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lunedì 19 febbraio 2024

LE ORE SONO CONTATE

1440_LE ORE SONO CONTATE (Count the hours). Stati Uniti 1953; Regia di Don Siegel.

Il regista Don Siegel si era fatto le ossa come assistente e montatore per gente come Michael Curtiz e Raoul Walsh, autori che forse ne influenzarono lo stile teso, secco, asciutto che ottimizzava ogni passaggio narrativo in modo mirabile. Le ore sono contate – il cui titolo sembra quasi l’intento programmatico della poetica del regista – non è ricordato come il miglior film di Siegel, sebbene sia un valido noir giudiziario dei primi anni Cinquanta, ma basta prenderne l’incipit per comprendere l’acuta capacità del regista di snocciolare la trama in modo incalzante. In una zona rurale degli Stati Uniti due anziani vengono assassinati: la polizia interviene e sospetta del vicino, George Braden (John Craven), da poco insediatosi nella zona. L’uomo è innocente ma ha una pistola calibro 9, esattamente lo stesso di quella del duplice omicidio; intimorito, Braden sul momento decide di tacere la cosa al procuratore distrettuale Gillespie (Edgar Barrier), che lo incalza con domande ficcanti. La moglie di Braden, Ellen (Theresa Wright, bravissima anche da spenta come richiesto dal ruolo) vedendo il marito sul punto di cedere, decide di prendere la pistola e gettarla nel lago lì vicino, prima che i poliziotti la trovino durante la perquisizione. I momenti sono concitati ma la donna si rivela insospettabilmente scaltra e l’arma finisce dunque in fondo all’acqua melmosa. Ma, proprio a quel punto, George aveva appena confessato di possedere una pistola e intendeva consegnarla ai poliziotti per dimostrare la propria innocenza. Una verifica balistica avrebbe potuto infatti facilmente dimostrare che non si trattava dell’arma del delitto; malauguratamente adesso la pistola non era più disponibile. 

Il che diviene una complicazione: il comportamento di Ellen convince infatti Gillespie della colpevolezza di Braden. Al procuratore pare chiaro che la moglie non abbia voluto far ritrovare la pistola perché era quella usata nell’omicidio. Come si vede, il congegno narrativo cambia continuamente i presupposti e gli intenti dei protagonisti sono travisati sia dagli altri personaggi che, mettiamola così, dalle conseguenze del loro agire, perché tutto finisce per andare in direzione opposta agli sforzi profusi. Siegel, dal canto suo, è formidabile nel dettare i ritmi in cabina di regia: con un incipit così, il film è già bell’è che risolto. In sostanza Braden, dopo aver ammesso la sua colpevolezza a fronte della durezza dell’interrogatorio a cui è sottoposta anche sua moglie, che oltretutto è incinta, non riuscirà (quasi) più a levarsi di dosso l’etichetta di colpevole. La sua confessione, firmata in cambio della promessa che Ellen venisse rilasciata, sarà la prova schiacciante dell’accusa che non si preoccuperà più di continuare con gli accertamenti. La pistola non viene ricercata, il vero colpevole, Max Verne (Jack Elam) pur se fortemente indiziato, non viene torchiato e, anzi, Gillespie sembra mettersi di puntiglio a sostenere la colpevolezza di Braden. Anche perché il suo amico, l’avvocato Doug Madison (Macdonald Carey), che lui stesso ha nominato difensore d’ufficio dell’accusato, dopo essere stato assai riluttante ad accettare l’incarico, ha preso a cuore il caso. Troppo a cuore, sembra non solo al procuratore, almeno a sentire le voci di un qualche interesse sentimentale del legale nei confronti di Ellen, quantunque Madison fosse già ben accasato con Paula (Dolores Moran), bionda, bella e ricchissima. In realtà, quello dell’avvocato è solo senso di giustizia, in quanto è evidente, ad un esame un minimo approfondito, che contro Braden non esistono vere prove e la confessione non ha riscontri concreti. E questo è l’aspetto migliore del film: perché quello che Siegel mette sotto accusa non è un caso isolato di malagiustizia, ma il sistema giudiziario americano sebbene potremmo sostanzialmente estenderne la critica a quelli di tutti i paesi cosiddetti liberi. Per carità, questo non vuol dire che nei regimi dittatoriali gli imputati se la passino meglio, questo assolutamente no. 

