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giovedì 2 novembre 2017

IMPROVVISAMENTE L'ESTATE SCORSA

19_IMPROVVISAMENTE L'ESTATE SCORSA (Suddenly, last summer). Stati Uniti, 1959;  Regia di Joseph L. Mankiewicz.

L’immagine in bianco e nero di una porta socchiusa, dalla quale entra presto una sinuosa figura femminile vista di spalle: l’abito scuro, elegante, attillato, ne disegna le armoniche curve, la vita strettissima e la perfetta linea dei fianchi. La donna dai capelli neri si gira verso l’obiettivo: è Elizabeth Taylor, raramente vista così bella, sebbene un po’ scossa; il vestito invece mantiene la sua eleganza e rende merito alle grazie della diva, che risplendono radiose anche nella nuova prospettiva. L’inquadratura è leggermente dal basso, come se la Taylor fosse su un balcone; in realtà è su un corridoio sospeso, ed ha lo sguardo che si fa da disperato a via via sempre più terrorizzato. Sotto di lei, sotto il corridoio sospeso, ci sono decine di pazzi che, al vederla, rimangono, giustamente folgorati; la donna cerca di fuggire ma la porta non si riapre. I pazzi si riprendono presto dalla sorpresa, cominciano ad animarsi, lentamente, poi si agitano sempre più, sempre più minacciosi. Il più affamato si allunga e riesce ad afferrare una delle tornite gambe della ragazza, che grida sempre più sconvolta; si divincola, riesce a liberarsi, ma eccone un altro che ci prova dall’altra parte del corridoio. Questa drammatica sequenza è una delle migliori del torbido Improvvisamente l’estate scorsa di Joseph L. Mankievicz, con Elizabeth Taylor (Catherine), Katharine Hepburn (Violet Venable) e Montgomery Clift (il dottor Cukrowitz). 
Forse l’entrata in scena di Violet, con un ascensore che la fa scendere dal piano superiore al piano terra, e  poi tutto il suo iniziale dialogo con il dottor Cukrovitz fino alla visita nella giungla, il giardino di casa Venable, è superiore come impatto: la Hepburn scintilla pazzia e fascino malato da ogni dente dell’agghiacciante, seppur tutt’altro che brutto, sorriso. Per atteggiamento e pettinatura ricorda Elsa Lanchester ne La moglie di Frankestein (le manca solo la meche bianca). Un abbinamento non del tutto campato in aria: nel vecchio film Universal, la Lanchester interpretava sia Mary Shelley, la creatrice della creatura, (la madre quindi), che the monster’s mate, la compagna del mostro. Un ruolo occupato anche dalla Mrs. Venable di Improvvisamente l’estate scorsa, visto che tra i protagonisti manca ancora da citare Sebastian, il figlio di Violet, con il quale la donna intratteneva un rapporto torbido e innaturale; mostruoso quanto le piante del suo giardino, insomma. Sebastian sarà la figura incombente sulla storia, ma anche mancante, visto che la sua morte è avvenuta improvvisamente l’estate scorsa e nei flashback non comparirà mai in volto. Le scene citate sono solo due tra le tante eccellenti di questo lungometraggio, la cui origine teatrale giustifica che si giochi praticamente solo sulle straordinarie performance recitative degli attori in gioco. In sostanza si tratta di un testa a testa tra la Hepburn e la Taylor, dove, forse un po’ a sorpresa, quest’ultima supera la rivale non solo in bellezza e gioventù, ma anche in bravura.

La Hepburn rimane un po’ sopra le righe, enfatizzando (solo) un po’ il suo naturale modo di recitare, tutto nervi e sussulti; la Taylor riesce a mostrare le difficoltà di una mente sana che attraversa un grave momento critico, durante il quale invece di aiuto riceve attacchi ed insinuazioni sulla propria salute mentale. E lo fa senza perdere un grammo del proprio fascino, come dimostra quando si stende sul letto per l’iniezione, ricordando il precedente La gatta sul tetto che scotta. Più che uno scontro, quello tra i personaggi interpretati dalle due dive, è uno scambio: chi è pazza cerca di far passare per pazza la sana di mente; mentre chi è sana, non sembra volersi accorgere della pazzia dell’altra.  



E c’è pure una coincidenza che anticipa questo tema, sebbene non possa avere alcuna valenza in più del semplice caso, visto che la sua origine era già nella piéce teatrale di Tenneesse Williams: il personaggio della Taylor si chiama Catherine, che echeggia il nome della Hepburn; e nel film quest’ultima è Violet, ovvero il colore dei famosissimi occhi della divina Liz. Insomma, il caso sembra quasi che abbia scambiato i rispettivi ruoli. Non c’è nessuna casualità invece nell’opera censoria, che ha eliminato dal film tutti i riferimenti espliciti al tema portante del soggetto, ovvero l’omosessualità di Sebastian, e la sua eventuale(?) connessione al rapporto con la madre. Il risultato può anche essere soddisfacente, non solo per i censori: il film rimane così nei limiti richiesti, ma ad un pubblico adulto appaiono chiarissimi tutti i riferimenti sessuali.

La forza evocativa del racconto, magistralmente animato dalla capacità recitativa della Taylor, ben contrappuntato dalle stravaganze della Hepburn e supportato dalla disponibilità di Clift, esplode nel finale, dove si raggiunge l’apice della tensione. Le scene della morte di Sebastian, inseguito dai ragazzi di Cabeza de lobo sono terrificanti; la musica incalzante, le inquadrature ossessive.
La mano di Mankiewicz sulla macchina da presa è discreta, la sua regia fonda su altri fattori la forza da imprimere al lungometraggio: sull’alta prova di recitazione di cui si è detto, ma anche sulle immagini, ad esempio sull’abbagliante bianco e nero delle scene dell’isola; oppure sulla musica, fino al ricorso ad alcune soluzioni classiche. Si prendano come riferimento in tal senso la citata scena con i pazzi (che ricorda La fossa dei serpenti di Anatole Litvak) che è successivamente ripetuta, quando la Taylor si reca a vedere il reparto femminile; oppure la vecchina dell’isola che appare in un primo momento con le fattezze scheletriche della Morte. Nel film ritorna anche la figura di uno scheletro alato, forse a sostituire la presenza di Sebastian, individuo che univa in modo inscindibile fascino e personalità carismatiche, ad un animo torbido e malsano. In realtà, sebbene nel film si debba un po’ ricostruire il quadro in quanto, come si è detto, per motivi censori non si scenda nei particolari, il figlio di Violet altri non è che un omosessuale un po’ snob che adesca ragazzi sfruttando la compagnia della madre e, nella sfortunata ultima estate, di Catherine. In questo senso forse giova alla trasposizione cinematografica il fatto che non si spieghino tutti i dettagli, venendo a mancare, in questo modo, qualche passaggio un po’ troppo semplicistico a lasco sfondo psicanalitico. Il finale catartico rimette le parti in causa nei legittimi ruoli: Catherine ricorda e rinsavisce, mentre Violet smette i panni dell’aristocratica bislacca per svelare la propria reale natura folle.
Solo un dubbio ci lascia un ultimo brivido: perché Catherine, nel finale, parla ancora di se stessa in terza persona?



Elisabeth Taylor










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