L’anno successivo a
L’uomo
che uccise Liberty Valance, John Ford diresse
I tre della Croce del Sud. Il film, spesso considerato una semplice
e divertente storia d’avventura esotica, riprende e universalizza l’amarezza
del bellissimo western precedente. Forse
I
tre della Croce del Sud patisce la mancanza della struttura ben codificata,
e ben conosciuta da Ford, del genere western e, a quel punto, la sarcastica
mano del regista di origine irlandese finisce per svilire eccessivamente
l’opera.
I tre della Croce del Sud
non è un filmetto leggero come spesso è stato inteso, questo assolutamente no
ma, nel complesso, manca di quell’equilibrio che lo avrebbe reso un
classico. E’ probabile che sia un
effetto voluto dall’autore ma, a differenza che in
L’uomo che uccise Liberty Valance, l’opera di decostruzione di Ford,
in
I tre della Croce del Sud, non
trova il giusto dosaggio. Negli ultimi anni della sua carriera Ford concentra
la sua attenzione sul genere western nei film ambientati negli Stati Uniti, un
genere certamente da sempre prediletto ma non necessariamente in modo così
esclusivo. Se intende uscire dal
genere,
ambienta le sue storie altrove, come ad esempio nella Polinesia de
I tre della Croce del Sud. Si tratta di
un mondo estraneo, alternativo, a quello americano, eppure in parte collegato
ad esso, essendo stato teatro di quella
Seconda
Guerra Mondiale che sancì la supremazia culturale a stelle strisce su gran
parte del globo. Si può quindi azzardare una sorta di parallelo: il genere
western sta alla conquista dell’America come i film ambientati nel pacifico
stanno alla nascita dell’imperialismo yankee.
Si potrebbe considerare il genere
bellico più adeguato a questo scopo, ma in fondo
I tre della Croce del Sud ha tantissimi rimandi al conflitto nel
Pacifico tanto che potrebbe essere inteso, per i film di guerra, quello che è
un
tardo western o un
western crepuscolare per il genere che
raccontava la conquista del west. I tre protagonisti,
Guns Donovan (John Wayne),
Boats
Gilhooley (Lee Marvin) e il dottor
Dedham (Jack Warden) sono tre ex-compagni d’armi
della Seconda Guerra Mondiale che trovarono
rifugio sull’isola Haleakaloha, continuando a combattere e finendo per
stabilircisi a conflitto concluso. Analogamente a quanto fatto per
L’uomo che uccise Liberty Valance, Ford
ambienta la sua storia in un contesto non realistico: il precedente western,
girato in un anacronistico e plumbeo, ma bellissimo, bianco e nero, era
esplicitamente il luogo dove la leggenda batteva la realtà storica; in questo
I tre della Croce del Sud ci sono
altrettanti elementi in questo senso. Intanto l’isola di Haleakaloha è del
tutto inventata, infatti il nome è la contrazione di
Haleakala (nome di un vulcano dell’isola di Maui, nelle Hawaii), e
aloha, famoso e accogliente saluto
anch’esso
hawaiano; ma è anche
l’unione delle parole hawaiane
casa,
ridere e
amore.
E anche la scelta del tipo di pellicola indica la volontà
del regista di rendere astratto il suo testo: in questo caso non utilizza il
ritorno al bianco e nero ma, al contrario, forza i colori enfatizzandone le
tonalità, aiutato in questo dal mare, dal cielo, dai fiori e dalla flora
lussureggiante. L’impressione è comunque di una messa in scena posticcia con
colori eccessivi: soprattutto per le numerose cerimonie che scandiscono il
racconto e che sono comunque, pur nella loro artificiosità, tra i momenti
migliori del lungometraggio. Bellissima la musica, con la splendida
Pearly Shells che è un motivo sonoro
degno di un
classico: memorabile ed evocativo.
Tra questi momenti corali il passaggio cruciale è la processione dei magi, il
giorno di Natale: dopo lo scultoreo sergente Menkowicz (Mike Mazurki) nei panni
del
Re della Polinesia e mister Eu
(Jon Fong) in quelli dell’
Imperatore della Cina, arriva Gilhooney, addobbato
in modo improbabile nella surreale parte del
Re degli Stati Uniti. Quegli stessi Stati Uniti d’America, il paese
della democrazia, del sogno americano, concetti totalmente estranei ad ogni
idea monarchica ma che avevano ormai tradito i propri ideali, erano
rappresentati in modo spietatamente lucido dalla figura ai limiti del
kitsch di Lee Marvin, addobbato con una corona di carta d’orata in testa.


