Translate

giovedì 4 marzo 2021

DELIRIOUS - IL BARATRO DELLA FOLLIA

770_DELIRIOUS - IL BARATRO DELLA FOLLIA (Tales that witness madness). Regno Unito; 1973. Regia di Freddie Francis.

L’anno successivo a Racconti dalla Tomba, Freddie Frances tornò a dirigere un horror ad episodi, stavolta per la World Film Services e non per la Amicus Productions, vera specialista nel filone. La produzione era ambiziosa: furono ingaggiate Rita Hayworth, Joan Collins, Suzi Kendall oltre a Donald Pleasence e John Hawkins; un cast di tutto rispetto per il tipo di pellicola. E quando la Hayworth dovette rinunciare, si ripiegò su un’altra star hollywoodiana, Kim Novak, a testimonianza che non si voleva che l’opera perdesse un grammo di fascino. Naturalmente è difficile ipotizzare che un film ad episodi che si inseriva in un filone già abbastanza codificato, tra gli altri proprio da Freddie Francis, si potesse rivelare un capolavoro della settima arte, ma i presupposti per un risultato ragguardevole c’erano tutti. Le attese, purtroppo, vengono leggermente deluse anche se è innegabile che nella sua ora e mezza scarsa Delirious – Il baratro della follia si disimpegni senza troppa fatica; ma, come detto, siamo al minimo sindacale a dispetto degli altisonanti nomi assoldati. La cornice narrativa vede all’opera due studiosi, il Dr. Tremayne (Pleasence) e il Dr. Nicholas (Hawkins), con il primo che pare abbia scoperto una sorta di chiave della follia di quattro suoi pazienti: l’analisi dei casi in questione è il pretesto per mettere in scena gli episodi che vanno a comporre il film. Il capitolo con cui si comincia ricorda un racconto di Cronache Marziane di Ray Bradbury: qui un bambino ha come amica immaginaria una tigre che finisce per divorare i genitori del piccolo, rei di continuare a litigare tra loro. La famiglia, si sa, non è poi quel posto idilliaco se prendiamo come testimonianza gli horror inglesi degli anni settanta, e anche Delirious – Il baratro della follia non fa (in nessuno degli episodi) eccezione. Peraltro, il rimando ad un grande autore come Bradbury non è valorizzato a dovere, questo va chiarito senza indugio. 


Il successivo episodio è una bizzarra e ironica storia in cui un quadro (che raffigura lo zio Albert) riesce a soggiogare Timoty (Pete McEnery) e a costringerlo a salire su un vecchio biciclo che è in realtà una macchina del tempo. La storia è anche curiosa ma si ricorda più che altro per lo spreco di Suzy Kendall che, pur avendo a disposizione un doppio ruolo (come del resto anche McEnery), nel presente e nel passato, non riesce ad incidere in nessuno dei due. Peccato capitale perché la Kendall lascia comunque intendere tutto il suo potenziale scenico. Questi due veloci segmenti narrativi lasciano ora il posto ai due episodi più corposi, che risolleveranno solo in parte le sorti di Delirious – Il baratro della follia. 

Il titolo originale dell’opera è Tales that Witness Madness (letteralmente racconti che testimoniano la follia) e il significato appare chiaro nel capitolo che vede in scena Joan Collins. Per una volta che la splendida Joan interpreta una moglie tutto sommato devota e relativamente tranquilla, il marito le preferisce uno strano ceppo di un albero dalle vaghe sembianze femminee e che, naturalmente, si rivelerà dotato di una magica e malefica vita propria. Bella, nome quanto mai appropriato del personaggio della Collins, si ricorderà di che stoffa è fatta l’attrice che le dà vita e si presenterà sulla scena, al momento cruciale, armata di machete per sistemare l’orribile arbusto che il marito le ha piazzato nel salotto. Ovviamente il risultato dello scontro (non mostrato) sarà l’opposto di quello che qualunque persona sana di mente avrebbe previsto, d’altro canto si tratta di racconti che testimoniano la follia. Come appunto seppellire Joan Collins in giardino per andare a letto con un tronco di legno, soluzione con cui si ritrova lo sciagurato marito. L’ultimo episodio, potenzialmente il migliore e comunque quello più accurato, vede all’opera Kim Novak ed è un po’ troppo insolente nei confronti della star per convincere del tutto. Sembra in effetti evidente che la storia fosse prevista per la Hayworth, come riportano le cronache, che nel 1973 aveva 55 anni, e avrebbe dovuto interpretare il ruolo, poi andato alla Novak, di Auriol, disinibita agente letteraria. 


