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giovedì 25 febbraio 2021

CHE DRITTO... CON 3 DONNE A LETTO!

763_CHE DRITTO... CON 3 DONNE A LETTO (Up in the cellar). Stati Uniti; 1970. Regia di Theodore J. Flicker.

Con il suo titolo italiano davvero brutto e fuorviante, Che dritto… con 3 donne a letto è una commedia che ha giusto qualche spunto che merita di essere ricordato. Nel complesso è difficile salvare il film di Theodore J. Flicker, sul quale gravano troppi elementi poco funzionali; ma, come detto, c’è anche qualche nota lieta. Ad esempio il ritmo narrativo: Che dritto… con 3 donne a letto è un film che si lascia piacevolmente vedere, parlando strettamente dal punto di vista dello snocciolarsi della vicenda. Poi è curiosa anche una certa atmosfera tardo anni sessanta, con le proteste studentesche in contrasto con l’anima bigotta e puritana dell’America (anche se, a vederla oggi e nei termini messi dal film di Flicker, si rivaluta quest’ultima). Parlando degli interpreti, benissimo Larry Hagman nel ruolo del preside dell’università al centro della vicenda e candidato senatore: il suo Maurice Camber è una versione camp del suo più noto personaggio, quel J.R. della serie Dallas dei successivi anni 80. Curiosamente, l’altra più memorabile figura sulla sponda dei cattivi nelle soap degli eighties, ovvero Joan Collins (Alexis Colby in Dinasty), è il solo personaggio che aiuta Hagman a cercare di salvare la baracca nel film di Flicker. Joan è Pat, moglie di Maurice e segretamente appassionata di astrologia: il suo discorso finale sull’orgasmo simultaneo collettivo, del tutto inaspettato in una convention del partito conservatore dedicato a moralità e rettitudine, è uno dei passaggi memorabili dell’opera. Ma, a proposito del cast, cominciano ad arrivare le prime difficoltà del film: male, malissimo Colin, il protagonista, un insulso studente che si diletta nei panni di poeta interpretato in modo maldestro e stucchevole da Wes Stern. 

Male anche Catlin Adams che non riesce a rendere interessante Tracy, la figlia di Maurice; meglio fa Judy Pace nel ruolo di Harlene, segretaria e amante del preside. La trama prevede la vendetta di Colin nei confronti di Maurice: il computer della scuola ha tolto la borsa di studio al ragazzo, nonostante questi sia acclamato come promettente poeta. Anche il preside se ne convince ma, allo stesso tempo, non vuole sconfessare l’assoluta attendibilità del suo computer e nega così il suo intervento per salvargli la borsa di studio. Al novello poeta non rimane che suicidarsi buttandosi dalla torre delle telecomunicazioni; tuttavia Maurice non può permettersi uno scandalo nella sua scuola, visto che è candidato senatore, e quindi eroicamente lo salva. Umiliato, Colin non trova di meglio che cercare di rovinare la vita al preside portandosi a letto le sue tre donne (figlia, moglie e amante). A parte che la scarsa avvenenza di Stern rende troppo poco credibile la cosa (anche in una commedia), lascia abbastanza stupiti come il rivoluzionario poeta non esiti a strumentalizzare la storia d’amore che innesca con l’ingenua Tracy, pur di raggiungere il suo scopo. In questo senso, nella scorrettezza intrinseca al pensiero rivoluzionario dei sessantottini, c’è uno dei pochi aspetti interessanti nel film: combatterono sì l’ipocrisia benpensante, ma lo fecero con le stesse armi (ipocritamente camuffate).
Ah, nota a margine: il computer dell’università aveva ragione. 

Joan Collins


Judy Pace



Catlin Adams

mercoledì 24 febbraio 2021

L'ESECUTORE

762_L'ESECUTORE (The Executioner). Regno Unito; 1970. Regia di Sam Wanamaker.