Però, in genere, nei paesi occidentali, il potere giudiziario viene propagandato come equo, in virtù della sua indipendenza da quello politico. In realtà, laddove riesca ad essere davvero indipendente dalla politica, quello è certamente un punto a suo favore ma poi il quadro è assai più complesso e articolato. Perché è un dato di fatto che, nelle difficoltose dinamiche dei dibattimenti, l’accusa finisca non tanto per inseguire la verità quanto per cercare un individuo che sia condannabile. E quando lo trova e i pezzi del puzzle sembrano combaciare, non si affanna poi più di tanto a produrre ulteriori verifiche; al contrario, sembra piuttosto cercare di preservare quell’equilibrio tra i vari elementi che incastrano il malcapitato, un equilibrio magari faticosamente e forzosamente trovato. Un quadro che ricorda qualcosa, magari nei processi italiani? Dovrebbe, perché la cosa accade puntualmente anche e soprattutto in quelli più noti e mediatici perché le forzature delle procure vanno di pari passo al clamore dell’opinione pubblica. Ma, per dovere di cronaca, è anche vero che in molti casi, le pastoie burocratiche della Giustizia sono rispolverate ad hoc per rilasciare questo o quell’imputato in modo strumentale. Insomma, si tratta di un sistema che, a guardare i risultati, fa acqua da tutte le parti con l’unico vantaggio a suo carico – non da poco, ad essere onesti – che l’assolutismo di despoti e dittatori, che dispongono a proprio piacimento della Giustizia, è certamente assai peggio. Ma che sia almeno chiaro che anche nel mondo cosiddetto libero – quello che prevede l’indipendenza del potere giudiziario – non siamo di fronte ad un sistema equo nemmeno in materia di Giustizia. E Siegel, già nel 1953, quando il modello americano era in rampa di lancio, si premura di mostrarcelo in modo quanto mai chiaro e inequivocabile. 

Il tutto in un film che, pur non essendo un capolavoro, tiene costantemente lo spettatore sull’orlo della poltrona, avvinto dall’intrigo e in apprensione per la sorte di Braden che, nonostante gli sforzi dell’avvocato Madison che accendono continuamente nuove illusioni, sembra sempre più segnata. Il tema delle speranze che riservano sempre risultati negativi è l’argomento cardine del film – si veda lo sguardo del racconto su una Giustizia che si rivela ingiusta – e ad esso è legato il momento critico più impressionante della storia. Nonostante il film si apra con la citata scena dell’omicidio, il passaggio più tremendo è quando il sommozzatore chiamato da Madison per trovare la pistola in fondo al lago, deve congedarsi avendo l’avvocato esaurito il budget a disposizione per pagarne le immersioni. L’uomo si era presentato infatti come una sorta di salvatore della patria e come tale aveva voluto esser pagato e di questo si sera preoccupato Madison, non avendo risorse finanziarie la povera Ellen. Pur non essendo riuscito nello scopo di recuperare la pistola, decide comunque di prendersi un premio extra e cerca di cogliere al volo l’occasione di trovarsi a tu per tu con una donna bella e indifesa come la signora Braden. La scena, che in un primissimo momento non lascia presagire nulla di drammatico, è girata con maestrìa ma è traumatizzante anche per il suo essere completamente fuori contesto: ed è proprio in questo modo che Siegel riesce a catturare perfettamente la natura della violenza che è, sempre, del tutto immotivata e senza giustificazioni. Notevole l’apporto della fotografia in bianco e nero di John Alton per la resa di questa sequenza e di molte altre, nelle quali la luce e il gioco delle ombre è usato con notevole perizia. Il morboso desiderio sessuale, che nella citata scena muove il sommozzatore, è esplorato anche nella coppia composta dal violento Max Verne e dalla sua donna Grace (una sinuosa e sensuale Adele Mara). La ragazza è consapevole dei rischi che corre convivendo con un tipaccio come Verne, ma li preferisce alla miseria della sua famiglia d’origine. Non è, quindi, un personaggio positivo, in quanto è evidente che ogni sua mossa è dettata dall’intento di guadagnare qualcosa; da un punto di vista morale ci sarebbe da obiettare anche sul fatto che, sapendo che un innocente sta finendo sulla forca, non si lascia affatto intenerire e non collabora con le indagini, ma sia sempre in cerca di ottenere qualcosa di concreto in cambio. Eppure lo sguardo di Siegel e del film sono tutto sommato bonari, nei suoi confronti: che i poveracci cerchino di barcamenarsela infischiandosene dei temi etici o della Giustizia, è comprensibile, insomma. Assai meno che lo facciano funzionari delle istituzioni. Ma tant’è ancor oggi.   



Dolores Moran 






Teresa Wright 




Adele Mara 




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