Il punto è che Kimo (Michael Petrovich) il bel tenebroso che la donna crede un nuovo cliente e cerca di sedurre, forse per stipulare un buon contratto, le preferisce spudoratamente la figlia Ginny (Mary Tamm). D’accordo, la Tamm aveva all’epoca 23 anni mentre la Novak quaranta ma per una star del calibro di Kim, comunque ancora affascinante, è un affronto che si poteva anche evitare. Insomma, un altro passaggio che testimonia la follia di questa produzione, in un certo senso. Tuttavia poi la vicenda ha una sua coerenza, all’interno del filone horror esotico (riti, maledizioni, idoli, ecc.) ed è un ulteriore tocco bizzarro che la povera Ginny finisca per essere la pietanza con cui si festeggia in un cannibalesco banchetto finale. Nella cornice conclusiva Frances gioca un po’ a rimpiattino, con i due dottori che si rimpallando realtà e follia lasciando, purtroppo, l’idea che sia il classico finale ambiguo di routine. Ma sono quisquiglie, rispetto agli svarioni precedenti: comunque, rimpianti a parte, il film si lascia guardare.
  




Joan Collins








Kim Novak





Suzy Kendall



Mary Tamm


mercoledì 3 marzo 2021

DRIVE HARD, DRIVE FAST

769_DRIVE HARD, DRIVE FAST . Stati Uniti; 1973. Regia di Douglas Heyes.

I titoli di testa di Drive Hard, Drive Fast, opera di Douglas Heyes, sembrano confermare che la scarsa fama di questo misconosciuto prodotto televisivo sia meritata. Neanche il tempo di fare questa riflessione che il film vero e proprio comincia con le immagini di una corsa automobilistica di monoposto, volendo anche di buon impatto ma ben poco significative: non sappiamo nulla né dei piloti né delle auto e, di conseguenza, la gara in sé ci dice assai poco. Viene da pensare che potevano essere queste, semmai, le scene adeguate per i credits iniziali, almeno avremmo avuto qualcosa da leggere. Heyes è un autore legato al mondo televisivo (del resto Drive Hard, Drive Fast è un TV movie) e, in genere, per il piccolo schermo è usuale che la regia non sia troppo personale; tuttavia in questo caso siamo di fronte ad una eccezione. Che, sul momento, fa purtroppo perfino rimpiangere le regie piatte e discrete dei telefilm: Heyes assembla fotogrammi impazziti di bolidi in corsa e panoramiche rapidissime in un montaggio schizofrenico che vorrebbe dare l’idea della velocità ma crea solo un effetto fastidioso. Il culmine di questo pessimo inizio dello spettacolo arriva però lontano dalle piste di gara e conferma come il regista abbia mire autoriali: Mark Driscoll, il pilota protagonista (Brian Kelly) ha da poco conosciuto Carole Bradley (Joan Collins) ad un party. I due sono abbracciati e la ripresa li avvolge con una serie di spirali, un virtuosismo particolarmente audace ma che sembra fine a sé stesso, visto che i due non verranno affatto presi dal vortice della passione. Nonostante la storia d’amore non sia ancora decollata, Carole riesce a convincere Brian a riaccompagnarla in auto da Città del Messico fino a New Orleans (mica dietro l’angolo). 