A prima vista, L’esecutore di Sam Wanamaker è un buon film di spionaggio degno rappresentate della cinematografia inglese che, di quel genere, ha sempre avuto una solida tradizione. Per la verità il regista americano si ingarbuglia un po’ con i flashback ma, in fin dei conti, una certa mancanza di chiarezza è anche legittima in un film in cui segreti ed intrighi sono elementi base del testo. Anzi, va dato atto a L’esecutore di essere un film avvincente, soprattutto nella seconda parte, quando cioè comincia a cambiare un po’ la prospettiva del racconto. Inizialmente il film sembra infatti la tipica esaltazione della spia glaciale ed infallibile (George Peppard nei panni di John Shay) che, in questo caso, si deve scontrare non tanto con il nemico ma piuttosto contro i propri superiori. Il che amplifica la statura eroica di Shay, visto che sembra l’unico ad aver scoperto come vanno le cose in mezzo ad un’organizzazione, il controspionaggio di Sua Maestà, dove resta da capire chi non è abbastanza acuto e chi invece sta facendo il doppio gioco. Ben presto Shay individua nel collega Adam Booth (Keith Michell) la mela marcia; ma la commissione d’inchiesta richiesta dal nostro protagonista gli si ritorcerà contro, visto che l’indagato è scagionato mentre è proprio Shay, già malvisto per il fallimento dell’ultima missione, ad essere accusato circa i metodi utilizzati per indagare sulla presunta talpa. E qui introduciamo l’elemento che rende interessante, oltre alla buona verve narrativa, L’esecutore, ovvero quello femminile. Non si tratta, però, di osservare le grazie di qualche emula delle famose Bond Girls, ma di un taglio meno estetico alla questione. 

A fornire le informazioni necessarie a Shay per la sua personale inchiesta alla ricerca dell’infiltrato è infatti Polly (Judy Geeson), impiegata dell’archivio del controspionaggio inglese. Polly è dichiaratamente innamorata di Shay che sfrutta senza alcun ritegno il suo ascendente su di lei; questo rapporto rappresenta la tipica situazione del film di spionaggio, con l’agente segreto bello e impossibile e la ragazza (non più che carina, in questo caso), che fa di tutto per assecondarlo e ottenere in cambio un po’ di attenzione. E’ un’impostazione evidentemente da maschi per un genere narrativo tipicamente maschile; James Bond, grazie all’ironia e al carisma di Connery oltre che del personaggio, riuscirà a sdoganare il genere presso il grande pubblico (femminile incluso) ma Peppard, pur essendo certamente un attore di rango, non è certo ai livelli del mitico interprete scozzese. Peraltro in L’esecutore è perfettamente funzionale: glaciale e infallibile fin tanto che è convinto di essere nel giusto contro tutto e contro tutti, vede nel finale le proprie certezze crollare. Ma il vero punto di interesse è poco prima a quando scopre di aver preso un granchio colossale e di essersi macchiato di un omicidio, per di più a sangue freddo, del tutto ingiustificato. Lì è quando la storia deflagra e si incendia, divenendo davvero avvincente; e Peppard, tanto è bravo a fare l’uomo tutto d’un pezzo, quanto è convincente a dare corpo alla disperazione che lo assale quando si rende conto di essersi completamente sbagliato. 