Il predominio internazionale successivo alla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale aveva rappresentato per
gli Stati Uniti la fine di ogni velleità di uguaglianza e libertà: un percorso,
stavolta su scala planetaria, analogo a quanto era accaduto al loro interno e
stigmatizzato da Ford con gli ultimi western. Nel film, la critica alla società
americana è feroce, sebbene sempre in chiave ironica, nel paragone tra le
immagini ultra colorate e vivaci della Polinesia e il grigiore popolato da
vecchie mummie dell’ufficio di Boston. Nella riunione dove si cerca un pretesto
per estromettere il dottor Dedham dalla florida compagnia di famiglia, sua figlia, l’austera Amelia Dedham (Elizabeth
Allen) viene inviata in Polinesia per verificare se il padre abbia tenuto un
comportamento moralmente degno. L’uomo, dalla fine della guerra, non è mai
ritornato negli Stati Uniti e non ha mai conosciuto la figlia che, nel
frattempo, con la maggiore età ha assunto le redini della compagnia di
navigazione in questione. Notare come, se è vero che il padre non abbia fatto
in tutti quegli anni nulla per incontrare sua figlia, questa sia mossa ad un
viaggio tanto impegnativo non già da necessità affettive o quantomeno da
curiosità famigliare, ma dal mero
interesse. Vero è che il film ha un tono farsesco che fa capolino abbastanza
spesso, ma la stoccata rimane. Il punto dolente è che il dottor Dedham,
all’oscuro dei suoi parenti in America, durante questi anni polinesiani si è
sposato con la principessa locale, Manulani, da cui ha avuto tre figli: Leilani
(Jaqueline Malouf), una ragazza adolescente, e i due piccoli Cheryline e Lucky.
La bella Manulani è morta, e il dottore è assai indaffarato tra l’attività di
padre, nella quale è aiutato dallo
zio
Guns, e il ruolo di medico per
l’intero arcipelago.
Infatti, all’arrivo di Amelia a Haleakaloha, l’uomo non è in
casa perché è impegnato nelle sue visite mediche sulle altre isole; i due ex
commilitoni, preoccupati di quello che possa pensare l’austera figlia del
dottore a proposito dell’esistenza di fratellastri meticci, trasferiscono i tre
giovani a casa di
Guns, che si
spaccerà provvisoriamente per il loro padre. C’è l’intenzione, al ritorno del
dottore, di lasciare a lui la patata bollente di dare le spiegazioni alla
figlia americana; ma c’è anche una consapevolezza, che lascia piuttosto
amareggiati, di come si consideri naturale temere obiezioni o perplessità a
fronte di figli con donne di etnie non di ceppo europeo.
Certo, potrebbe essere
anche un semplice precauzione visto che il dottore era già sposato con la madre
di Amelia; ma Leilani manifesta esplicitamente il concetto di essere discriminata
in quanto
non bianca, e nemmeno
Guns riesce a rassicurala, non avendo lo
stomaco di mentire in una simile circostanza. In realtà Amelia si rivelerà
tutt’altro che antipatica o, peggio, razzista ma, se da un lato questo potrebbe
stemperare la critica alla cultura americana, che secondo Ford è in grado di
educare giovani di idee aperte, liberali e progressiste, è vero anche che la
scelta della ragazza di restare in Polinesia è un implicito rifiuto alla vita
nel proprio paese. Amelia sceglie di restare su Haleakaloha formalmente per la
storia sentimentale con
Guns ma, dal
momento che Ford stempera la vicenda amorosa nella satira di grana grossa, la decisione
sembra più legata all’ammirazione per il lavoro svolto dal padre.
