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venerdì 19 agosto 2022

RODNYE - CLOSE RELATIONS

IL RITORNO DELLO ZAR: #L'ORA DELLA FINE

1076_RODNYE - CLOSE RELATIONS (Rodnye). Germania, Lettonia, Lituania, Ucraina, 2016;  Regia di Vitaliy Manskiy.

Nato in Ucraina ma di profonda formazione sovietica e russa, nel 2016 Vitaly Mansky ha probabilmente le idee già molto più chiare di quanto non voglia farci intendere nel suo documentario Rodnye, conosciuto a livello internazionale come Close Relations. Il significato del titolo è parenti e, in effetti, a quelli si rivolge Mansky per realizzare il suo film: una serie di interviste ai membri della sua famiglia allargata, che finiscono per fornirci una sorta di spaccato dell’Ucraina nel dopo Maidan. Essendo i suoi veri famigliari, sembra difficile pensare che il regista possa in qualche modo organizzare il suo racconto filmico con l’ottica di ottenere un risultato prestabilito; intendiamoci, qualunque documentario, anche il più intimo, ha questo tipo di struttura che l’autore, anche in modo involontario, finisce per conferirgli. Ma qui parliamo di un regista che era responsabile del dipartimento per i documentari della TV di stato russa, realizzando opere e studi sui leader politici, tra cui Putin nel periodo del suo primo insediamento, e curando la propaganda televisiva proprio durante il passaggio tra Boris Eltsin e quello che è ancora l’attuale presidente. Oltre alle competenze di base cinematografiche, Mansky conosce perfettamente l’arte di fornire una determinata soggettiva al racconto e, cosa non secondaria, conosce altrettanto bene le dinamiche politiche di una delle parti interessate nell’attuale crisi ucraina, quella dipendente dal Cremlino. Mansky, in sostanza, sa quello che sta succedendo e ha già un’idea formata, avendo avuto esperienze dirette e conoscenza profonda con chi manovra i fili di questa crisi. 

Per assurdo, forse quello che nel documentario l’autore prova a scoprire meglio è proprio il suo paese natale; anche se nello scegliere di farlo attraverso la sua famiglia, così eterogenea e perfino divisa, dimostra di sapere anche in questo caso dove andare a parare. Da un punto di vista tecnico, Mansky compone le sue immagini con sapienza, scegliendo sempre la giusta inquadratura, per gusto ma soprattutto per evidenziare questo o quel significato. In questo il suo lavoro è sopraffino ed è raro vedere un documentario che riesca ad essere godibile anche da un punto di vista del puro piacere della composizione, mai scontata ma sempre motivata dalla volontà comunicativa dell’autore che sfrutta in questo senso ogni singolo fotogramma. 

Leopoli, pronti via, il quesito che Mansky pone subito alla madre è una falsa pista, che ci dice della scaltra abilità del regista: la donna è stuzzicata dal figlio sul fatto di cosa la renda ucraina visto che le sue origini non lo sono. Come una sorta di giallista, Mansky cerca di convincerci, almeno sul principio, che il concetto di Ucraina sia del tutto artificiale: in realtà in questo modo permette ai suoi famigliare più convinti del contrario di esporre le proprie ragioni. Niente di rivoluzionario, è chiaro, abitualmente è un modo di fare che ha perfino almeno una definizione – fare l’avvocato del diavolo – la differenza è nei modi ora suadenti, ora risoluti, dell’autore. Inoltre è evidente che, a fronte di temi come questi, con una guerra in corso, non è semplice toccare certi argomenti visto l’inasprirsi della contesa ideologica. Lo si vede nella chiamata via Skype nella quale Natasha, la bella zia emigrata in Crimea, si scontra in modo acceso con i famigliari rimasti a Leopoli e non sembra ci sia modo di deviare la chiaccherata dalle questioni politiche. Natasha è una donna di mezza età decisamente filorussa e il nipote le lascia campo libero per rivendicare le ragioni di Putin e degli abitanti russofoni della Crimea. Però, sommessamente, nei suoi commenti fuori campo quasi sottovoce, fa notare come ufficialmente Natasha si sia recata in Crimea per trovare il figlio Max ma che, in dieci anni, non li abbia mai visti insieme. Quasi a insinuare un’indole poco amichevole della donna oltre che poco sincera; ma, come detto, con garbo, come nota a margine. 


Un altro passaggio quasi sarcastico Mansky lo riserva ai suoi parenti del Donbass: nonno Misha, che non sembra particolarmente presente, sciorina un resoconto sulla situazione che pare il frutto della peggiore propaganda. Forse, ritrovando un barlume di lucidità, se ne rendo conto e allora rassicura il suo intervistatore: è tutto vero, lo ha detto la televisione. A parte l’ingenuità del simpatico nonnino, che viene in sostanza preso a riferimento intellettuale per molti russofoni della zona che si bevono qualunque cosa gli venga propinata, salta all’occhio il confronto con l’altro maschio anziano del film, quello che si vede a lungo fumare accanto alla stufa in maiolica senza dire una parola a casa di zia Tamara. 