Tuttavia l’aspetto più importante è più sottile e, come detto, riguarda la figura femminile ma non quella citata di Polly, quanto piuttosto il suo opposto, Sarah, interpretata dalla sontuosa Joan Collins. La Collins non era nuova a recitare ruoli chiave (L’altalena di velluto rosso, 1955 di Richard Fleischer o Fermata per 12 ore, 1957 di Victor Vicas, tanto per fare due titoli molto sottostimati) e in L’esecutore è il perno centrale attorno al quale ruota tutta la vicenda, nonostante il suo spazio nel film non sia certo proporzionale alla sua importanza. Peraltro, una prerogativa della grande attrice inglese era di riuscire a rendere memorabili e dense di significato anche interpretazioni che non le concedevano ampi spazi di manovra. In questo caso il suo apporto al film è decisivo: è lei, e il fatto è rimarcato più volte da personaggi diversi, in modo esplicito o implicito, il motore della vicenda. Wikipedia inglese definisce L’esecutore un neo-noir, il sito di riferimento per il cinema IMDB lo definisce un dramma od un thriller, mentre in Italia è considerato un film di spionaggio; l’idea che qualcuno possa ritenere quello di Wanamaker un neo-noir è curiosa, ma non del tutto infondata. Sarah è infatti una perfetta dark lady: una donna per la quale il marito, una spia, perde la vita in un omicidio organizzato da Philip Crawford (George Baker), un altro agente segreto innamorato di lei, messo in pratica (come fosse un’esecuzione opera di un boia, da lì probabilmente il titolo dell’opera) da Shay, ancora infatuato della bella moglie del collega e sua ex fidanzata. 

E, nonostante il glaciale protagonista del film non lo ammetta mai esplicitamente, è chiaro che la possibilità di eliminare fisicamente l’uomo che si frapponeva, in quanto marito, tra sé e Sarah, era stato un incentivo non trascurabile nella decisione fatale. Del resto Crawford lo rinfaccia esplicitamente a Shay, che non può replicare. Ecco dunque che quella interpretata in modo ambiguamente trattenuto dalla Collins è perciò una vera femme fatale degna di un noir (o neo-noir): una donna che è un tale centro di attrazione per tre uomini che finisce per rovinarli tutti. Ai tempi, le rivendicazioni femministe della rivoluzione sessantottina viaggiavano su altri binari, e per anni la diva inglese sembrò fuori registro, continuando, con il proseguo degli anni settanta, a venire sottovalutata. In realtà, la capacità di gestire il desiderio che Joan Collins riesce sempre ad impersonare in modo sublime sullo schermo, anche nei suoi film meno espliciti, è moderna ancora oggi. E sempre lo sarà, essendo Joan, una di quelle star senza tempo.



Joan Collins








Judy Geeson



martedì 23 febbraio 2021

CAN HEYRONIMUS MERKING EVER FORGET MERCY HUMPPE AND FIND TRUE HAPPINESS?

761_CAN HEYRONIMUS MERKING EVER FORGET MERCY HUMPPE AND FIND TRUE HAPPINESS?  Regno Unito; 1969. Regia di Anthony Newley.

No, he can’t do it. E verrebbe voglia di chiuderla qui. Perché, a dispetto di quanti credano che il film di Anthony Newley Can Heironymus Merkin ever forget Mercy Humppe and find true happyness? si possa solo amare o odiare incondizionatamente, c’è anche l’ipotesi di rimanere tiepidi di fronte a quello che sembra, almeno un poco, uno sperpero dell’innegabile talento dell’autore inglese. Intendiamoci: nessuna ironia sul talento di Newley che è un vero animale da palcoscenico e in Can Heironymus Merkin ever forget Mercy Humppe and find true happyness?, nei panni di Heironymus Merkin, dà sfoggio ad una serie di performance obiettivamente divertenti e trascinanti. E, a dir la verità, l’idea di sovrapporre in modo tanto evidente la vita reale con l’arte sembra essere molto funzionale, con Joan Collins, consorte dell’autore, chiamata ad interpretare Polyester Poontang, moglie di Heironymus ormai messa in secondo piano rispetto alla più giovane Mercy Humppe (Connie Kreski, già paginone di Playboy). Il fatto che per il ruolo dei due figli di Heironymius siano stati scelti proprio Tara e Sasha, figli di Newley e della Collins anche nella vita reale, certifica che l’opera, più che autobiografica, sia addirittura intrecciata con l’universo, quotidiano e artistico, del suo autore. Ma va detto che, nel fare un bilancio della visione, è difficile capire se si è stati al passo di Newley e della sua centrifuga artistica: del resto quegli autori che si preoccupano solo di sé stessi (un po’ come Fellini, a cui Newley pare si sia ispirato), non sembrano darsi pensiero di quanto la loro arte possa essere effettivamente fruibile in toto. E forse anche per questo, come si diceva, sono considerati non a caso divisivi: o si amano o si odiano. Il che è senz’altro comprensibile: chi si ritrova in modo naturale nello stile bizzarro e satirico di Newley può entusiasmarsi, chi non riesce a sintonizzarsi in modo adeguato può indispettirsi. Ma esiste anche una terza via per rispondere a questo modo di porsi nei confronti del pubblico. Ovvero qualcuno, in quel pubblico, può anche decidere di avere lo stesso atteggiamento dell’artista, vale a dire non curarsi poi più di tanto dell’autore, della sua vita, dei suoi gusti, delle sue idee e limitarsi a guardare quello che c’è sullo schermo. E rimanere, senza alcuna polemica, semplicemente un po’ perplesso di fronte a tale surplus di stravaganza.    



