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lunedì 20 novembre 2017

IL TRENO

37_IL TRENO (The Train). Francia, Stati Uniti, 1964;  Regia di John Frankenheimer.

In prima istanza, il regista ingaggiato per dirigere Il treno fu Arthur Penn, che dopo una quindicina di giorni venne sostituito dalla produzione, pare su consiglio del protagonista (e co-produttore) Burt Lancaster e dello sceneggiatore Walter Bernstein. La storia è quella dei quadri custoditi nella Galleria nazionale del Jeu de Paume di Parigi che i nazisti, in fuga per l’arrivo degli alleati, provano a trafugare su un treno (quello del titolo, appunto). Naturalmente i francesi non approvano, essendo la collezione considerata l’orgoglio di Francia; ma c’è anche chi, come Paul Labiche (Burt Lancaster), un capostazione francese, non comprende come si possano rischiare vite umane per semplici quadri. Il tema cruciale dell’opera, ovvero, semplificando, se l’arte possa valere più della vita umana, resta naturalmente presente, ma nelle mani di John Frankenheimer, il regista chiamato a sostituire Penn, rimane sullo sfondo. Il regista americano sembra apparire perplesso tanto quanto il protagonista del film, di fronte alla natura troppo sofisticata di questo quesito e, probabilmente, rimanendoci attinente, non sarebbe riuscito a cavarne un film riuscito come invece è il suo.
Frankenheimer sposta così il perno della vicenda, facendone una questione di principio, di rispetto, del popolo francese che non vuole cedere qualcosa che è suo di diritto: a questo punto sì, si può anche morire per dei quadri, siano di valore o meno, ma in ballo c’è la dignità umana personale dei francesi e nazionale della Francia. Il sacrificio di Papa Boule (Michel Simon), le sue durissime parole prima di essere fucilato, rivolte sia al colonnello nazista Von Waldheim (Paul Scofield) e soprattutto al suo figlioccio Labiche (accusato di essere un collaborazionista) imprimono la svolta alla vicenda. 
Il lungometraggio è teso, avvincente, asciutto, fila dritto (come un treno, appunto) per la sua strada, il regista mette in campo tutti i suoi virtuosismi con la macchina da presa, spara i suoi primi piani suoi volti dei personaggi per scandire gli umori e i sentimenti contrapposti tra francesi e tedeschi. La fotografia in bianco e nero è perfetta per riportarci nel clima della seconda guerra mondiale; la colonna sonora affidata al formidabile Maurice Jarre è calibrata al punto giusto; gli effetti speciali sono assai poco speciali, e le scene dei bombardamenti e della corsa del treno sembrano dannatamente reali perché sono praticamente reali per davvero.
 Alla fine, il dubbio di fondo che Frankenheimer aveva cercato di aggirare, gli rimane ancora tutto intero quando ci mostra i cadaveri dei francesi fucilati, alternati alle casse contenenti i quadri vergate dai nomi di pittori tanto illustri: ma valevano davvero la pena tutti questi morti, che fosse per l’arte o per la dignità nazionale?
Naturalmente si, è la triste risposta, ma sembra rimanere in sospeso al cospetto dell’orrore e della stupidità della guerra.






Jean Moreau







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