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lunedì 20 gennaio 2020

LO SPERONE INSANGUINATO

507_LO SPERONE INSANGUINATO (Saddle the wind); Stati Uniti, 1958. Regia di Robert Parrish.

I titoli di testa di Lo sperone insanguinato scorrono sulla dolce musica della canzone Saddle in the wind, in onore al titolo originale dell’opera, certamente più inerente al testo rispetto alla versione italiana. L’espressione usata per intitolare il bel western di Robert Parrish letteralmente significa sellare il vento, facendo riferimento al vano tentativo di domare, imbrigliare, qualcosa di ingovernabile come l’aria. Il che è certamente adeguato per riferirsi al rapporto tra i due protagonisti del film, ovvero il maggiore dei Sinclair, Steve (Robert Taylor), che funge da tutore allo scatenato fratello Tony (John Cassavetes). Che si tratterà di un film che mette in scena un rapporto contrastato, lo si può capire dall’incipit della pellicola: alla musica soave dei titoli di testa succede infatti una scena davvero sgradevole dove un pistolero arriva nella classica bettola del west e si mette a fare il prepotente prendendosela con i due poveri e inoffensivi inservienti. Il ceffo rientrerà in scena successivamente, avendo un conto da regolare con Steve, incontrando però il fratello minore Sinclair. Il risultato dello scontro, nonostante avvenga col fratello sbagliato, è prevedibilmente identico; ma non  per questo possiamo ritenere simili tra loro i due Sinclair. Sebbene, in genere, il vestiario dei cowboy non offra poi molte variabili, sorprende come i due fratelli siano abbigliati in modo praticamente uguale: ma questa omogeneità, che si somma a quella assai generica del colore dei capelli, non fa che mettere in contrasto l’assoluta estraneità di uno rispetto all’altro. Taylor e Cassavetes, a livello somatico, non saranno tra i fratelli meno probabili della storia del cinema, questo magari no, ma davvero non sono molto credibili in questa parentela. 

Già la differenza di età è insolita, cosa che, nel racconto filmico, è notata anche da Joan (Julie London), che osserva come il maggiore si comporti più da padre che da fratello di Tony. La trama mette a confronto un ex pistolero, che ora vuole fare semplicemente l’allevatore di vacche, al fratello che anela invece a diventare una celebrità della pistola. Tema certamente non originale ma il regista lo sviluppa in modo personale, soprattutto considerando che siamo ancora negli anni cinquanta, la golden age del cinema western. Parrish sfrutta la scelta dei suoi attori in senso metalinguistico, prendendo cioè due attori di scuola diversa, anche per via dell’età degli interpreti, per enfatizzare il contrasto ricercato. 

Taylor è un attore del periodo classico: alto, di bell’aspetto, dal portamento elegante, è sicuro di sé e recita il ruolo dell’eroe americano in modo semplice ed efficace. Cassavetes è smanioso, aggredisce la scena quasi incurvandosi costantemente in avanti, ha lo sguardo allucinato di chi, quando è sul set, è come in trance agonistica. E’ però anche un esempio, magari soltanto un po’ estremo, del nuovo che avanza ad Hollywood; e di riflesso, in America. Gli anni sessanta incombono e la serafica calma dell’eroe classico certo di essere nel giusto comincia ad incrinarsi, mentre i personaggi problematici si fanno sempre più strada. Parrish li mette uno a fianco all’altro e, sebbene siano fratelli e anche molto legati, finiranno inevitabilmente uno contro l’altro. Il risultato dello scontro è tutt’altro che scontato ed è sorprendente oltre che frutto di una riflessione assai lucida. L’eroe classico americano è certamente più giusto, lo è per antonomasia, ma l’antieroe, pur nelle sue contraddizioni, può avere slanci di umanità sconosciuti al primo. Tuttavia, sebbene questo sia un tema trattato in modo egregio da Parrish (e dai suoi collaboratori, tra cui spicca l’autore del soggetto, Rod Serling), ci sono anche altri aspetti interessanti. 

Il personaggio femminile è per la verità poco approfondito, anche se va detto che il regista pone l’accento sulla condizione contraddittoria della ragazza della storia: fondamentalmente scelta da Tony per il suo aspetto gradevole, deve giustificarsi con Steve proprio per questa sua avvenenza. Ma la cosa si esaurisce lì e in fondo è più articolata la valutazione a cui sono sottoposti i due protagonisti de Lo sperone insanguinato. Se appare evidente che, nell’ottica western che Parrish imprime alla sua storia, Steve sia un personaggio decisamente migliore rispetto al violento Tony, sorprende il giudizio negativo con cui li accomuna il patriarca della vallata, mister Deneen interpretato da Donald Crisp. Crisp, pochi anni prima, nel fondamentale L’uomo di Laramie (di Anthony Mann, 1955) aveva interpretato un personaggio del tutto simile: e anche qui è un vecchio colono che governa con la sua autorità, fondata sul diritto di precedenza, l’intera comunità insediatasi nella vallata dopo di lui. 

Steve era al servizio di mister Deneen, con il quale condivise i turbolenti anni della conquista dei territori: ora però il vecchio non solo era critico nei confronti del suo ex dipendente, ma lo accomunava all’incontenibile e violento fratello. Come poteva, un uomo che sembrava essere divenuto più saggio con l’età, tanto da misconoscere i vecchi sistemi, non cogliere le differenze tra i due? Parrish lascia dapprima la risposta in sospeso, poi ce ne offre una dimostrazione concreta quando fa giungere nella valle l’erede del precedente possidente dei pascoli dei Sinclair, Ellison (Royal Dano). Il padre di Ellison era il proprietario di quelle terre su cui ora si estendevano molti dei pascoli utilizzati dagli allevatori della zona, come detto, in particolar modo dai Sinclair. 

L’uomo era emigrato ma, ora, passata una ventina d’anni, suo figlio si ripresentava con un regolare documento di proprietà e l’intenzione di installarsi sul proprio appezzamento e dedicarsi all’agricoltura. L’accoglienza che gli riservano i due fratelli Sinclair è si differente, ma solo nei modi: Steve intima ai nuovi venuti di sloggiare, non intende sentir ragioni. Da parte sua Tony passa subito alle vie di fatto, ovvero mettendo in pratica quella violenza, come forma di intimidazione, che il fratello aveva soltanto minacciato. C’è quindi una diversità tra i due fratelli, nelle modalità di imporre la propria volontà ma c’è lo stesso spregio per il diritto e la giustizia. Ripensando agli indiani, e in un western è impossibile non farlo, fa specie vedere il classico eroico cowboy vantare il diritto di tenersi la terra semplicemente perché la sta occupando da oltre vent’anni. 


In questo senso il film di Parrish finisce per essere quasi rivoluzionario: il filo spinato, con cui Ellison vuole proteggere le sue colture dal bestiame, è da sempre, nel Far West, un simbolo negativo, il simbolo di quella mal sopportata civiltà che, con le sue leggi e i suoi divieti, arrivava a limitare la libera vita dell’ovest. Una descrizione epica ma intrisa tanto di romanticismo quanto di ipocrisia. E nel momento in cui Parrish toglie l’ipocrisia, anche il romanticismo va a farsi benedire, con scorno della povera Julie London il cui personaggio finisce per fare carta da parati, nonostante qualche blando ammiccamento con Steve. Interessante, dunque, questo Lo sperone insanguinato, perché, mentre regge comunque benissimo la veste di western classico, è già clamorosamente moderno. 


Julie London









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