Visto gli argomenti della Collins si può ben comprendere come l’uomo accetti, anche se l’insinuazione è smentita dalla trama. La donna mette infatti bene in chiaro di essere sposata e di amare il marito; il pilota si dimostra un gentiluomo e non insiste. E’ chiaro però che qualcosa deve accadere, visto che Mark dovrà guidare un bolide come la Bizzarrini 5300 Strada del marito di Carole, un uomo evidentemente ricchissimo; e, per farlo, dovrà spacciarsi per lo stesso Mr. Bradley. Carrozzerie a parte, il film continua a stentare: Mark e Carole, durante il loro viaggio, vengono immortalati in una sequela di scene vagamente e banalmente romantiche, sebbene fuorvianti visto che la scintilla non scatta mai. Intanto Heyes non smette di sbizzarrirsi in regia e ci propone anche una serie di scene picture in picture, giustificate dall’uso di una cinepresa da parte di Carole che, se rincara il romanticismo all’acqua di rose (i filmini degli innamorati), lascia abbastanza perplessi dal punto di vista visivo. In tutto questa serie di elementi poco incoraggianti c’è però una nota che incuriosisce: cosa ci fa Henry Silva che pedina e origlia i nostri due, a bordo di una Apollo 3500 GT? Silva non è ancora diventato l’habitué del nostro cinema d’azione, sempre in ruoli poco rassicuranti, ma già il suo truce aspetto increspa l’apparente serenità del viaggio di Carole e Mark. C’è, in effetti, una traccia gialla che presto viene allo scoperto e diventa via via più coinvolgente. 

Tra un inseguimento ed una violenta aggressione notturna, mentre Carole dorme con una pistola sotto il cuscino e Mark non si raccapezza più, ci si scopre d’improvviso in un film avvincente. Forse anche perché la regia si è fatta più sobria e funzionale. Ecco che ricompare sulla scena Ellen (Karen Ericson) figliastra di Carole ed interessata a Mark; ma il punto cruciale del giallo sembra essere la scomparsa di suo padre, Eric Bradley (Joseph Campanella). Il sospetto è che l’uomo, uno studioso di culture precolombiane, sia stato ucciso, forse addirittura dalla moglie Carole; la quale avrebbe poi coinvolto Mark, convincendolo a farsi un lungo viaggio spacciandosi per il marito. Se La Costa (il killer impersonato da Henry Silva) fosse riuscito a farlo fuori, magari inscenando una rapina, la questione poteva dirsi chiusa e Carole uscirne pulita. 

Ma nell’intrigo ci sono anche altre persone poco raccomandabili e la cosa sembra anche più complicata di così. Forse Mr. Bradley non era quello che sembrava, forse era addirittura una spia russa: e allora viene da credere a Carole, quando dice di aver semplicemente seguito le istruzioni avute dal marito. Come dire che la trappola per Mark (perfetto per fornire il cadavere adeguato) non era farina del suo sacco ma del consorte. Ma chi era, insomma, Mr. Bradley? Un ricercatore precolombiano? O una spia? Nessuna delle due donne, né la figlia Ellen, né la moglie Carole, sanno rispondere; Mark avanza qualche sospetto ma in fondo è contento di aver scampato una brutta fine lontano dalle sue amate corse. La domanda rimane senza risposta e, anche se l’ipotesi spionistica appare più allettante, è difficile risolvere il dubbio. Quello che sappiamo è che, a dispetto dei rischi corsi, Drive Hard, Drive Fast, proprio come il suo protagonista, alla fine se l’è cavata.   




Joan Collins






Karen Ericson AKA Karen Huston

martedì 2 marzo 2021

LA SCALA DELLA FOLLIA

768_LA SCALA DELLA FOLLIA (Dark Places). Regno Unito; 1973. Regia di Don Sharp.