Joan Collins




Connie Kreski




lunedì 22 febbraio 2021

L'AMORE BREVE - LO STATO D'ASSEDIO

760_L'AMORE BREVE - LO STATO D'ASSEDIO . Italia; 1969. Regia di Romano Scavolini.

Pur non avendo ripetuto i problemi produttivi dei suoi precedenti tre film, anche Lo stato d’assedio (o L’amore breve) di Romano Scavolini pare abbia subito pesanti tagli al montaggio finale e persino modifiche nei dialoghi. In ogni caso, già il fatto che il film fu presentato come L’amore breve alla Mostra di Venezia salvo poi venir distribuito nelle sale con il titolo Lo stato d’assedio testimonia una certa confusione da parte dei produttori. Naturalmente la questione del titolo è più che altro simbolica ma è indicativa del fatto che il risultato finale non era convincente né sul piano della vicenda privata, l’amore breve ovvero la sbandata passeggera tra Lorenzo (Mathieu Carrière) e Roberta (Joan Collins, sprecata), e tanto meno lo era su quello politico, lo stato d’assedio in cui la società borghese era sottoposta dalla contestazione. Quando i tagli imposti dalla produzione, in genere per finalità legate alla distribuzione e quindi non di natura artistica, sono notevoli è poi difficile valutare un’opera che si mostra palesemente monca. In questo senso è giusto sospendere la valutazione sulla qualità del lavoro di Scavolini, del quale non sappiamo effettivamente quanto sia rimasto sullo schermo. Tuttavia è forte l’impressione che, perlomeno per il film in sé stesso, i tagli non siano stati poi questo gran male. Nei 90 minuti lasciati per la versione giunta a noi, non si vede l’ombra di un serio sviluppo narrativo, un barlume di qualcosa di interessante, per cui è difficile pensare che tutta la differenza dovesse risiedere nei frammenti che oggi sono mancanti. I personaggi sono sostanzialmente tutti negativi e nessuno sembra avere una scintilla di valore a cui aggrapparsi per muovere almeno un po’ la storia. Non è una questione sul pessimismo o l’ottimismo di un racconto; è un dettaglio tecnico. E poi c’è almeno un passaggio, evidentemente cruciale sin negli intenti dell’autore, che desta un certo fastidio. La Collins interpreta una donna indipendente e la scelta dell’attrice inglese non sembra affatto casuale: la tresca con il partner più giovane, il personaggio di Carrière, sembra alludere al tentativo di emancipazione, anche in ambito sessuale, delle donne. Era un tema del tempo, si era nel pieno della contestazione, ma la Collins interpretò la cosa sempre in modo molto personale ed autonomo. In ogni caso, la scena in cui uno sbarbatello le impone di spogliarsi completamente, oltre a suscitare il ricercato fremito nel pubblico, è di per sé oscena. Si vuole, probabilmente, rivendicare la sudditanza della donna di fronte all’uomo, tanto che una borghese emancipata come Roberta si umilia nell’ubbidire in quel modo ad un bamboccio viziato. Ma è solo una bigotta scena volgare nel senso più puro del termine che qualifica come tale l’opera. Inoltre, se non c’è mai, nel racconto, nemmeno momentaneamente, qualcosa di buono ma tutti i personaggi si muovono per scopi puramente egoistici (che sia per motivi economici, sessuali, sociali, poco importa) la storia perde ulteriormente significato. Si assiste ad uno sprofondamento collettivo che non desta particolare attenzione perché non vi è alcuna possibilità che accada qualcosa di inaspettato. Il personaggio di Vallauri (Frank Wolff), che avrebbe dovuto alimentare la sponda sociale del testo ed è un po’ estraneo alle vicende pruriginose (che, di fatto, sostengono il film), è quello che potremmo definire il testimone (sorta di spettatore dentro la pellicola) di questa situazione (di questo Stato d’assedio; in questo senso è azzeccato il titolo scelto per distribuire la pellicola). Prima si dice sconsolato per il degrado generale, poi si ubriaca, infine si suicida. Metaforicamente, il percorso a cui la visione del film potrebbe indurre lo spettatore. 



