1082_CRIMES OF THE FUTURE . Francia, Grecia, Canada, Regno Unito, 2022; Regia di David Cronenberg.

Per assurdo, avrebbe dovuto essere in qualche misura
prevedibile: in un film di David Cronenberg ci si aspetta sempre di essere
spiazzati. A maggior ragione se l’opera esce ben otto anni dopo il suo ultimo
lavoro, Map to the Stars, risalente al 2014. E la natura della sorpresa
più grande in Crimes of the Future è lei stessa inattesa: quello che mai
ci saremmo aspettati di vedere, infatti, è l’ammissione del buon David di
essere un infiltrato. Il che non chiarisce forse del tutto: occorre
probabilmente specificare che, almeno al cinema, l’infiltrato è quasi sempre
dalla parte della legge, delle istituzioni, del potere, e va ad arruolarsi nei cattivi
di turno solo per riportare ordine e disciplina anche da quelle parti deviate.
Perché se Cronenberg fosse stato una talpa, ma ancor meglio un virus,
che si intrufola nelle istituzioni per sabotarle non sarebbe stato per niente
sorprendente. Ma Viggo Mortensen, che oltre ad interpretare il protagonista
Saul Tenser in Crimes of the Future è anche l’alter ego del regista,
verso la fine del film si rivela proprio essere un infiltrato al soldo della New
Vice Unit, un’istituzione che cerca di controllare in qualche modo le deviazioni
del futuro distopico in cui è ambientata la storia. Detta così sembra una cosa
vaga: in effetti, Cronenberg, per il suo film, non si rivolge solo alla
fantascienza distopica ma anche al noir, con il quale Crimes of the Future
condivide l’idea che il racconto non serva per chiarire gli snodi della trama
ma piuttosto per creare delle suggestioni di intreccio narrativo solo presunto
o presumibile.

Quel che si capisce è che nel futuro di Crimes of the Future
non si prova più dolore e sono scomparse le infezioni; di contro, la razza
umana sta cambiando geneticamente e questo può rappresentare un problema. O
almeno così la pensano al New Vice Unit e al Registro
Nazionale degli Organi: il primo rappresenta le forze dell’ordine, il
secondo la burocrazia, due armi nelle mani di ogni potere che si rispetti. Il
punto che pare metta sul chi va là i citati due istituti, è che mutando
verrebbero meno i connotati di umanità dei soggetti. Tra questi ultimi, Tenser,
il personaggio di Mortensen, è divenuto un’autentica celebrità, un artista.
Insieme alla partner Caprice (Léa Seydoux) si esibisce in operazioni
chirurgiche dal vivo in cui la donna, un tempo chirurgo traumatologica, asporta
gli organi che crescono spontaneamente nel corpo di Tenser.

Questi, afflitto
dalla Sindrome dell’evoluzione accelerata, è tra i pochi individui che
avverte ancora dolore, a cui è costantemente sottoposto. Per alleviare ciò, e
per poter sopportare le operazioni durante gli show, l’uomo si è provvisto di
una serie di macchinari – una sorta di sarcofago, una speciale sedia, un letto
sospeso – che, oltre a rimandarci ai precedenti film di Cronenberg del versante
della nuova carne, ricordano le creazioni di Hans Ruedi Giger. Ma questi
aspetti, di cui si potrebbe parlare a lungo, riguardano solo il décor
narrativo del film, che vuole essere – e tutto sommato ci riesce – una sorta di
summa di tutto quel filone del cinema cronenberghiano che va dagli iniziali lungometraggi
degli anni Settanta Il demone sotto la pelle e Rabid - Sete di sangue,
passando tra altri da Videodrome e La Mosca, fino ad arrivare a eXistenZ
del 1999. Ma, questo, se vogliamo, non ci stupisce più di tanto: dopo una
ventina d’anni abbondanti il regista canadese è dunque tornato ad occuparsi
della nuova carne. Era inevitabile, più che sorprendente, se pensiamo
che nei suoi primi film trattava di virus e infezioni e sono ormai tre anni
che, a livello planetario, siamo flagellati da questo tipo di problemi (tra gli
altri). Ma Cronenberg non è certo il tipo che passa alla cassa, non
torna certo dietro la macchina da presa per dirci di quanto sia stato
lungimirante.