E dire che la donna, insieme alla suocera e alla figlia, dà luogo ad un’analisi particolarmente attenta dei fatti: la più anziana delle tre, tra l’altro, si domanda sagacemente dov’è che siano tutti quei seguaci di Bandera, il celebre combattente della Seconda Guerra Mondiale, che la propaganda filorussa racconta infestino Leopoli e tutto l’ovest dell’Ucraina. Intanto, vicino alla stufa, l’anziano fuma in silenzio mentre osserva le sue famigliari discutere confermando, nel confronto diretto con nonno Misha, quel detto per cui tacendo si può fare una figura più intelligente di chi, al contrario, straparla. Gli uomini, in generale, nel film non ci fanno una gran figura e, in questo senso, emblematica quella di Igor, cognato del regista. 

Facoltoso uomo d’affari che vive ad Odessa, Igor rassicura Mansky che la guerra non durerà che pochi mesi, massimo due per la precisione. La scena con suo figlio, già in età per essere arruolato, che dorme beatamente sullo yacht di famiglia mentre infuria la tempesta e alla radio danno l’annuncio dell’aereo di linea abbattuto sopra i cieli del Donbass, suggella la scarsa capacità di stare sul pezzo dei maschi di questo ramo della famiglia. L’opera del regista procede così, su un doppio binario, che rende sempre interessante il suo lavoro: in primo piano è mostrata la vita di successo di Igor e, al tempo stesso, con pacata ironia se ne svela l’incapacità di capire il presente – e meno ancora il futuro – che per un vero imprenditore dovrebbe essere la miglior capacità. Così il quadro dell’Ucraina che emerge dal documentario può sembrare poco nitido, confuso, dai tanti piani del discorso che rappresentano peraltro splendidamente le difficoltà per un paese dalla Storia tanto travagliata. Ad esempio, le scene con la cugina, la ballerina Yulya, che seduta in un caffè discute con una amica del futuro europeo dell’Ucraina, sono parzialmente schermate, perché viste attraverso il riflesso della vetrina del locale. 


E l’atmosfera a Leopoli è natalizia ma, insieme alle decorazioni e alla gente che torna dallo shopping, vediamo i numerosi soldati in mimetica da guerra. E, per chiarire ulteriormente la fosca situazione, l’aria di festa è condita dal passaggio di un imponente corteo funebre per un caduto in battaglia. Il momento più significativo, in quest’ottica, è il compleanno della madre di Vitaly, il nostro regista, con la foto di rito che ritrae tre delle quattro sorelle che costituiscono il corpo principale della famiglia. Per lo scatto ci sono problemi di luce e poi a cena, mentre discutono, le donne si intravvedono dietro il riflesso della finestra, quasi fossero fantasmi. 


Altre tre sorelle della famiglia, della generazione precedente, in una vecchia foto in bianco e nero d’epoca sembrano per assurdo più nitide: nate e cresciute nell’Unione Sovietica, senza quei dubbi o le perplessità che sembrano affliggere le donne e gli uomini dell’Ucraina di oggi. Ma non la madre e le zie di Mansky: perché il regista non le spiana subito la strada, l’abbiamo detto, ma dà però tempo a loro di mettere bene in chiaro le cose. Volendo vedere anche alla quarta sorella, Natasha, assente nella ricorrenza avendo paura di non poter più tornare in Crimea, è data la possibilità di motivare le sue idee. Idee differenti dalle altre tre, come simbolicamente evidenziato in un altro passaggio, in cui si vede una foto famigliare in cui la bella zia al tempo giovanissima è lasciata in ombra, separata dalle altre che sono invece illuminate. In ogni caso alla festa Natasha non c’è, per una sua scelta, come ha avuto ampio modo di chiarire in precedenza. Ma le altre tre sì e la loro unità d’intenti, pur partendo da posizioni diverse, è lo specchio della nuova Ucraina. La madre di Vitaly, stavolta risoluta ad andare a votare, la zia Liuda, che rinnega il suo amore per i divi del cinema sovietico per estensione del suo distacco dall’URSS e dalla Russia, la zia Tamara, una vita da attivista del Partito Comunista ma quanto mai lucida nel definire Putin come degno erede di Hitler, ci dicono chiaramente cha l’Ucraina è davvero in grado di svoltare e lasciarsi dietro il suo passato. La guerra può solo rallentare il processo, al massimo schermarlo per un po’, ma rendendolo al contempo sempre più irreversibile.














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