Joan Collins




domenica 21 febbraio 2021

SUBTERFUGE

759_SUBTERFUGE . Regno Unito; 1968. Regia di Peter Graham Scott.

Una certa difficoltà di decifrazione dei passaggi della trama è, nei film di spionaggio, spesso ricercata dagli autori per dare fascino misterioso alle loro storie; diventa difficile, a quel punto, capire quanto questo sia voluto e quanto sia dovuto all’incapacità poi di gestire i complessi intrighi in cui si muovono gli agenti segreti. In Subterfuge, film inglese del 1968, soprattutto nella prima parte, il regista Peter Graham Scott rischia infatti di perdere il filo del discorso mentre, quando la matassa si sgarbuglia un po’ e si passa all’azione vera e propria, con un rapimento di un bambino e lo scontro a fuoco finale, le cose vanno meglio. Nel corpo centrale dell’opera ad intervenire in soccorso alla tenuta della storia è la star della pellicola, Joan Collins. Anne, il suo personaggio, è la moglie di una spia inglese, Langley (un marmoreo Tom Adams) con il quale fatica a convivere, visto il lavoro impegnativo del marito. Della situazione approfitta Donovan (Gene Barry, non così più espressivo del rivale), un agente del controspionaggio americano che deve carpire notizie su Langley e decide di farlo frequentandone la moglie. Ovviamente, seppur nel personaggio di Anne l’attrice inglese sembri abbastanza trattenuta, è pur sempre Joan Collins e come tale materiale pericoloso da maneggiare, soprattutto se la trama preveda che la donna sia trascurata dal marito. Il magnetico fascino di Joan riesce prevedibilmente a scalfire anche la dura corazza della spia americana e così si innesca una trama sentimentale tra i due. La cosa non sembra proprio nelle corde di Barry, che si arrangia come può, mentre una Collins non particolarmente coinvolta si dedica a sciorinare un campionario di vestiti e pettinature in puro stile british sixty; anche in modo eccessivo. 

L’attrice è sempre brava e professionale, ad esempio nel mostrarsi contrita o disperata quando le rapiscono il figlio, peccato che nella scena successiva cambi acconciatura e la cosa sembri poco credibile: che, per rilassarsi di essere al centro di un intrigo con il figlioletto rapito, sia andata dal parrucchiere? Sciocchezze, sia chiaro, che poi a Joan si perdona tutto, soprattutto per il modo in cui, dopo aver così ben interpretato l’ideale di bellezza femminile degli anni cinquanta, era altrettanto in grado di incarnare quella dei tardo sessanta. Misteri dello charme di Joan, in questo davvero insuperabile. Che rimane, nel complesso, uno dei punti di forza di Subterfuge e forse l’unico motivo realmente valido per perdere l’ora e mezzo di tempo necessaria alla visione del film.  










Joan Collins






Suzanna Leigh