1806_DIMENTICARE LISA . Italia 1976. Regia di Salvatore Nocita
Già dai primi anni Settanta, il Thriller all’italiana –il genere dei film di Dario Argento, Lucio Fulci e company– aveva ampiamente dimostrato che per storie del brivido o con contenuti criminosi l’ambientazione italiana era perfettamente congeniale. La stessa Rai, la televisione di stato, se ne era progressivamente resa conto, realizzando nel tempo una serie di opere gialle di natura prettamente italiana che era culminata con il capolavoro L’amaro caso della baronessa di Carini [Daniele D’Anza, 1975]. Una vicenda ambientata in un luogo familiare era più credibile per chi viveva in quel luogo, ma lo era anche in senso assoluto: anche per uno straniero era più facile immedesimarsi in una storia se chi la raccontava ne era parte integrante. Certo, c’erano eccezioni, in questo senso, si pensi ai generi cinematografici quali il Gotico italiano o gli Spaghetti western, ma tendenzialmente una vera conoscenza del contesto rendeva maggiormente credibile un racconto. Gli stessi sceneggiati tratti da Francis Durbridge prodotti dalla Rai, se consideriamo lo scrittore inglese come il loro vero artefice, erano un altro esempio in quest’ottica. L’impostazione dei racconti che verteva sulla soluzione dell’intrigo era perfettamente confacente ad un’ambientazione britannica. Tenendo in considerazione tutti questi aspetti, alle quali si aggiungeva la necessità di contenere i costi di produzione, verso la metà degli anni 70, in Rai si decise di ambientare gli sceneggiati in Italia, anche qualora fossero originariamente previsti in altri lidi. Il «telegiallo» tratto da Francis Durbridge era stato un appuntamento annuale quasi fisso per gli italiani, almeno tra il Giocando a golf una mattina [Daniele D’Anza, 1969] del 1969 e Il lungo il fiume e sull’acqua [Alberto Negrin, 1971] trasmesso nel 1973, per un totale di quattro sceneggiati in un lustro. Tutti grandi successi di pubblico; eppure, pur essendoci disponibili ancora altre opere dello scrittore inglese, la produzione italiana di sceneggiati tratti dai sui scritti si inceppò. Fu solo nel 1976 che Durbridge fece ritorno sui nostri schermi e lo fece addirittura con due titoli, quasi a calmare l’astinenza dei fans italiani: in realtà la doppia proposta non corrispose a qualcosa di realmente soddisfacente, e fu probabilmente il tentativo di capire quale strada percorrere.
Il problema, come detto, era riuscire ad essere ancora credibili, proponendo le trame fortemente intrise di «british style» di Durbridge, senza spendere cifre folli per ricostruzioni dispendiose o riprese in loco in altrettanto dispendiose trasferte. Le direttive sarebbero state quelle di preferire storie entro i nostri confini ma, in ossequio al successo del giallista britannico, vi fu un ultimo tentativo mantenendo l’ambientazione inglese. In settembre fu così trasmesso A casa, una sera… di Mario Landi, per realizzare il quale si scelse una pièce teatrale che prevedeva già in origine un’ambientazione in interni, il che agevolò una ricostruzione in chiave britannica negli studi Rai di Torino. Era un’opzione, per così dire al ribasso, e servì più che altro a stimolare l’appetito dei cultori di Durbridge per quello che era stato annunciato come il piatto forte della nuova stagione invernale televisiva: Dimenticare Lisa, quello sì un vero e proprio sceneggiato. Purtroppo quello diretto da Salvatore Nocita e trasmesso nell’ottobre del 1976 sulla Rete 1 fu sostanzialmente una mezza delusione. Come detto, la Rai aveva dato una bella sforbiciata ai budget per contenere i costi e, anche in quest’ottica, per realizzare Dimenticare Lisa fu riscritta completamente la storia originale ambientandola a Napoli e nei dintorni, a Marina di Seiano e Meta di Sorrento. La Rai aveva gli studi a Napoli e queste location vicine permisero di realizzare lo sceneggiato senza spendere una fortuna. Peraltro, l’ambientazione campana della