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martedì 16 agosto 2022

MARIUPOLIS

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1073_MARIUPOLIS . Lituania, Francia, Germania, Ucraina, 2016;  Regia di Mantas Kvedaravicius.

Nel 2014, dopo i fatti di Euromaidan, la città ucraina di Mariupol’ era già stata al centro delle attenzioni filorusse in uno degli scontri più importanti della prima fase della crisi russo-ucraina. Ma, a guardarla oggi, sembra poca cosa: la Battaglia di Mariupol’ del 2014, che si chiuderà con la vittoria degli ucraini, durò poco più di un mese e comportò un totale di circa un centinaio di vittime, metà della quale civili. Una grave tragedia, è chiaro, ma su scala ridotta se la paragoniamo alla replica del 2022, quando tra fine febbraio e fine maggio si conteranno quasi 30.000 morti di cui 21.000 civili, oltre alla distruzione della città stessa: una vera ecatombe. E’ un distinguo che va fatto, qualora ci si appresti a vedere Mariupolis, il primo dei due film dedicati a Mariupol’ dal regista lituano Mantas Kvedaravičius, tragicamente morto in circostanze non del tutto chiarite proprio mentre era al lavoro sul secondo documentario, in cui voleva evidentemente aggiornare lo stato delle cose. Guardando Mariupolis, il cui titolo fa riferimento al nome della città datole da immigrati greci, la guerra rimane sullo sfondo; una fonte di pericolo, d’accordo, ma a cui gli abitanti pare si siano adeguati senza darsi troppo disturbo. Hanno le loro cose da sbrigare, c’è chi va a pesca, chi si prepara per un concerto, chi prova un balletto di danza, insomma, la vita va avanti anche se c’è la guerra. Ma c’è guerra e guerra. Se parliamo della Battaglia di Mariupol’ del 2014, o anche dei bombardamenti del 2015, allora il film Mariupolis è plausibile, credibile. Se abbiamo negli occhi la devastazione provocata a Mariupol’ nel 2022 dall’Operazione Militare Speciale, per usare un termine caro ai Rashisti, il testo di Kvedaravičius appare surreale. In principio alcuni conducenti di tram si spingono infatti a dire “han promesso che non bombarderanno”, alludendo non è chiaro se ai filorussi o ai governativi di Kiev. Una promessa che, nel 2014, poteva avere, evidentemente, ancora una qualche credibilità. Oggi di sicuro no.  


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