56_DEAD MAN WALKING - CONDANNATO A MORTE (Dead Man Walking) Stati Uniti, 1995; Regia di Tim Robbins.
Dead man walking: letteralmente morto che cammina, o uomo morto in marcia, come viene
tradotto nel film. Ma, in sostanza, questa espressione può essere considerata
un ossimoro ad essere generosi; i
morti non camminano: si tratta di una contraddizione di termini, e di cattivo
gusto, per giunta. Prima di tutto perché spettacolarizza, in un certo senso,
qualcosa che dovrebbe invece, al massimo, mantenersi sobrio: si tratta comunque
di un uomo che deve essere giustiziato,
e la Giustizia
non può in nessun modo concedere nulla allo spettacolo, se vuole essere
credibile. Secondariamente, si può leggere forse un infido tentativo di
deresponsabilizzare i boia e gli esecutori, affermando che l’uomo avviato
all’esecuzione capitale sia già morto (dead
man, appunto): e no, cari signori, il condannato è ben vivo e sarà l’opera
degli addetti a togliergli la vita; al di là del grado di responsabilità di
queste persone, si tratta di un dato di fatto. Questi concetti sono generali, e
forse possono sembrare poco attinenti all’eccezionale film di Tim Robbins, ma
sono gli stessi che permeano la sua opera. Innanzitutto anche il film di
Robbins riesce ad accostare temi e argomenti difficilmente avvicinabili: la
capacità di coniugare la critica alla pena di morte con la descrizione senza
sconti dell’odioso colpevole è sorprendente tanto quanto l’affermazione di un
uomo morto che possa camminare. Ma la cosa ancora più spiazzante, è come
Robbins riesca a fare ciò senza scivolare mai nella retorica o nella faziosità.
Come può esserci riuscito, un autore tutto sommato non così esperto come
Robbins, che è solo alla seconda regia?

Beh, il Robbins uomo
di cinema è prevalentemente un attore, e quindi si affida a due interpreti
d’eccezione, la moglie Susan Sarandon e Sean Penn. Se Penn è formidabile nel
tratteggiare un odioso e strafottente disadattato, che scava scava, ritroverà
in extremis almeno un eco della propria umanità, la Sarandon si carica
letteralmente la storia sulle spalle, e la porta avanti, con fatica, tra i
dubbi e le incertezze, ma con un indomito senso del dovere. Il personaggio di suor
Helen (interpretato dalla Sarandon, appunto) è costretta ad andare avanti a
fronte di tutti schermi, le griglie, le porte, che nel film ostacolano ogni
rapporto, ogni confronto umano, e non solo nei dialoghi col condannato, ma
anche nelle visite ai parenti delle vittime.

E’ il senso del dovere che spinge la donna, e il
suo essere suora in borghese la pone senza alcun apparente supporto materiale:
non ha ovviamente rapporti umani che siano in qualche modo legati e cementati dalla
sfera sessuale (marito, amante, ma anche figli naturali), e, senza l’abito
religioso, è come se fosse, in un certo senso, senza armatura. Agli occhi di Poncelet (il personaggio interpretato da
Sean Penn) è semplicemente una donna,
per non dire una femmina, e infatti
il condannato in un primo momento ci prova,
per quanto gli sia possibile. Lo stesso cappellano del carcere stigmatizza
l’abitudine della donna a presentarsi in borghese,
interpretandola come una mancanza (spoliazione) di rispetto verso l’autorità. E
invece la vera forza di suor Helen è proprio il suo essere donna senza difese
se non la forza di volontà di comprendere, di condividere, di amare il suo
prossimo, chiunque esso sia.

La Sarandon è
straordinaria, e meritatissimo premio Oscar per questo suo ruolo, perché riesce
a rendere quasi tangibile, non solo evidente, come sia la sola forza dell’amore
che le permetta di andare avanti contro tutto e contro tutti, contro i parenti
delle vittime, contro i suoi abituali assistiti, contro l’odiosità di Poncelet,
contro i suoi stessi dubbi. Il senso del
dovere incontra l’amore, questo potrebbe essere un controtitolo a quest’opera, e come quello ufficiale mette insieme
termini antitetici: al cuor non si
comanda, recita infatti il proverbio, proprio perché sembra impossibile associare
il concetto di amore con obbligo o dovere.

Ma è proprio così: non è questione di scelte, non
abbiamo scelta, abbiamo solo il dovere di amare il nostro prossimo, che non
vuol dire deresponsabilizzarlo, o evitargli le pene, ma piuttosto aiutarlo a
farsi carico dei frutti delle proprie azioni. Ma, a parte questo potente
messaggio di amore, ce n’è un altro assai più critico: mai e poi mai, uno
Stato, un’istituzione sociale, dovrebbe essere assimilabile nel comportamento
ad un rozzo, volgare e banale disadattato.

Invece, nel finale, i corpi delle
vittime di questa storia sono mostrati dall'obiettivo della mdp di Robbins, e di fronte alla morte
appaiono tutti uguali: la coppia di ragazzi uccisi da Poncelet e dal suo
compare, sul luogo dell’efferato delitto; e poi lo stesso criminale sul letto
dell’iniezione; tutti nella stessa cristologica
posizione . Ma, allora, se della storia paragoniamo tra loro le vittime (degli omicidi e della
condanna a morte), possiamo farlo con anche con
i carnefici: e al fianco di Poncelet finisce quindi lo Stato, e tutti coloro
che permettono una barbarie come al pena di morte.
E Matthew Poncelet, il razzista, stupratore e assassino, può alla fine
essere considerato come un cristo
degno di una simile comunità.
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