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mercoledì 24 agosto 2022

REVEALING UKRAINE

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1081_REVELAING UKRAINE . Stati Uniti, 2019;  Regia di Igor Lopatonok.

Oliver Stone e Igor Lopatonok tornano a collaborare – il primo conducendo un’altra serie di interviste, il secondo in cabina di regia – per quello che è in sostanza il seguito di Ucraina in fiamme, documentario del 2016. Va subito detto che Rivelando l’Ucraina, questa la traduzione del titolo del nuovo lavoro della coppia, è un testo con una visione sulle cose unilaterale tanto quanto il precedente documentario dei due. Il che è un limite mica da poco, è evidente; ma questo se consideriamo l’opera in sé. Si può infatti onestamente dire che, come documentario, Rivelando l’Ucraina pecchi di partigianeria e complottismo. Però, va riconosciuto come l’opera non esca nel deserto, ovvero in assenza totale di notizie nel merito di cui si occupa; bensì si va ad inserire in un contesto di propaganda occidentale che non conosce tregua né si pone alcuno scrupolo a raccontare i fatti a proprio piacimento. Se si cerca di essere obiettivi, bisogna ammetterlo, sebbene non sia facile guardando le cose praticamente dall’interno, va rilevato che il martellamento della propaganda filoamericana non è poi troppo dissimile dalla retorica del Cremlino. Casomai si può osservare come sia una propaganda fatta molto molto meglio e su scala assai più vasta, planetaria anziché nazionale. E allora l’opera di Stone, le sue interviste al nemico, danno voce anche alla controparte e non è un merito da poco; e poi, se anche il nemico, in questi documentari, si prendesse un po’ la ribalta, poco male. 

Nel mare della comunicazione che ci sommerge, questi testi finiscono per svolgere un ruolo a loro modo cruciale, permettendoci di vedere le cose anche dall’altro punto di vista. Stavolta il maggiore intervistato è Viktor Medvedchuk, politico ucraino filo russo (semplificando il concetto) nonché amico personale di Putin, ma c’è spazio anche per sua moglie Oksana Marchenko, nota presentatrice televisiva oltre che per il citato presidente della Federazione Russa, ormai in evidente sintonia con Stone. Un’ultimissima nota, prima di dare spazio ai contenuti del testo: l’abilità narrativa del regista americano è riconosciuta così come la sua verve complottista; è chiaro che se sia lecito credere o meno alle sue ricostruzioni starà poi alla sensibilità di chi guarda il documentario. Arrivando al testo in questione, ci sono alcuni passaggi che meritano di essere rimarcati; come detto, se possano essere semplici coincidenze o frammenti di un puzzle più grande è un passo successivo che si può, in questa sede, lasciare anche in sospeso. Innanzitutto viene messo a referto il legame personale tra Medvedchuk e Putin, che ne è il padrino della figlia Daryna; quasi a scongiurare a priori possibili illazioni. Il politico fa quindi il punto della situazione storica ucraina sottolineando come, fino ai primi tempi dopo l’indipendenza, non ci fossero problemi tra le varie etnie del paese, e vi fossero buone speranze di crescita. Medvedchuk si riferisce ai fatti del 2014 di piazza Maidan come ad un colpo di stato che ha portato il paese alla rovina: l’accusa è diretta a quell’élite che si autodefinisce democratica. Qui si capisce anche il ruolo della bella Oksana nell’opera: la sua testimonianza è che, dopo aver condotto con successo 13 stagioni dell’X Factor ucraino, venne licenziata perché moglie di un politico inviso al governo. Medvedchuk è stato inoltre mal visto anche da una delle recenti amministrazioni degli Stati Uniti, tanto che è stato oggetto di sanzioni. La motivazione? Cercare di costruire una struttura federale in Ucraina. Il che è un fatto curioso, visto che gli stessi USA sono una federazione. 