Nel finale, prima
di un’ultima
processione alla
residenza Dedham, vediamo Amelia essere sbalzata dalla
Jeep CJ di mister Eu atterrando sulla strada polverosa con il
sedere, manco fossimo in una comica dei tempi del muto; sedere che poi viene anche
sonoramente sculacciato da
Guns. Insomma,
più che un lieto fine, sembra una parodia che, se da un lato ne smorza il
sentimentalismo, a quel punto rende difficile da prendere sul serio la storia
d’amore al centro del film. Del resto questo tipo di operazione comica
coinvolge tutto quanto
I tre della Croce
del Sud che altro non è che la versione parodiata del precedente
Uragano (1937) dello stesso regista. Salta
all’occhio subito la presenza in entrambi i film di Dorothy Lamour: all’epoca
era l’avvenente e giovanissima eroina, mentre nel suo ruolo più recente è una
sfiorita
ragazza di vita, presa in
giro da Gilhooley che le promette di sposarla senza mantenere mai la parola,
mentre
Guns si occupa di
ridicolizzarla su un piano più concreto, gettandola dal primo piano nella vasca
dei pesci. Poi c’è il governatore di Haleakaloha, che si chiama DeLage
(interpretato da Cesar Romero), ovvero in modo assai simile a quel De Laage che
governava l’isola in
Uragano, ma che non
ha nulla che vedere con l’interessante personaggio di quella storia. In
I tre della Croce del Sud il governatore
è solo un briccone che cerca di impalmare qualche ricca pollastrella, ma è
comunque più che altro una macchietta.
Tuttavia gli sberleffi di Ford non si
limitano soltanto al
suo cinema, ma
vanno direttamente al cuore dell’America, il cuore americano del Pacifico, per
la
precisione. Il 7 dicembre tutti gli
americani sanno che è una ricorrenza importante, è il giorno del vile attacco
giapponese a Pearl Harbor. Nel film è più che altro il contemporaneo compleanno
di
Guns e Gilhooney, che non badano
certo alla celebrazione del cruciale evento bellico, ma festeggiano, ogni anno,
con una scazzottata di bassa lega. Per onestà va precisato che i valori della
vita militare non vengono intaccati nel racconto filmico, neanche dalle risse
che coinvolgono i marinai di passaggio: tra i tre ex compagni d’arme c’è una
ferrea amicizia e questo è un aspetto su cui Ford non si mette a scherzare,
nemmeno in
I tre della Croce del Sud.
Così com’è salvaguardata la sacralità della famiglia, forse il vero baluardo a
cui sembra attaccarsi l’autore di origini irlandesi: Amelia viene a contatto
con una nuova famiglia, più vitale rispetto alle mummie di Boston, e nella
quale è rapidamente assorbita. Si nota subito una sua forte somiglianza con Manulani,
raffigurata in quadro alla parete di casa Dedham, nemmeno fossero madre e figlia.
In effetti la principessa sarebbe stata per lei una sorta di matrigna; nei
confronti dei tre giovani figli del dottore, Amelia invece si comporta
giustamente come sorella sebbene, vista l’età (e appunto la somiglianza con
Manulani) finisca per fungere un po’ anche da madre, almeno per i due più
piccoli. In tema famigliare c’è però uno scherzo che Ford tira all’amico Wayne,
costringendolo ad imbastire una storia d’amore con la Allen, una ragazza così tanto più
giovane di lui. La differenza è notevole e, in effetti, la situazione è un po’
ridicola; i due poi sembrano saperlo sin da subito, visto che cominciano con
una gag che li vede finire a mollo.

Ford dichiarò che Wayne aveva chiesto al
regista di scritturare la più matura Maureen O’Hara per la parte, ritenendola
più adatta. Il regista rifiutò la richiesta all’amico, rispondendogli:
“Sarai tu a dirle che è perfetta perché è
vecchia?”. In realtà, evidentemente, il regista aveva intenzione di
sminuire anche la figura dell’eroe americano che, in effetti, viene addirittura
surclassato da Amelia in una gara di nuoto. Certo che se John Wayne si fa
battere dalla mingherlina, seppur apprezzabile, Elizabeth Allen, vuol proprio
dire che è finita l’era classica di Hollywood. Anche perché guardando Lee
Marvin, impersonare il
Re degli Stati
Uniti potrebbe venire il dubbio di stare guardando un
peplum di Cinecittà. Ma di quelli pacchiani.
Dorothy Lamour
Elizabeth Allen