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domenica 7 agosto 2022

UKRAINE ON FIRE

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1064_UKRAINE ON FIRE . Stati Uniti2016;  Regia di Igor Lopatonok.

Sulla questione dell’Euromaidan e della crisi ucraina cominciata nel 2014 non è propriamente agevole, nel mondo occidentale, sentire l’altra campana. E allora, almeno in ambito cinematografico, chi se non Oliver Stone, qui nell’insolita veste di produttore nonché intervistatore d’eccezione, poteva occuparsene? Stone, oltre che rinomato e istrionico regista, ha una riconosciuta vena anarchica e complottista che troverà pane per i suoi denti nei tanti misteri che affollano la Storia dell’Ucraina passata e recente. Il regista di Ucraina in fiamme è, per la verità, Igor Lopatonok ma il ruolo di Stone non si limita alla produzione: anche solo nelle domande che pone ai pezzi grossi della vicenda, ci dice di quanto l’influenza del regista americano sia davvero ingombrante nell’opera. Il documentario, oltre a farci un rapido ma lapidario resoconto sulla storia ucraina concentrandosi sui cruciali eventi della Seconda Guerra Mondiale, dà finalmente voce al presidente Viktor Janukovyč oggetto delle proteste di Maidan, a Vitaly Zakharchenko, ministro degli interni ucraino e quindi responsabile delle forze dell’ordine, e perfino a Vladimir Putin, considerato dal mondo occidentale abile burattinaio del governo in carica nel paese a quei tempi. Ma si diceva che il documentario di Lopatonok ripercorre la Storia dell’Ucraina velocemente, con le tipiche puntualizzazioni di chi cerca di riannodare i fili in controluce. Che poi siano tutti rapporti di causa - effetto o in qualche caso semplici coincidenze, starà anche alla sensibilità dello spettatore valutare. 

Certo è che, conoscendo l’abilità di sceneggiatore di Stone, e quindi la sua propensione a intuire rimandi reali o solo possibili, è chiaro che ben poche connessioni di questo tipo sfuggiranno. In ogni caso, la rinfrescata è utile perché grazie a questa possiamo comprendere il significato di tanti simboli che documentari e reportage mainstream pare abbiano cercato di ignorare o addirittura tenere fuori dai campi di ripresa durante le proteste di Maidan. Ad esempio le bandiere rosso nere dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, braccio armato dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini), o quelle simili del Settore Destro (Pravyi Sektor), o il saluto con le tre dita, simbolo di Svoboda, altro movimento ultranazionalista. A questi elementi, che testimoniano della presenza di infiltrazioni da parte dei movimenti legati all’area estremista e nazionalista, diretta discendente dei movimenti nazisti, vanno aggiunti i numerosissimi cori tra i quali spicca, ovviamente, “Gloria all’Ucraina! gloria agli eroi!” saluto ufficiale di quell’OUNB alleato appunto dei Nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Non è nei contenuti del documentario ma per completezza d’informazione va messo a referto un tentativo di sdoganare il motto in questione associandolo alla nazionale di calcio con una manovra che, restando in tema calcistico, rischia piuttosto rivelarsi un clamoroso autogol.

Torniamo però al testo in oggetto perché quando si arriva alla cronaca, inizia la parte inerente alla questione in ballo. Stone chiede conto a Janukovyč dei suoi tentennamenti ad accordarsi per aderire alla Comunità Europea. Effettivamente, la scelta del governo in carica risulta pienamente condivisibile; come lo era ai tempi, per la verità: nel sistema del libero mercato il 2013 è tempo di crisi economica, tanto per cambiare, e, per l’Ucraina, entrare nella UE voleva presumibilmente dire affrontare la faccia più truce dell’austerity europeista. L’alternativa a Viktor Janukovyč la offre Putin con un prestito che permetterà all’Ucraina di tagliare il debito: la perplessità del presidente di firmare l’adesione alla UE non appare, quindi, del tutto pretestuosa. Sollecitato da Stone, Putin dà una spiegazione di natura economica alla scelta russa, anche questa onestamente condivisibile. 

L’ingresso dell’Ucraina nella Comunità Europea avrebbe comportato la necessità di chiudere la frontiera russo-ucraina, per evitare la penetrazione di un flusso di merci e persone occidentali senza alcun trattato che li regimentasse. La prevista perdita economica dipendente dal privarsi di un partner storico come l’Ucraina, rendeva ai russi meno gravoso il prestito in questione. Volendo guardare, basta già questo passaggio per sancire l’utilità di questo documentario ma la carne al fuoco (dell’Ucraina in fiamme, verrebbe amaramente da commentare) è molta e vede coinvolti soprattutto gli americani e le loro ingerenze nello scacchiere geopolitico non solo dell’area in questione. 

Clamorosa l’intercettazione tra due alti funzionari yankee (Victoria Nuland, segretario di stato per gli affari europei e euroasiatici e Geoffrey Pyatt, ambasciatore in Ucraina) nella quale si evince la pesante intromissione USA nelle questioni governative ucraine (oltre ad un sonoro “Vaffanculo alla Unione Europea!” proclamato dalla Nuland). Stone e Lopatonok sono però in preda ad una febbrile voglia complottista e, trovando terreno fertile, non risparmiano nulla, andando a rilevare ogni possibile nota fuori posto, dalle responsabilità sull’aereo di linea della Malaysia Airlines abbattuto, all’opera in Ucraina di ONG dalla dubbia natura, anche se ora il documentario sembra via via sempre meno attendibile. Più interessante è la sottolineatura sulla più che curiosa nomina di Saakashvili a governatore di Odessa. E, a proposito della città portuale, non può certo mancare il riferimento alla terribile strage, sul teatro della quale ci si fa notare la presenza dei leader nazionalisti che avevano orchestrato le proteste di Maidan. I successivi fatti sono trattati senza girare troppo intorno al cuore della questione. Il referendum che sancisce l’adesione della Crimea alla Russia è mostrato, sempre stando a Ucraina in fiamme, come pienamente legittimo mentre nel Donbass l’invasione (se così si può a questo punto definire, dando cioè ascolto a Stone e Lopatonok) sarebbe opera della stessa Ucraina nel tentativo di muovere guerra ai secessionisti filorussi. Tesi con troppi passaggi difficili da digerire e, come noto, rifiutate dall’occidente. L’incapacità generale di accettare questa situazione negando ad oltranza quella che, stando agli autori, è l’evidenza delle cose non potrà che avere che una tragica conseguenza. Sarà quella nucleare? Allora abbiamo ancora almeno tre minuti, ci rassicura il documentario.


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