandonare Fikriye aveva provocato il suicidio della donna; allo stesso modo quando il pascià muore e abbandona anche Salih, questi si uccide. In sostanza si può concludere che le persone che più hanno amato Mustafa Kamel non sono riuscite a sopportare di sopravvivergli. Qui la metafora appare folgorante oltre che celare una critica che, vista dall’esterno, appare durissima per il leader: non essere stato in grado di formare, preparare ed educare coloro i quali hanno creduto in lui affinché potessero andare avanti, proseguendo la sua opera. E nessuno ha creduto in Atatürk quanto il popolo turco. Purtroppo, gli sviluppi recenti della Turchia potrebbero rivelare la verità nascosta in questa metafora.