Una grande villa nel buio, illuminata da una luce inquietante, accompagnata da una musica sinistra: comincia nel modo più classico La scala della follia, horror che prova, e ci riesce, a rinverdire i fasti della tradizione gotica britannica. Del resto l’onesto regista Don Sharp aveva lavorato negli anni sessanta per la gloriosa Hammer e a quel bagaglio tecnico cinematografico l’autore fa ricorso per confezionare al meglio il suo film. Come detto, cogliendo in pieno il bersaglio: il racconto si srotola sui cliché del filone delle case infestate, anche qui c’è la presenza di fantasmi di bambini uccisi, ma la storia è assai ben congeniata e il regista, conoscendo il mestiere, non concede pause e conduce in porto il risultato. Fa specie notare come, negli horror del tempo, fosse quasi pacifico mettere in campo l’infanzia senza alcuna connotazione d’innocenza ma semmai del suo esatto contrario. A parte qualche caso specifico, nella maggior parte di questi film, e anche di questo La scala della follia, la questione non è approfondita ma, nell’insieme dei numerosi esempi, la cosa desta un certo rilievo. Le case degli horror degli anni 70 erano quindi davvero sinistre, se non restava nulla di innocente nel focolare domestico, nemmeno la prole. Nello sviluppo della trama de  La scala della follia è notevole, forse una delle cose migliori, l’innesto improvviso dei tanti flashback che rivelano la vicenda del passato. Provvidenziale, e ben studiata, la malattia mentale del protagonista, che permette di giustificare a rigor di logica il tutto, senza per altro risultare pesante o superflua. 

Buona la prova del protagonista, Robert Hardy nei panni di Edward Forster (anche se in realtà l’attore si produce in un doppio ruolo), che risulta particolarmente efficace quando torna a riperdere il senno. Ma i veri assi della pellicola sono Christopher Lee e Joan Collins: nel film sono due lochi figuri, il dottore del paese e sua sorella, che cercano di accaparrarsi il bottino nascosto nella villa infestata. Lee è un vero monumento del cinema, in particolare di quello britannico e in particolare nell’interpretazione di Dracula; il ruolo di un avido dottore, morbosamente attratto dall’avvenenza della sorella ma mortificato dalla dissolutezza di lei, non è che gli conceda troppo spazio, all’interno de La scala della follia. Tuttavia la sua incombente figura che si aggira per il film lascia sempre un po’ inquieti mentre è un passaggio divertente (se così si può dire) il suo finire impalato (quasi fosse ancora un vampiro) dal piccone di Edward. Il centro della scena è invece nettamente appannaggio di lei, Joan Collins che, anche se figura con un minutaggio inferiore ad Hardy, il protagonista della storia, si divora letteralmente tutti gli spazi disponibili. In effetti, come per lei d’abitudine, Joan interpreta il ruolo di mangiatrice di uomini, in questo caso con un interesse venale assai specifico, i soldi nascosti da qualche parte nella villa. 


Ma, anche stavolta, il suo personaggio non coronerà i suoi sforzi, finendo, al contrario, strangolata da Edward ormai completamente impazzito. Nel finale, infatti, l’uomo è ormai in preda alle folli fantasie con cui ricostruisce i drammatici eventi che hanno dato origine alla maledizione che grava sulla magione; anche per lui non ci sarà, peraltro, lieto fine. Se per l’attore Robert Hardy la cosa può anche essere circostanziale, è invece stato un destino comune a diversi ruoli di Joan Collins, almeno a partire da La Regina delle Piramidi (1955, Howard Hawks) in poi; forse, inconsciamente, registi e produttori, verrebbe da dire il cinema stesso, rimproverava all’attrice inglese la sua spudorata capacità di approfittare del proprio aspetto. Quasi una vendetta maschilista, questi finali tragici destinati alla Collins, che tuttavia non vedrà mai, nemmeno nelle sconfitte ai tempi di Dinasty (soap opera degli ’80), scalfitto minimamente il suo irresistibile charme. Joan è stata capace di interpretare per anni una dark lady indipendente dai generi cinematografici, cristallizzando nel suo personaggio tipico le caratteristiche di un decennio, gli anni ’80, anche con grandissimo anticipo sui tempi. Un personaggio certamente non edulcorato, ma credibile e rivelatore di una considerevole dose della natura femminile. Oltre che grondante di fascino e classe.         



Joan Collins





lunedì 1 marzo 2021

PAURA NELLA NOTTE

767_PAURA NELLA NOTTE (Fear in the night). Regno Unito; 1972. Regia di Jimmy Sangster.