Tuttavia i radicali nazionalisti in Ucraina sono da sempre molto potenti oltre che molto suscettibili su questo tasto e così, a quanto pare, per Medvedchuk le cose si complicarono. Sempre seguendo il filo dell’interviste di Stone, apprendiamo come la corrente politica che si sia rafforzata negli ultimi anni in Ucraina cerchi in tutti i modi di sradicare dal paese qualunque possibile tentazione diversa dalla direttiva principale: curiosa inclinazione politica per un paese che è stato nel corso dei secoli diviso più volte, ed è costituito da una popolazione che parla lingue diverse, professa religioni diverse e ha prospettive sulla Storia diverse. La legge che sopprime ogni altra lingua diversa dall’ucraino è l’emblema della recente politica di Kiev, definita miope dal documentario; un provvedimento che, tra l’altro, parrebbe in contrasto con la Carta Europea delle Lingue. Ora il testo ritorna ai fatti di Maidan, già analizzati nel precedente Ucraina in fiamme ma pare ci siano nuovi sviluppi alle indagini per quel che riguarda l’identificazione dei cecchini che spararono sui manifestanti. La tesi che emerge è che l’amministrazione americana avesse chiesto un certo numero di vittime (un centinaio) per suscitare il clamore necessario all’intervento esterno e tale numero fu alfine raggiunto (e superato). Successivamente è la volta del Donbass, dove si contesta l’accusa diffusa dal governo di Kiev secondo cui ci sarebbe la Russia dietro la ribellione delle due province separatiste. Poi la verve complottista, almeno nella forma, prende un po’ la mano agli autori e tra il Russiagate e altri scandali di corte, tra i governi di Stati Uniti e Ucraina, le ricostruzioni dell’opera si fanno sempre più intricate. 

Più interessante è la notizia dell’Amnistia del 21 febbraio 2014 che di fatto assolveva tutti coloro avessero compiuto reati durante le proteste; l’accusa ai russi per le violenze dei fatti di Maidan sarebbe peraltro infondata. Sul Donbass il documentario sposa la tesi che siano state le forze nazionaliste ucraine a bombardare i civili e non i separatisti e tanto meno i reparti dell’esercito russo. Queste considerazioni appaiono da un certo punto di vista anche plausibili ma allo stesso tempo troppo faziose o unilaterali per essere realmente interessanti. La parte più stimolante del testo è l’analisi dell’evoluzione economica del paese nella sua recente storia. Pare che l’Ucraina, al momento della dissoluzione dell’URSS, fosse comunque ben attrezzata per affrontare il futuro anche in ambito industriale. Poi, negli anni e particolarmente dal 2014, si sia deindustrializzato il paese: l’Ucraina era uno dei massimi produttori di locomotive al mondo ma, dopo lo smantellamento dall’industria ferroviaria, le locomotive vengono ora importate dagli Stati Uniti. 

Altresì l’industria pesante del paese creava portaerei (uno dei pochi stati al mondo in grado di farlo) mentre ora i cantieri navali sono chiusi e anche l’industria missilistica è finita miseramente così come quella aereonautica. L’Ucraina ora dipende dalle importazioni, prevalentemente americane: una consistente parte del carbone consumato oggi, risorsa di cui il Donbass è ricchissimo, dopo l’inizio del conflitto in quell’area, arriva a Kiev dagli Stati Uniti. Oltre al carbone l’Ucraina è ricca di gas e petrolio, sebbene non sia ancora in grado di sfruttare a dovere i propri giacimenti. Una delle società leader in questo campo operante nel paese è la Burisma Holding, nel cui consiglio d’amministrazione è presente Hunter Biden, figlio di quel Joe Biden al tempo vicepresidente degli Stati Uniti e ora presidente degli stessi. Naturalmente l’idea che il figlio di un leader di uno stato influente come quello americano potesse creare dei conflitti d’interessi in un paese in via di sviluppo come l’Ucraina non ha mai sfiorato nessuno, a partire dal clan Biden per finire alla stampa internazionale. Curioso anche il discorso di Biden Sr al parlamento ucraino nel quale l’allora vicepresidente americano non formulava auguri o consigli ma dava l’impressione di dettare esplicitamente le direttive alle quali attenersi. Si è detto che il gas ucraino non è sfruttato; fino al 2014 il paese dipendeva dalle importazioni russe. Da allora, per via dei contrasti con il potente vicino, si preferisce comprare lo stesso gas russo ma acquistandolo dai paesi UE (come la Polonia) con un risultato che il costo finale per il consumatore è aumentato a dismisura. Insomma, di carne al fuoco Stone e Lopatonok ne mettono tanta anche stavolta e va detto che non sarà certamente tutto oro quello che luccica. Tuttavia l’attenzione posta sulla famiglia Biden e sui suoi interessi economici in Ucraina, narrativamente, ha la stessa funzione del classico piccolo dettaglio che svela l’intricato giallo. Non resta che sperare nella Storia che, prima o poi, ci consegni un barlume di verità al netto delle tante voci di parte tra cui va messa, per onestà, anche Rivelando l’Ucraina. A cui, comunque, va dato il merito di riferirci qualcosa, si tratti anche solo di mera propaganda, di quello che si dice in quella che ormai possiamo tornare a definire l’oltrecortina. 



Oksana Marchenko 



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