storia, con i protagonisti comunque quasi tutti stranieri, è funzionale e non la pregiudica. Peter Goodrich (Ugo Pagliai, a suo agio) è un antiquario inglese che incontra casualmente la bella americana Lisa Carter (Marilù Tognolo, a cui manca forse qualcosa per un ruolo così magnetico) e se ne innamora perdutamente. Inizialmente, sembra di guardare una fiction romantica ma, con tempismo perfetto, proprio quando le effusioni e le smancerie sembrano superare la soglia di guardia, la storia vira sul giallo, e la vicenda prende mordente. Il testo originale di Durbridge, The Doll, era stato scandito in modo inconsueto rispetto ai precedenti lavori dell’autore inglese: si era abbandonata la formula delle cinque o sei puntate da trenta minuti l’una in luogo di meno episodi più corposi, tre da un’ora. Questo aveva spronato Durbridge ad un maggior approfondimento delle psicologie dei personaggi, essendoci più tempo per i dialoghi visto che i «cliffhanger», i finali di puntata sospesi, erano solo due e c’era meno lavoro preparatorio in tal senso. Forse fu anche questa maggior corrispondenza alle esigenze italiane –storie più lunghe, maggior spessore dei personaggi– che per Dimenticare Lisa non fu ingaggiato uno sceneggiatore specifico ma questo compito fu assorbito dalla consueta traduttrice delle opere di Durbridge, Franca Cancogni. Se non ci sono motivi di dubitare sulla qualità del suo lavoro di trascrizione, sorge più di qualche perplessità sul suo operato in sede di aggiustamento della trama originale che si ingarbuglia in modo davvero approssimativo e quanto mai lontano dalla precisione di Durbirdge, soprattutto nel finale.
Ma è un po’ tutta quanta l’operazione in sede di sceneggiatura a fare acqua, si veda il ricorso al finale ad effetto della prima puntata, che sembra mettere il fratello di Peter, Claude (Carlo Enrici), in luce assai sinistra e che si rivelerà essere però un passaggio gratuito, estemporaneo ed incoerente. I gialli «a là Durbridge», con la loro precisione mirata a finali multipli, non erano esenti da perplessità, ma proprio l’attenzione maniacale e la dedizione nel lavoro erano salvacondotti perlomeno sufficienti a certificare la buona volontà dell’autore. Poteva sorgere il dubbio sul senso generale di creare un meccanismo che avesse come unico scopo intrattenere lo spettatore, giocando un po’ a rimpiattino con la logica deduttiva per lasciare inalterata la possibilità di continue svolte narrative. In Dimenticare Lisa –a fronte di un’opera alla sua base, The doll, che è considerata una delle migliori di Durbridge– Cancogni e Nocita ad un certo punto naufragano tra le tante piste disseminate e si rifugiano in un finale confuso e arruffato che lascia lo spettatore consapevole di essere stato, narrativamente, imbrogliato. Certo, il 1976 era nel pieno degli «Anni di Piombo», delle tante storie italiane senza senso né logica, senza soluzione e men che mai lieto fine. La lotta armata dei rivoluzionari, il terrorismo, l’eversione di Stato, le stragi, gli attentati, le manovre dei Servizi Segreti deviati: in Italia si respiravano paura e confusione e di logica non v’era praticamente ombra. Spesso il cinema con gli spunti più interessanti di un genere troppo sottovalutato come il poliziottesco, aveva attinto a piene mani da questa situazione, si pensi a La polizia ringrazia [Stefano Vanzina, 1972], La polizia accusa: il Servizio Segreto uccide [Sergio Martino, 1975] o a altri titoli dello stesso tenore. Dimenticare Lisa, che si rivolge maggiormente ai gialli alla Dario Argento per certi suoi momenti forti, si veda l’utilizzo della bambola, ci restituisce unicamente l’atmosfera da incubo quotidiano che si viveva ai tempi. Peccato per il fastidio che lasciano i goffi ingarbugliamenti della trama tesi a nascondere le incongruenze in sede di scrittura. Sempre, ma soprattutto in un giallo, un errore imperdonabile.
Marilù Tolo


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