E nemmeno è poi così cruciale il passaggio, peraltro rimarcato,
che la chirurgia sia il nuovo sesso: nel film la chirurgia ha sostituito l’arte
e, almeno già dai tempi di Michelangelo, dovremmo aver compreso come l’arte sia
il migliore surrogato del sesso. Il sesso è lo strumento attraverso il quale la
specie umana sopravvive alla morte; l’artista, grazie all’immortalità della sua
arte, prova anche in questo modo a superare i propri limiti corporei. La
fisicità sensuale dell’arte di Michelangelo, per restare all’esempio lampante,
è lì a dimostrare proprio la connessione tra l’arte e il sesso. A questo punto,
la cosa realmente interessante è che la chirurgia ha soppiantato l’arte; del
sesso old style, come elemento davvero stimolante, a questi livelli se
n’erano già perse le tracce da tempo. Inoltre, a livello cinematografico, in
parte questi temi erano stati già sondati dallo stesso Cronenberg sin dai primi
film sulla nuova carne, tanto che il passaggio con la cerniera
nell’addome richiama esplicitamente quello simile in Videodrome.
L’atto
orale, che arriva proprio in questo frangente, sembra più una provocazione, uno
scherzo, se si pensa anche alla battuta di Tenser (“attenta a non ingoiare”).
Ma di questi particolari Cronenberg aveva già dato ampiamente saggio e ormai non
destano particolare sensazione; non è certo per questo motivo che il canadese è
tornato in azione. Casomai, e qui sta il vero choc, il regista è tornato per
confessarci, come detto, che è un infiltrato delle istituzioni, del
conformismo, dell’omologazione. Non è certo un caso che il detective Cope
(Welket Bungué) della New Vice Unit sia un uomo di colore: l’unico individuo
che ha un ruolo davvero istituzionale, i due del Registro Nazionale degli
Organi sono alquanto loschi, rispetta nel pieno il dogma del politicamente
corretto.
A proposito dei due burocrati, Timlin (Kristen Stewart) e Wippet
(Don McKellar), è proprio nel rapporto tra loro e il protagonista che si
capisce ancor meglio che il ruolo di artista di Tenser sia da intendere in
controluce a quello cinematografico di Cronenberg. Oltre al loro specifico compito,
i due incarnano le varie anime dello Star System, dalla critica inquisitoria,
agli avidi organizzatori di eventi, ai famelici fan adoranti, di cui Tenser,
proprio come Cronenberg, finisce vittima. E’ in questo contesto che il
protagonista, estroso e provocatorio artista di fama mondiale, si rivela in
combutta col detective Cope. L’oggetto delle sue indagini diviene un certo Lang
(Scott Speedman), membro di un gruppo i cui adepti, tramite un’operazione, sono
divenuti in grado di digerire la plastica.
Nello spiazzante incipit, avevamo infatti
visto il figlio di Lang, Brecken (Sotiris Sozos) mangiarsi un cestino dei
rifiuti in plastica, prima di venire soffocato, e ucciso, dalla madre Djuna
(Lihi Kornowski), inorridita dal vedere che il frutto della sua carne fosse un
simile mostro. Tra Lang e sua moglie si era a quel punto già arrivati ai ferri
corti, avendo la donna scoperto che il figlioletto aveva clamorosamente appreso
geneticamente la capacità di assimilare la plastica. Cosa che, come detto, il
padre aveva invece ottenuto mediante un’operazione. Il che è naturalmente
incredibile dal punto di vista scientifico, non si possono trasmettere in linea
ereditaria i frutti di un’operazione e Cronenberg, attraverso le parole di
Tenser, si premura di ammetterlo; ma è un dettaglio che, in un film di
fantascienza distopica, si può comodamente tralasciare.
Quello che esalta Lang,
tornando nel racconto filmico, è che se il figlio è mutato geneticamente, siamo
di fronte ad una svolta epocale nella storia dell’umanità. Forse anche una
perdita di umanità, dando ascolto al detective Cope e ai due del Registro
Nazionale degli Organi; da controllare e contenere, se non sopprimere. Ma
Lang è entusiasta: vuole che Tenser esegua un’autopsia pubblica che mostri il
miracolo genetico nel corpo del figlio. La razza umana si è evoluta, grazie al
lavoro di Lang e dei suoi, ed ora è in grado di riciclare i propri rifiuti,
garantendo un futuro per sé e per il pianeta. Narrativamente le cose non
andranno per il verso auspicato da Lang, complice il fatale intervento di
Router (la sensuale Nadia Litz) e Berst (Tanaya Beatty), oscure addette
dell’azienda che produce gli strumenti che utilizza Tenser. Ma un po’ di
pessimismo è da mettere in preventivo, almeno a livello narrativo, in un simile
contesto.
Piuttosto, a fronte di questa dichiarazione di impegno civico e
morale, per il quale Lang è pronto ad offrire il corpo del figlio – e finirà
lui stesso sacrificato – Tenser/Cronenberg riflette sulla vacuità del suo
lavoro. I suoi organi vestigiali che si riproducono e vengono rimossi durante
le esibizioni con Caprice, sono metaforicamente i film di Cronenberg: qualcosa
artisticamente anche valido, o riconosciuto come tale, ma di cui l’autore ammette
in un certo senso il limite di essere un po’ fini a sé stessi. E’
un’autocritica eccessivamente severa, quella del canadese, perché non c’è stato
un altro cinema che ha analizzato con lucidità la realtà contemporanea come il
suo. Eppure il rischio di finire sterilizzati una volta assoldati dalle grinfie
del perbenismo, in una società che fa del tatuaggio – un tempo sentito segno
religioso e in seguito addirittura additato come marchio d’infamia – il
principale elemento distintivo del superficiale conformismo sfrenato di questi
tempi, non è da sottovalutare. I tatuaggi sugli organi vestigiali di Tenser
sono uno degli emblemi di questo Crimes of the Future: da sempre hanno affascinato
l’autore canadese, espressione del verbo che si faceva carne. Ma ora il pericolo
è che anche il cinema di Cronenberg, alla stregua dell’arte del tatuaggio,
possa divenire uno strumento di omologazione. Vedendo il suo film, con la
solita scarsa facilità di fruizione, verrebbe da dire che è un rischio davvero
minimo; ma del resto il regista nato a Toronto si ritaglia il ruolo di
infiltrato, e non certo quello di portabandiera. Eppure, forse non è un caso se, nel film, l’uomo che con il suo lavoro eticamente imprescindibile aveva
impresso una svolta positiva e cruciale nella storia dell’umanità si chiamasse
proprio Lang. Chissà, forse c’è un’altra connessione o è un semplice nome come
un altro. Ma in questo frangente ci piace pensare a Fritz Lang, che è stato il regista
il cui rigore morale ha contraddistinto l’opera come nessun altro autore nella
settima arte. Ecco, se vogliamo, così come Tenser in chiusura sembra finalmente
trovare sollievo nella barretta sintetica alla plastica, anche i tormenti di
Cronenberg possono trovare soluzione nella moralità del maestro viennese.
Posto
che non l’avessero già fatto.


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