Negli anni settanta la gloriosa Hammer stava cercando di adeguarsi ai nuovi tempi, senza peraltro riuscirci mai veramente: Paura nella notte è un buon esempio degli strenui sforzi ma anche dei tiepidi risultati ottenuti dallo studio. In effetti, pur rimanendo lontani dalla pura tradizione gotica dei film degli anni andati, l’ambientazione in un vecchio istituto scolastico deserto e sperduto nella campagna, nel quale si aggira un inquietante Peter Cushing (è Michael Carmichael), di nero vestito e con un sinistro arto meccanico, non si discosta poi molto dalle classiche atmosfere Hammer style. E’ una scommessa che paga poco, però: l’atmosfera è buona, l’angoscia che trasmette la protagonista, Judy Geeson nei panni di Polly, è anche abbondante, ma non regge per tutta la durata della pellicola. L’idea alla base del film sembra essere quella di innestare le paure di un certo tipo di donna anni settanta, emancipata ma ancora vulnerabile (un po’ come la Mia Farrow in Rosemary’s Baby film del 1968, di Roman Polanski) in un’ambientazione che richiamasse il periodo gotico del cinema inglese. Per un’operazione del genere è chiamato Jimmy Sangster, discreto regista ma soprattutto esperto sceneggiatore: in effetti la storia è ben costruita, con dettagli accurati ma forse finisce per divenire vittima della stessa precisione formale ricercata dal suo autore. La struttura della vicenda è circolare, in effetti si tratta di un lungo flashback, ma il sapere come va a finire smonta un po’ troppo la suspense nel finale. Anche la morte del personaggio interpretato dalla star di maggior richiamo dell’opera, Joan Collins nei panni di Molly, è troppo prevedibile: in questo caso non è tanto la fucilata con cui la donna uccide un povero coniglio, nella scena che la introduce al film a circa a metà della sua durata, a suggerirci la sua fine. Questo è un dettaglio semmai funzionale alla struttura circolare della storia (il personaggio entra ed esce dalla storia con un colpo di fucile), davvero angosciante nel suo non avere spiragli di fuga. 

E’ la preparazione della scena clou ad essere troppo scoperta, seppur apprezzabile negli intenti, con i drappi bianchi che sembrano fantasmi ma sotto uno dei quali era difficile ipotizzare ci fosse qualcosa di diverso dalla povera Molly. Il meccanismo imbastito da Sangster è quindi abbastanza scontato: non a caso vengono coinvolti tre interpreti di rango (i citati Judy Geeson, Peter Cushing e Joan Collins) che la loro parte la fanno; forse meno convincente Ralph Bates nei panni di Robert, infido marito di Peggy e amante di Molly. Il piano diabolico di Robert e Molly è quello di eliminare i rispettivi coniugi, in modo da poter godere delle ricchezze di casa Carmichael. Per farlo imbastiscono un complesso intrigo che mette Michael Carmichael sul banco dei sospettati come maniaco e Peggy come vittima di attacchi da parte dell’uomo col braccio artificiale. Come detto gli interpreti sono adeguati ma forse lo sono in modo troppo evidente: per quanto inquietante e ambiguo, Cushing non viene istintivamente identificato come un cattivo di stampo venale; la Collins, dal canto suo, può essere invece perfetta come donna ambigua e perfida. 

I tentennamenti e le incertezze di Judy Geeson la rendono ideale per essere la vittima di una macchinazione e una certa indeterminatezza televisiva di Bates è plausibile col subdolo ruolo previsto. Come si vede le carte sono troppo scoperte e, a quel punto, oltre ad una sceneggiatura che regga, sarebbe servita una maggior capacità registica, da parte di Sangster, per tenere sospesa la tensione. Che invece scema inesorabilmente, una volta che si scopre che le voci degli scolari, che si odono sinistramente nelle aule vuote, sono registrate, che Molly e Robert sono amanti, che la povera Peggy non è matta (non ancora, perlomeno) e, soprattutto, avendo già ben presente il risultato finale del film, visto nell’incipit. Non un’opera memorabile, quindi, anche se qualche brivido lo regala. 





 Joan Collins






Judy Geeson